Albertini: “Milan, situazione criptica. Ibra, Rangnick? Serve unità d’intenti”

Demetrio Albertini, ex centrocampista del Milan, è intervenuto in diretta su ‘Instagram’ con il giornalista sportivo e tifoso rossonero Carlo Pellegatti

di Daniele Triolo, @danieletriolo
Demetrio Albertini

CALCIOMERCATO MILAN Demetrio Albertini, ex centrocampista del Milan, è intervenuto in diretta su ‘Instagram‘ con il giornalista sportivo e tifoso rossonero, Carlo Pellegatti. Ecco le dichiarazioni di Albertini:

Su quando il Milan e tornerà ad alti livelli: “A mo’ di battuta, parlando di attualità, potrei fare un paragone tra il Milan attuale e la conferenza di Giuseppe Conte di ieri sera, in cui non si capisce bene cosa si possa fare. La situazione al Milan mi sembra criptica. Mi auguro che presto ne esca il Milan, c’è un virus anche lì che forse va combattuto, anche se non so quale e come non essendo dentro. A parte le battute, ci vuole un progetto sportivo, perché ogni anno si riparte da zero. Sembra che non ci sia una linea con un progetto condiviso. Come prima cosa questa, quando stabilisci un percorso non puoi fare un filotto e sperare che vada tutto bene, quindi devi saper gestire le critiche e le difficoltà nei momenti di crisi. Devi credere fortemente nella strada che intraprendi. A livello tecnico, dico che in Italia i giovani devono essere accompagnati da giocatori più esperti. Anche i giocatori bravi, se fai una squadra solo giovane, non riesci a costruirli”.

Su Zlatan Ibrahimovic e se deve restare al Milan: “Io lo dico, secondo me se Ibra rimane in un progetto di un certo tipo, potrebbe fare da chioccia per qualche altro centravanti, anche senza giocarle tutte da titolare. Io credo che le ultime partite del Milan non siano andate così male e ho visto giocatori che sono cresciuti. Io lo dico, quando giocavo con Marco van Basten era più facile per me: il centrocampista avversario guardava più lui, perché era preoccupato. Sembrano cose tecniche semplici, ma fanno la differenza. Devi cominciare a fare un mercato di pochi giocatori ma che consideri più bravi di quelli che hai. Secondo, non puoi pensare che le cose buone le fai solo con il mercato”.

Sulla possibilità che un allenatore straniero come Ralf Rangnick possa funzionare nel Milan: “Non è il fatto che è straniero o non straniero. E’ il progetto di condivisione che serve. A me non dispiace Pioli, contestualizzando in questo momento storico del Milan. Noi all’inizio, quando arrivò Arrigo Sacchi, il Milan faceva fatica ad andare in Coppa UEFA. Serviva un allenatore che stressasse la squadra e la portasse oltre ai propri limiti. Quando è uscito il nome di Pioli come sostituto di Giampaolo, c’era una parte della società che diceva di sì e l’altra che diceva di no. Idem quando si parlava dell’arrivo di Ibrahimovic, una parte della società la voleva e l’altra no. Serve unità di intenti”.

Sul 3-0 al Monaco in semifinale Champions del 1994: “Fu una partita drammatica, in un certo senso, perché perdiamo due pedine importanti per la finale, come Franco Baresi e Alessandro Costacurta. Bisogna ricordare che era la prima semifinale in cui si giocava una partita secca. Giocavamo a San Siro perché ci eravamo qualificati primi ed eravamo favoriti. A fine primo tempo, sopra 1-0, ma in dieci contro undici e con due squalifiche già sicure, era un momento abbastanza delicato. Capita una punizione impossibile – a me da giovane facevano tirare solo quelle da lontano – e quel gol lo ricordo come una delle emozioni più importanti che ho vissuto. Non sono mai stato un grande goleador, più un assist-man”.

