Una vita in panchina, da Fusignano a Madrid: settant'anni a tutto campo, ecco a voi il mito di Sacchi
PROFEZIA
Arrigo Sacchi fu un autodidatta. A spingerlo a calcare l’erba di gioco era l’ebbrezza di una passione genuina. Il colpo di fulmine glielo diede il calcio olandese degli anni settanta. Si, altro che il gioco nostrano. Ma i primi calci di Arrigo furono poca roba. Il baby Sacchi se ne accorse subito, nelle giovanili del Baracca Lugo: i piedi, povero lui, gli erano nemici. Meglio lasciarlo perdere il pallone, la scuola pure. Il padre, allora, gli offrì di lavorare per la sua ditta di scarpe. Il ragazzo, nelle vesti di rappresentate, inizia a viaggiare. La curiosità, però, è troppo forte; per il calcio, ovviamente. Così, al rientro in Italia, Arrigo approda al Fusignano. Prima dirigente, poi giocatore – senza buoni risultati – e poi l’illuminazione: proviamo in panchina. Perché il Fusignano, con le sue idee, vinse a destra e a manca.
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