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“Il mio non era un attacco a Mario Balotelli", parola di Gianluigi Buffon. La precisazione del portiere della Juventus e della Nazionale italiana (per le dichiarazioni integrali clicca QUI) sa di dietrofront. E anche mal riuscito.Perchè le parole rilasciate a caldo nel post partita di Italia-Uruguay sembravano un messaggio chiaro e diretto nei confronti di Balotelli, reiterato anche dalle dichiarazioni di Daniele De Rossi: stesso tono accusatorio e stesso obiettivo. Ma nessun nome. Il soggetto sembrava implicito: SuperMario.Non possono essere Verratti, Darmian, o De Sciglio le figurine di cui parlavano i due senatori azzurri. Difficile che se la siano presa con loro. Così come difficile che se la siano presa con Immobile nella sua unica partita giocata. Per carità, il concetto di fondo che oggi sottolinea Buffon è giusto: "Non basta far 3 partite bene in campionato per essere convocato in Nazionale, serve continuità, esperienza, serve sudarsela la maglia azzurra. La convocazione con i grandi deve essere un premio sofferto, una ricompensa". E oggi certamente non lo è, ha ragione Buffon. Nulla da dire se la riflessione fosse stata posta su questi binari.Ma non prendiamoci in giro. Qui il conflitto generazionale non c'entra niente, come - probabilmente - non c'entrano nemmeno le prestazioni dei singoli giocatori. In Brasile TUTTI potevano e dovevano dare di più. Semmai sotto accusa c'era il comportamento non eccepibile tenuto da 'qualcuno'. Giusto rimarcarlo, se veramente è stato così, facendo nomi e cognomi. Ma questi non sono stati fatti e far retromarcia oggi non ha senso. Non agevola nemmeno una pacifica e costruttiva riflessione.Se qualcuno ha sbagliato (Balotelli in testa, non è certo un santo) che si dica e che si analizzi con equilibrio quanto accaduto, ma lo si faccia alla luce del sole. Senza vigliaccate mediatiche. Tirare il sasso e ritirare la mano non è onorevole, e nemmeno da capitano. Altrimenti, passare dalla parte del torto, è un attimo.

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