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Montella: “Dovevo andare via dal Milan dopo la Supercoppa. Gattuso? Ha sbagliato”

Vincenzo Montella ex Milan
Vincenzo Montella, ex allenatore di Milan, ha concesso un'intervista alla "Gazzetta dello Sport", in cui ha parlato della sua esperienza rossonera

Salvatore Cantone

Vincenzo Montella, ex tecnico del Milan, ha concesso un'intervista alla Gazzetta dello Sport: "Se il mio esonero dopo un pari è l'unico motivo di rimpianto? No. Uno perché ci furono più occasioni per poter vincere, e due perché dai dirigenti non c’era più fiducia, ed era palese da tempo. Il mio errore più grave fu assecondare la società nel modo di rivolgersi alla gente: si crearono aspettative enormi. O comunque troppo grandi per una squadra che partiva con undici giocatori nuovi, molti senza una storia da Champions League. Dovevamo tenere un profilo molto più basso. Mi è rimasta la sensazione di un lavoro incompiuto: avremmo potuto crescere insieme e invece non c’è stato il tempo".

Assecondò anche tutti gli undici acquisti?

"Alcuni sono stati condivisi, di altri ho saputo a cose fatte, come André Silva, un giovane di prospettiva. Su Bonucci ho insistito io, era un’opportunità enorme per la sua esperienza. Calhanoglu invece arrivava dopo sei mesi di inattività. E alla fine rimasero due ruoli da coprire, regista e centravanti, che pure cercavamo dall’inizio".

Kalinic così diventa un ripiego: per l’ex d.s. Mirabelli fu invece lei a volerlo.

"Era un giocatore graditissimo. Ma prima eravamo stati molto vicini a Morata e a Batshuayi. Alla fine, con venti milioni a disposizione, erano difficili da prendere".

Difficilmente sarebbe bastati per Cristiano Ronaldo: conferma la trattativa?

"Fu fatto un tentativo".

Accettò o le fu imposta la fascia di capitano a Bonucci?

"Gliel’aveva promessa la società. Io lo chiamai al telefono e gli dissi che si può essere leader anche senza fascia. La società mi costrinse a scegliere un giocatore del nuovo corso, e poteva anche essere giusto. Pensai a Leo e Biglia, che non fu proprio entusiasta dell’idea".

Al suo posto fu promosso Gattuso. L’ha mai chiamata?

"No. Non ci siamo mai sentiti. Ho solo voluto dirgli che stava sbagliando a insistere sulla preparazione atletica nelle sue interviste, si stava esagerando su un aspetto che mi tocca profondamente. Lui sta facendo bene ma non è giusto toccare le mie competenze. Ho cinque-sei anni di esperienza in più di Serie A, penso di avere conoscenze maggiori di chi dice certe cose: dati alla mano sfido chiunque in un confronto pubblico sul tema. Un conto è quanto corri, un altro l’intensità che ci metti".

Anche Rino ha rischiato l’esonero: sarebbe stata la sua vendetta?

"In vita mia non ho mai gioito per una disgrazia altrui. Resto concentrato su di me, mi sarebbe interessato poco o niente".

Nemmeno il gol allo scadere del Benevento, nella prima gara del nuovo corso, l’ha vendicata?

"Brignoli l’ho avuto alla Samp, magari l’ho allenato bene. Su quella partita una cosa devo dirla: il Milan corse più degli avversari, forse non stava così male".

La squadra che ha in mano Gattuso è più competitiva di quanto fosse la sua?

"Se prendi i giocatori bravi e dai tempo agli altri di crescere, certamente sì. Kessie, Calhanoglu, Musacchio sono migliorati perché hanno avuto il tempo di farlo. In più hanno preso Higuain è un giocatore fortissimo, lo chiesi anche io".

Christian Abbiati, il suo club manager, disse alla Gazzetta che lavorare con lei era complicato per la sua troppa diffidenza. Cosa risponde?

"L’ho letto e sono rimasto male. Pensavo di avere con lui un ottimo rapporto e infatti lo invitavo a tutte le riunioni tecniche, tranne l’ultima in cui resto solo con la squadra. La verità è che non ha mai voluto partecipare".

Le principali scommesse vinte sono Suso, che fece togliere dal mercato, e Cutrone, lanciato tra i grandi. Le rivendica?

"Suso era stato poco impiegato al Milan, era giovane ma di qualità e doveva solo sbloccarsi. Cutrone ha dimostrato di avere voglia, fame, ambizione. Ho rischiato con entrambi. Li scegli e poi loro rispondono: bello".

In bacheca resta poi la Supercoppa Italiana vinta a Doha

"Razionalmente sarei dovuto andar via dopo quella vittoria. Ma al Milan ero e sono legato e grato. La voglia di continuare era troppa, come l’orgoglio di aver sollevato un trofeo contro una squadra imbattibile, e la lucidità poca. Dico ancora grazie a Galliani per avermi scelto, e a Fassone e Mirabelli per avermi confermato. Ho saputo solo dopo che c’erano dubbi su di me, anche se dovevo leggere prima i messaggi di scarsa fiducia che filtravano tra le righe".

Altre note positive della sua gestione?

"Il primo anno avevamo gioco e l’identità pulita del vecchio Milan, tornammo in Europa dopo aver toccato anche il secondo posto. L’anno dopo ho perso energie su aspetti che non mi competevano: le scelte della società devono essere solo della società. Più alte erano le attese, maggiore era il rischio e io non sono riuscito a gestirlo".

Avrebbe potuto allenare la Nazionale ed è passato da Siviglia: nel suo futuro che c’è?

"Dopo aver allenato la Samp mi chiamò Lippi per dirmi che gli sarebbe piaciuto vedermi c.t. Ma con Malagò non ho mai parlato. E Siviglia era un’opportunità troppo grande, anche se lo stesso in mezzo a un cambio di proprietà: dopo 68 anni con la nostra vittoria a Old Trafford la squadra tornò nei quarti di Champions. In più arrivammo in finale di Coppa del Re. So di poter dare ancora tanto e ho voglia di allenare: ho ricevuto proposte, più dall’estero che dall’Italia, ma devo decidere senza smania perché non posso sbagliare la prossima scelta. Mi auguro di trovare un progetto stimolante e a lungo termine".

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