Sulla doppietta contro il Barcellona nel 2000-2001: “E’ stato uno dei momenti più importanti nella mia carriera. Con il Milan son stato in panchina cinque volte per scelta tecnica, nell’anno prima dell’Europeo. Quindi la stagione successiva avevo un sussulto di rivalsa dopo l’Europeo e mi capita un mezzo anno fino a dicembre in cui ci sono tante delle partite più belle che io ricordi, perché avevo raggiunto la maturità sia tecnica che come uomo. Tra queste c’è anche quella con il Barcellona, in cui era un momento di ricostruzione ed eravamo sotto 0-1 a San Siro. In quell’occasione, dalla disperazione o quasi, tiro da quasi 40 metri e mi ritrovo a calciare con grande fiducia e parte un tiro meraviglioso dritto per dritto che si insacca. Quella è anche una delle partite in cui faccio più tunnel, mi riusciva tutto facile”.

Sul debutto con il Milan e sul commento estasiato di Silvio Berlusconi: “Come si fa a non ricordare l’esordio nella tua squadra del cuore, che andavi in curva a tifare e in cui sei cresciuto nel settore giovanile? E’ impossibile. Ero andato in panchina fino ad allora e avevo solo 17 anni. Dopo il 3-0 contro il Como mi dicevo: ‘Se Pietro Paolo Virdis segna il rigore del 4-0, entro io’. E’ così è successo, sono uscito dalla buca e ho guardato San Siro, che era un po’ avvolto dalla nebbia per scaldarmi. Quando Arrigo mi chiama per entrare e mi dà le ultime indicazioni per entrare, entro ed ero talmente giovane e entusiasta che andavo a 2000 all’ora e dopo 2 minuti non ne avevo più. Mi ricordo anche un episodio, una punizione a nostro favore in cui ci siamo messi in due per allungarla. Io vado da una parte, l’altro si apre per far passare il tiro e io mi trovo per terra, perché Invernizzi mi aveva fatto lo sgambetto e mi aveva detto: ‘Ragazzino, non venire a rompere le balle qui, perché siamo già 4-0’. Mi ricordo anche un tifoso fuori dallo stadio cosa mi ha detto dopo la partita: ‘Ne ho visti tanti esordire, ma tanti si sono persi’. Io ero con i miei genitori che stavo festeggiando per l’esordio”.

Sul soprannome ‘Metronomo’: “Sei stato tu quello che mi ha dato il soprannome e tutto il mondo mi chiama così ancora oggi”.

Se Carlo Ancelotti lo saluta ancora quando lo vede: “Assolutamente sì. E’ successa la stessa cosa anche con il Milan, nelle vesti di Adriano Galliani, perché nella vita se ci pensiamo ci ricordiamo sempre la cosa negativa che fa rompere qualcosa e ci si scorda delle cose belle che uno ha vissuto. Invece io, anche nel caso di Carlo – che è stato il mio maestro in campo, perché mi aiutava tantissimo durante gli allenamenti – lo ringrazio nonostante tutto. Poi dovreste chiedere più a lui che a me se è ancora arrabbiato con me, visto che gli ho soffiato io il posto di titolare (sorride, ndr). La sofferenza passa, l’aver sofferto mai. Se io penso al momento quando sono andato via dal Milan con Ancelotti allenatore, l’ho vissuto male, ma poi passa. Come si fa a dimenticarsi tutto quello che ho passato con le persone del Milan. Sarebbe una bestemmia pensare di tagliare i ponti perché c’è stato un momento complicato”.

Su Arrigo Sacchi e Fabio Capello: “Sono la sintesi della mia carriera. Io dico sempre che Sacchi mi ha preso come calciatore e mi ha fatto diventare giocatore di calcio. Il calciatore calcia bene il pallone, il giocatore di calcio gioca con la squadra. Capello è stato quello che ha avuto il coraggio di mettermi titolare e di farmi giocare in una squadra di quel livello per tanti anni. Hanno creduto entrambi in me e mi hanno insegnato tanto per quanto riguarda la gestione della professione. Arrigo ripete spesso che io sono sempre stato l’unico che ha voluto lavorare con lui dopo la carriera da giocatore. Io distinguo gli allenatori in due categorie: quelli che insegnano e quelli che gestiscono”.

