Bilancio 2015, ricavi sotto i 220 milioni: il dettaglio su ricavi e minusvalenze tra cessioni temporanee e prestiti, in un mercato al rosso

L'economia ha i suoi alti e bassi. Guardate in Casa Milan, capirete. Il bilancio di una società si compone di due prospetti: lo stato patrimoniale e il conto economico. Il primo, dà una rappresentazione in un determinato momento delle attività e passività facenti capo all’azienda. Il secondo, invece, sintetizza i ricavi e i costi sostenuti dalla stessa in un determinato periodo ( esercizio), solitamente un anno, permettendo così di conoscere il profitto, o la perdita, ottenuti dalla società nel corso del periodo preso in considerazione.  Ma quest’anno per il Milan, il tutto, è abbastanza negativo.

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Il Gruppo Milan, secondo i dati economici estrapolati dall’ultimo bilancio, ha attualmente un patrimonio netto negativo per 33,3 milioni, di fatto già coperta dalla famiglia Berlusconi, visto che nel corso del 2015 Fininvest ha infatti effettuato versamenti in conto capitale per 150 milioni di euro (oltre ad aver aperto una linea di credito per altri 70 milioni), con un ulteriore versamento di 10 milioni già effettuato nel 2016.

Intanto le plusvalenze sono al minimo storico: nel 2015 infatti ci sono stati solo 1,2 milioni di plusvalenze, derivanti per la metà dalla cessione di Saponara all’Empoli. Insomma, il mercato estivo è stato troppo costoso, e non ammortizzato. Maggiori invece i ricavi da cessioni temporanea dei giocatori: 2,5 milioni, di cui 2 dal prestito di El Shaarawy al Monaco e 500mila euro da quello di Saponara all’Empoli. Nel computo totale, però, entrano anche le minusvalenze (3,3 milioni di euro, in calo rispetto al 2014) e i costi dei giocatori presi in prestito (992mila euro per i vari Armero, Destro e Van Ginkel).

I dati numerici fanno tremare il Milan, in una giornata scossa dalle voci rimbalzanti dai lidi cinesi: infatti, Berlusconi  e il consorzio cinese,  interessato all’acquisto del pacchetto di maggioranza rossonero, dovrebbero definire un accordo per giugno. Sì, proprio della maggioranza: i nuovi investitori puntano a una quota variabile da un 50% della società (obiettivo minimo) fino al 70%

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