Dalla rivoluzione tattica alla finale di Pasadena: il legame tra Sacchi e Baresi racconta la grandezza del Capitano
Quando Baresi raccontava il segreto del 'Milan degli Invincibili': "Vinto grazie a tre fattori"
Se c'è un incontro capace di spiegare la trasformazione definitiva di Franco Baresi da grande difensore a leggenda assoluta del calcio italiano, quello è senza dubbio l'arrivo di Arrigo Sacchi sulla panchina del Milan. Un connubio raccontato da Luigi Garlando sulle pagine de La Gazzetta dello Sport, che avrebbe cambiato per sempre non solo la carriera del capitano rossonero, ma la storia stessa del calcio moderno.
Prima di Sacchi, Baresi era già un ottimo libero, cresciuto nella tradizione difensiva italiana fatta di marcature strette e attenzione alla zona di competenza. Con l'arrivo del tecnico di Fusignano, però, quel ruolo venne completamente reinventato: Sacchi chiese ai suoi difensori di abbandonare l'idea del libero come ultimo baluardo statico, trasformandolo invece in un elemento capace di alzare il baricentro della squadra, giocare con coraggio anche lontano dalla propria area sposando con convinzione il nuovo calcio arrembante di Arrigo. Baresi abbracciò questa rivoluzione, diventando in poco tempo il simbolo vivente di quella nuova idea di calcio: rivoluzionario nei movimenti, con la sua capacità di rischiare in fase di impostazione, eppure sempre capace di garantire la solidità difensiva che il calcio italiano richiedeva.
Il legame tra i due, però, non si limitò mai alla sola componente tattica: Baresi rappresentava per Sacchi anche l'incarnazione perfetta dello spirito di squadra che il tecnico predicava, un giocatore capace di mettere sempre il collettivo davanti ai propri interessi personali, con un'umiltà che stonava con il suo status di stella assoluta del calcio mondiale. Il loro legame ha attraversato anche i momenti più duri: quando Baresi si ruppe un menisco alla vigilia di Usa '94, tornò in tempo per essere tra i migliori nella sfortunata finale di Pasadena, prima di piangere la propria delusione sulla spalla dello stesso Sacchi. Curiosamente, la carriera di Arrigo era partita proprio da una maglia numero 6, quella che indossò da giovane tecnico del Fusignano prima di diventare l'allenatore capace di reinventare il calcio italiano.
Baresi: umiltà e disponibilità
Anche nel dopo carriera, Baresi ha continuato a praticare quella stessa etica sacchiana fatta di umiltà e servizio: non ha mai preteso ruoli di primo piano, limitandosi a svolgere con dedizione la propria carica di vicepresidente onorario del Milan, sempre disponibile per inaugurazioni, tagli del nastro o presenze istituzionali che la società gli chiedeva quasi con imbarazzo. Proprio per questa disponibilità silenziosa, secondo Garlando, Baresi è stato per anni il ponte che ha tenuto uniti il "palazzo" dirigenziale del Milan e il popolo rossonero, restando "uno di noi" non solo nei momenti di gloria ma anche nella quotidianità.
C'è un'immagine, raccontata da Luigi Garlando, che più di ogni altra racchiude l'essenza di Franco Baresi. Una piovosa mattina di primavera, nella stagione 1996-97 ormai compromessa, con il Milan lontano dai vertici della classifica e a pochi giorni dall'addio di Baresi al calcio giocato dopo vent'anni di carriera, il capitano rossonero si tuffa in una scivolata per tenere in gioco un pallone che stava uscendo, in un allenamento che non avrebbe cambiato nulla. Nessuna logica di classifica lo giustificava. La risposta, scrive Garlando, era semplice: quel gesto era ciò che di più utile potesse fare in quel momento per i propri compagni. Questo era Baresi.
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