L'ostinato rifiuto delle scelte più logiche: perché il Milan non va mai sui migliori? Perché si costringe alla mediocrità dopo aver sbandierato tanta ambizione?
C'è un filo rosso, sottile e logorante, che unisce la storia recente del Milan: un’ostinata, quasi scientifica, ricerca della via più tortuosa. Una sorta di masochismo programmatico che porta la dirigenza a scartare sistematicamente chi ha già dimostrato, chi ha un curriculum pesante, chi porta in dote vittorie e certezze. Da Carnevali a Conte, passando per i vari Galliani, Sarri o Inzaghi: i profili giusti, sia in panchina che dietro la scrivania, ci sono sempre stati. Ma il Milan ha preferito altro. Ha preferito le scommesse. E le scommesse, nel calcio di altissimo livello, non pagano quasi mai. Non ha pagato con Fonseca, e rischia di non pagare nemmeno oggi. So cosa state pensando: come fai a giudicare una cosa che ancora non è successa? Bene, vi stiamo raccontando la cronaca minuto per minuto e le notizie di oggiportano a pensare così. Giusto dirle prima le cose, per una volta. Dopo son capaci tutti.
Il peccato originale: una dirigenza senza fondamenta
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Il problema è che se non hai una dirigenza forte, non hai le basi logiche per costruire una casa stabile. L'era di Giorgio Furlani ha lasciato ferite profonde per una lunga serie di motivi: zero empatia, zero ambizione reale di vittoria e un'affidabilità svanita nel nulla. Non è un segreto che molti abbiano sbattuto la porta lamentando sempre la stessa identica cosa: la parola non data, le promesse fatte e mai mantenute. Ai giocatori, agli allenatori, ai dirigenti. Scelte di mercato ballerine, budget che apparivano e scomparivano nel nulla – esattamente come denunciato a suo tempo da Paolo Maldini. Insomma, un'inadeguatezza strutturale che ha logorato l'ambiente.
Oggi la storia si ripete. Si vira con insistenza su figure straniere, profili che non conoscono le pressioni dell'ambiente italiano o che non hanno alcuna esperienza all'interno di un top club. Con tutto il rispetto, ma il Milan non è il Lipsia e non è il Bournemouth. A San Siro non puoi permetterti di non vincere le prime nove partite nell'indifferenza generale. Qui la storia impone altro. Sorge allora un dubbio legittimo e maligno: non è che si scelgono profili low-profile per paura di essere eclissati da personalità troppo ingombranti? Se è così, si metta da parte l'ego. Altrimenti continueremo a inanellare progetti deboli, fragili e destinati al fallimento.
Il paradosso Fabregas e il fumo negli occhi
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La credibilità di questa proprietà è ormai ai minimi storici, proprio come la pazienza del popolo rossonero. Non si può continuare a sfidare la sorte o ad abusare della passione della gente. Basta prese in giro, basta vendere fumo. Come si può parlare di "ambizione" e di "vittoria" se si rade al suolo tutto, se si vuole cambiare trequarti dello spogliatoio e si punta su un allenatore senza una reale esperienza ad alti livelli? Chi può crederci?