Intervenuto da Palazzo Benvenuti, l'ex allenatore rossonero, Fabio Capello, ha voluto raccontare alcuni aneddoti legati alla sua carriera nel mondo del calcio

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Ex Milan, Capello: "Seedorf? Una volta mi tolsi la giacca". Il retroscena (screen Gazzetta.it)

Ex Milan, Capello: "Seedorf? Una volta mi tolsi la giacca". Il retroscena

Una carriera costruita tra grandi campioni, delle finali indimenticabili e panchine molto importanti. Fabio Capello, ex allenatore del Milan, ha ripercorso alcune delle tappe più importanti della sua vita sul palco di Palazzo Benvenuti a Trento, alternando aneddoti personali e riflessioni sul presente del calcio italiano.

Milan, le parole di Capello

Capello è voluto partire dalle sue origini, da un paese di circa 1000 abitanti in Friuli Venezia Giulia che, come ricordato dall'ex allenatore, ha dato quattro giocatori che sono arrivati a vestire la maglia della Nazionale, un dato che, secondo lui, dimostra quanto importante fosse il lavoro svolto all'epoca sui giovani.
Milan Capello

Prima ancora delle panchine e dei trofei, Capello è stato calciatore: l'esperienza alla SPAL infatti, fu decisiva per capire che il calcio poteva diventare anche il suo futuro. a spingerlo fu il padre con una semplice frase ma molto fondamentale: “Provaci”.

Dopo le parole del padre, secondo quanto riferito dall'ex allenatore rossonero, Capello riuscì a costruirsi una grande carriera senza però dimenticare gli studi: conseguì infatti il diploma da geometra, soprannome che gli rimase anche sul terreno di gioco:

“Mi chiamavano così perché davo equilibrio, il centrocampista deve fare filtro e dare suggerimenti. Per far funzionare una quadra serve un grande centrocampo”.

Uno dei temi centrali della sua chiacchierata è stato il rapporto tra il calcio moderno in Italia e i giovani. Capello infatti ha voluto sottolineare la forte necessità di concedere maggiore spazio ai ragazzi, evitando di giudicarli negativamente dopo solo un piccolo errore:

“Dobbiamo scommettere di più sui giovani, avere fiducia in loro e non bocciarli alla prima partita sbagliata. E poi faccio un invito agli allenatori dei ragazzini e ai genitori. Lasciateli divertire, non ossessionateli con la tattica e insegnategli la tecnica. È fondamentale, ma per saperlo fare ci vuole un allenatore che sappia identificare un errore di un ragazzo e correggerlo. E i genitori stiano al loro posto perché la loro presenza a volte mette troppa pressione e condiziona i figli”.

Tra i ricordi più significativi ci sono anche gli incontri con Johan Cruyff; il primo risale alla finale di Coppa dei Campioni persa dalla Juventus contro l'Ajax, anni dopo, invece, il destino li mise nuovamente di fronte, questa volta però da allenatori. Alla vigilia della finale di Atene tra Milan e Barcellona, Capello vide l'olandese sdraiato sul prato con il pallone dietro la testa:

“Giocavo con la Juve e perdemmo la finale di Coppa Campioni contro l’Ajax. Niente da dire, erano più forti, ma dopo la partita arrivo Cruyff con la coppa in mano e la buttò dentro al pullman come per dire tanto ne abbiamo vinte tre. Non mi piacque quella scena e ancora meno quando alla vigilia della finale di Atene Milan-Barcellona si sdraiò sul prato col pallone dietro la testa, quasi a snobbare l’avversario. Lo dissi ai ragazzi nello spogliatoio: vincemmo 4-0 e fu la partita perfetta”

Successivamente, Capello ha voluto ovviamente ricordare Silvio Berlusconi, storico ex Presidente del Milan e figura molto fondamentale nel suo percorso da allenatore:

“A lui devo tutto. Il mio percorso nel calcio mi ricorda un po’ quello di Chivu all’Inter che molti criticarono prima della scorsa stagione”.

Spazio poi anche ai campioni allenati nel corso della carriera: da Ronaldo il fenomeno passando per il ricordo a Franco Baresi, leggenda rossonera scomparsa pochi mesi fa all'età di 63 anni:

“Ho giocato con lui la mia ultima stagione, poi l’ho allenato. Franco era quello che accendeva la scintilla quando la partita non decollava. E lo stesso faceva Raul quando allenavo il Real Madrid”.

In chiusura, Capello ha voluto toccare anche le esperienze internazionali avute: dall'Inghilterra alla Russia fino alla Cina. Proprio l'avventura cinese è legata a un ricordo personale molto significativo per l'ex allenatore rossonero, che ha spiegato di essersi trovato bene ma di aver deciso di rientrare in Italia per una ragione familiare:

“Stavo bene in Cina, ma ogni volta che parlavo con mia moglie si metteva a piangere. Non poteva farla soffrire e sono tornato a casa”.

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