Mauro Tassotti ha speso una vita nel Milan, da calciatore, allenatore e dirigente: il suo ricordo dell'epopea di Silvio Berlusconi

Trentasette anni di Milan, tra campo e panchina. Per Mauro Tassotti, romano di nascita ma milanista e milanese d'adozione, i colori rossoneri sono tatuati sulla pelle. A lui, attuale vice di Andriy Shevchenko sulla panchina della Nazionale ucraina, il 'Corriere dello Sport – Stadio' ha chiesto di affondare nel mare dei ricordi alla ricerca di aneddoti curiosi per raccontare l'epopea di Silvio Berlusconi al Milan, conclusasi ieri, dopo 31 anni di presidenza, con la cessione del club rossoneri ai cinesi della Rossoneri Sport Investment Luxembourg.

Mauro Tassotti Milan

“Quando Berlusconi si presentò a Milanello ci cambiò il mondo – ha affermato Tassotti -. Ancora non lo conoscevamo come imprenditore, la vera popolarità la ottenne con l'acquisto del Milan. Facevamo fatica ad arrivare a metà classifica, era un periodo difficile. Lui ci disse che voleva far diventare il Milan la squadra più forte del mondo, noi ci guardavamo l'uno con l'altro ma eravamo poco convinti: alla fine ebbe ragione lui. Rivoluzionò completamente il mondo del calcio. Possiamo dire che esiste un pre ed un post Berlusconi”.

Tassotti ha raccontato come Berlusconi amasse parlare individualmente con i propri calciatori, fornendo loro suggerimenti (“Mi chiedeva di partecipare all'azione e spingermi all'attacco”), e di come non abbia mai fatto mancare nulla a nessuno. “Sempre molto disponibile, e vicino a tutti, anche nelle vicende extra-calcio”, ha ricordato Tassotti, che ha descritto il Presidente rossonero uscente come “entusiasta ed innovativo”. Così come, tra l'altro, Arrigo Sacchi, scelto come primo allenatore di quello che sarebbe diventato un grande Milan perché in sintonia con la filosofia berlusconiana.

Tassotti ha quindi ricordato, tra le pagine più belle della loro comune storia rossonera, lo Scudetto 1987-88, quello vinto in volata sul Napoli di Diego Armando Maradona: “Per me è stato qualcosa di magico: fu emozionante, perché quando si vince dopo tanto tempo, i successi vengono accolti con entusiasmo diverso. Anche per i tifosi fu una bella soddisfazione”. Poi, dopo la fine dell'epoca di Sacchi (1991), arrivò Fabio Capello, definito addirittura “un tenero” rispetto il carattere esigente del suo predecessore. Con il tecnico friulano, oltre a tanti Scudetti, arrivò la Champions del 1994: “Sicuramente una gratificazione alzarla da capitano, essere capitani vuol dire aiutare la squadra nell'approccio alla partita e nei momenti difficili. In quella partita noi partivamo sfavoriti per le assenze di Franco Baresi, Alessandro Costacurta e Marco Van Basten, ma Berlusconi non perse mai la fiducia. Era convinto che potevamo farcela, e piano piano iniziammo anche noi a convincerci”.

Il 'Tasso' ha preferito sorvolare sull'affermazione che vedrebbe lui, unitamente a Baresi, Costacurta e Paolo Maldini far parte della difesa più forte di sempre, e spiegato come si sia ritirato, nel 1997, un anno più tardi rispetto al previsto proprio perché Berlusconi lo convinse a proseguire per un'altra stagione. “Sono rimasto molto legato al primo Scudetto ed alla prima Coppa Campioni dell'era Berlusconi”, ha quindi spiegato, “anche se con la prima Coppa Intercontinentale siamo diventati campioni del mondo”.

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