Rivera: “Milan? C’è qualcosa di poco chiaro in società. Su Ibrahimovic…”

Rivera: “Milan? C’è qualcosa di poco chiaro in società. Su Ibrahimovic…”

“La Gazzetta dello Sport”, in occasione dei 120 anni del Milan, ha intervistato in esclusiva Gianni Rivera, storica bandiera rossonera

di Salvatore Cantone, @sa_cantone

NEWS MILAN –  La Gazzetta dello Sport, in edicola questa mattina, in occasione dei 120 anni del Milan, ha realizzato un’intervista a Gianni Rivera, grande bandiera rossonera: “Piatek? Bisogna dire che fare il centravanti di questo Milan non dev’essere facile. La squadra sta rendendo al di sotto del suo valore e quando accade questo di solito dipende da una situazione societaria incerta, che si ripercuote sul rendimento in campo. C’è qualcosa di poco chiaro, indubbiamente, nei rapporti tra le varie componenti. Non conosco la situazione reale e le strategie, però qualcosa che non quadra, che preoccupa, esiste”.

L’arrivo di Ibrahimovic potrebbe rendere più competitivo questo Milan in risalita?

“Bisogna fidarsi dell’allenatore. Piatek finora ha segnato poco, ci si aspettava di più e Ibra è un attaccante di valore. Non più giovane, però: in quali condizioni fisiche e mentali arriverebbe? Sul piano delle caratteristiche individuali c’è da chiedersi se i due possono coesistere. Ma sono giudizi che deve esprimere l’allenatore”.

Lei però in questo periodo sta facendo il mister a Roma…

«Quando Nereo Rocco veniva chiamato così, all’inglese, replicava pronto: mister sarai ti, muso de mona…».

Eh, Rocco, il suo papà calcistico…

“Era unico, sapeva alleggerire il carico di responsabilità avvertito dai giocatori con le sue battute folgoranti. Sapeva cogliere i momenti per agire anzitutto in chiave psicologica”.

Però lei non arriva al Milan grazie a lui.

“Furono Pedroni e Gipo Viani a portarmi da Alessandria a Milano per fare un provino sul campo di Linate. Una partita al termine della quale due giocatori della prima squadra, Liedholm e Schiaffino, andarono da Viani, il nostro d.s., a dirgli che quel ragazzino andava assolutamente preso. Non avevo ancora compiuto i 16 anni: la mia storia cominciò da questa raccomandazione illustre”.

La lasciarono ancora un anno nell’Alessandria, all’epoca in A, e poi il grande salto nella metropoli. Durato diciannove stagioni, tutte caratterizzate soprattutto dalle sue giocate.

“Abbiamo anche vinto parecchio, per fortuna. E io ho sempre condiviso le gioie con tutti i compagni che ho avuto: fuoriclasse, giocatori medi, anche un po’ scarsi. Ma ho sempre detto che quel Pallone d’oro avrei dovuto romperlo in pezzettini da donare a ciascuno dei miei compagni di avventura: nel calcio vince la squadra”.

Anche lei, da ragazzo, era gracile, come lo è stato un certo Messi, tanto per rimanere in ambito campioni.

“Io non ho dovuto seguire diete particolari per rinforzarmi, ci ha pensato la natura col passare degli anni. Però le gambe erano solide fin da giovanissimo”.

Tra campo, scrivania di dirigente e poi come tifoso lei ha vissuto la metà dei centoventi anni rossoneri: qual è stato il Milan più brillante?

“Penso a quello che schierava la difesa della nazionale italiana e l’attacco dell’Olanda: un mix formidabile. E il merito va anche a chi aveva formato nel nostro vivaio i vari Baresi, Maldini, Galli, Costacurta”.

A proposito, più forte il suo Cesare o Paolo?

“Il mio Maldini è stato un difensore di rara efficacia e personalità, ma usava solo il destro. Paolo ha evidentemente ricevuto dal padre quel qualcosa in più che Cesare non era riuscito ad esprimere”.

Il Milan di Berlusconi ha dominato in lungo e in largo e per tanto tempo: rappresenta un rammarico per lei non averne fatto parte?

“No, perché si trattò di una scelta. Avevo verificato che oltre un certo confine decisionale come dirigente rossonero non potevo spingermi e nel frattempo mi era giunta l’offerta di entrare in politica: così decisi di uscire dal club”.

Per anni si è cercato di accostare Pirlo a Rivera: un paragone plausibile?

“La carriera di Andrea ha dimostrato che lui è stato più centrocampista di me”.

Esiste uno «spirito Milan?»

“Sì, c’è un filo che lega i vari periodi ed è la correttezza dei rapporti interni e la pacatezza degli atteggiamenti esterni: non siamo mai stati una squadra di urlatori. Al punto che i cronisti ci rimproveravano spesso: Gianni, non ci date mai dei titoloni…”. Intervista importante anche un altro grande ex rossonero. Ecco le sue parole, continua a leggere >>>

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