Sul segreto del Milan degli Invincibili: “Non accontentarsi mai e un senso di appartenenza incredibile. Alcuni allenatori mi hanno insegnato che nel calcio tutto è contagioso, sia nella negatività che nella positività. Io ho sempre sognato di finire la mia carriera al Milan, ma se dovessi tornare indietro rifarei la carriera che ho fatto, perché ho fatto altre esperienze e ho un panorama diverso. Il senso di appartenenza in quel Milan era contagioso, perché la gente che arrivava vedeva un gruppo di gente di Milano, professionale, e chi arrivava si adeguava oppure andava via. Lo spogliatoio, senza togliere nulla ad Adriano Galliani, si reggeva da solo. Lui veniva a Milanello solo per mangiare con il presidente Berlusconi. La forza arrivava da ciò che mi hanno trasmesso tutti i maestri: da Baresi, a Tassotti, Galli, Alberico Evani e tutti gli altri”.

Sul gol contro la Juventus e l’esultanza sotto alla curva: “Andavo poche volte sotto la curva dopo un gol, perché facevo gol al massimo da lontano e poi correvo verso il centrocampo. La mattina della partita con la Juve, arriva mister Capello che mi dice che avrebbe giocato Brian Laudrup, dopo che ero stato provato titolare sempre tutta la settimana. Non l’ho presa bene. Al pomeriggio alle 17 ci alziamo e Laudrup era indisponibile e Capello viene da me e mi dice che avrei giocato io. Mi capita quel gol di testa in mezzo a Jürgen Köhler e Júlio Cesar di testa, unico gol di testa della mia carriera”.

Sul 4-0 al Barcellona in finale di Coppa dei Campioni ad Atene nel 1994: “Sicuramente dopo aver vinto il campionato, abbiamo costruito la difesa in due settimane, perché mancavano i due difensori centrali. Si è provato anche Marcel Desailly come centrale, che lì non voleva giocare, e abbiamo perso a Firenze. Ricordo un incidente, che è dispiaciuto tanto, che è stata la rottura del tendine d’Achille di Eranio, che perse Mondiale e finale di Coppa dei Campioni. Prima della partita Johann Cruijff era baldanzoso. Il giorno della partita prendiamo i giornali in mano e vediamo sul Mundo Deportivo la foto di Cruijff con la coppa in mano. Nel tunnel degli spogliatoi gli spagnoli erano presuntuosi, quasi tutti più bassi di me. Io nella nostra squadra avevo solo Roberto Donadoni più basso di me, alto più o meno come me. Dentro di me ho pensato: ‘Minimo se la devono sudare fisicamente’. Invece poi abbiamo fatto la partita perfetta ed è andato benissimo”.

Sul Milan 1995-1996: “Era la squadra ‘prendi la palla, buttala avanti e si arrangiano’, perché avevi talmente tanto talento davanti che tu dovevi fare solo bene la fase difensiva. Non so come abbia fatto Capello a gestire un gruppo di calciatori con quel talento tutti nella stessa zona del campo”.

Sulla vittoria dello Scudetto del 1999: “Arrivavamo da due anni pessimi. Il primo anno è stato l’abbandono della vecchia guardia, perché si son ritirati Baresi e Mauro Tassotti e Filippo Galli era appena andato via. Il secondo anno è stato quello della legge Bosman, che apriva agli stranieri, che non sono riusciti ad inserirsi nel contesto di appartenenza rossonera di cui parlavo prima. Quello con Alberto Zaccheroni è stato un momento di ricostruzione, con un cambio di filosofia rispetto al passato. Qualche partita l’abbiamo vinta anche con fortuna, non è che facevamo sempre un calcio meraviglioso. Ci siamo ritrovati a 7 giornate dalla fine e la scintilla avviene a Milan-Sampdoria. Vincenzo Montella e un altro giocatore della Sampdoria si ritrovano davanti a Christian Abbiati al 90° e sprecano un’occasione 2 contro 1 sul 2-2. Poi cambio di fronte e calcio d’angolo per noi. Possiamo fargli fare tutto a Massimo Ambrosini, ma non battere le punizioni. Batte un calcio d’angolo lento, sbaglia il portiere ad uscire, arriva il pallone a Maurizio Ganz, la devia Marcello Castellini con la mano e va dentro. Era un segnale e l’abbiamo interpretato così”. QUI LE ULTIME SUL FUTURO DI ZLATAN IBRAHIMOVIC >>>

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