Paolo Taveggia, ex direttore organizzativo del Milan, racconta di quando Franco Baresi portò 39 rose sotto la Curva Z in ricordo delle vittime juventine
Baresi, 39 rose rosse all'Heysel: il gesto che racconta l'uomo prima del calciatore | VIDEO
Il 21 marzo marzo del 1990, il Milan affrontava in trasferta in Coppa dei Campioni contro i belgi del Mechelen. Il match si giocò nello stadio di Bruxelles, che cinque anni prima era stato teatro della famosa ‘Tragedia di Heysel’ in cui persero la vita 39 persone, tra cui 32 sostenitori bianconeri. Prima del fischio d'inizio, Baresi depose 39 rose rosse sotto la curva Z, eludendo il blocco imposto dal governo belga. Per quel gesto, i tifosi della Juventus esposero poi all'Allianz Stadium lo striscione "39 volte grazie". Un episodio simbolico, che spiega la caratura umana prima che tecnica del Capitano. In merito alla vicenda si è espresso anche Paolo Taveggia, l'ex direttore organizzativo del Milan che aiutò Baresi a portare a termine la missione.
Morte Baresi, Taveggia ricorda l'Heysel
Intervistato ai microfoni della 'Gazzetta dello Sport', Taveggia spiega come è nata l'idea di deporre 39 rose rosse sotto la curva Z del Mechelen.“Nasce quando il Mechelen chiede di poter giocare la gara contro di noi in uno stadio più grande del suo: la federazione belga assegna l’Heysel, l’Uefa dà il suo accordo. Scelta che ci lascia momentaneamente perplessi, ma senza alcuna intenzione di opporci. Semmai ci guardiamo intorno per capire cosa poter fare, il nostro ad di allora, Adriano Galliani, per primo. Eravamo i primi italiani a tornare lì, non potevano essere una partita e uno stadio qualsiasi: si portavano dietro una storia tragica per i tifosi italiani, al di là che fossero juventini o milanisti, morti per seguire la loro squadra. Ci interrogammo, tenevo i rapporti con l’Uefa: chiedemmo di poter commemorare la storia in qualche modo ma niente, nessuno, dal governo alla polizia locale, voleva far niente. Era una tragedia non chiusa, di cui nessuno voleva parlare. Non solo: ci dissero che ci avrebbero controllati. Galliani volle comunque organizzare una messa privata la mattina della partita”.
Le rose sotto la curva
L'ex direttore organizzativo del Milan ricorda ancora il nome del fiorista che si è occupato di procurare le rose.“Tra i tanti tifosi presenti nel nostro hotel al seguito della squadra c’erano un mio caro amico di scuola, Gianni De Georgio, a cui chiesi la cortesia di trovare un fiorista e di farsi preparare le 39 rose che poi mi avrebbe dato alla salita sul pullman, come fosse un gesto benaugurante per la squadra, così nessuno avrebbe avuto da ridire. Arrivo nello spogliatoio e dovevo decidere cosa fare: ne parlai con Franco, nessuno meglio di lui: decidiamo di andare a portarle sotto la Curva Z. Uscimmo dagli spogliatoi, io tenevo le rose, a quel punto nessuno poteva fermarci. Tutto in mezzo ai fischi belgi, mentre allo stadio alzavano il volume musica. Arrivammo con le rose depositate sotto i gradoni, una breve preghiera per poi tornare indietro in silenzio”.
Il valore del gesto di Baresi
L'idea nasce da Taveggia, ma Baresi ha il coraggio di metterci la faccia e farsi portavoce delle 39 vittime che persero la vita nella 'Tragedia di Heysel'.“Una dimostrazione del valore di un uomo, ancor più che uno dei più grandi campioni del calcio mondiale. Sapevo che non avrebbe detto di no, era di pochissime parole ma serio, sincero, schietto. Altri avrebbero potuto dire “non me la sento, non è il momento”, dal momento che avrebbe creato un fastidio nel mondo belga e soprattutto nell’Uefa. Lui fece quello che tutto il Milan sentiva”.
Il rapporto tra Tavaggia e Baresi
Spazio anche al rapporto interpersonale tra i due. Taveggia racconta come Baresi viveva la quotidianità portando sempre con sé i valori e lo spirito del Milan.“Con altri campioni di quel Milan, da Gullit a Van Basten, magari parlavo anche dieci volte al giorno, con Franco due a settimana. Sapeva da solo cosa fare, era cresciuto in un Milan con i valori trasmessi dal presidente Berlusconi, in un certo senso ci aveva insegnato a vivere. Gli altri mi chiedevano di tutto, dalla cosa banale alla più importante: figli, scuola, tutto. Franco no, sapeva fare da solo. Martedì non potrà esserci il Milan di oggi, ma ci sarà il suo grande Milan. La sua squadra, la sua famiglia”.
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