L'ex centrocampista rossonero commemora la scomparsa del Capitano: "Rifiutò la A per amore. Arrigo Sacchi, i video di Gianluca Signorini e la difesa a quattro"
Funerali Baresi: l'arrivo di Maldini con van Basten, Tassotti e Virdis | PM
Il doloroso addio a Franco Baresi continua a suscitare profonda commozione in tutto il mondo del calcio, stringendo l'ambiente del Milan in un grande abbraccio attorno alla memoria del suo eterno numero 6. Tra le testimonianze più toccanti ed autorevoli spicca quella di Alberico 'Chicco' Evani, colonna del centrocampo rossonero per tredici stagioni tra il 1980 e il 1993. Evani ha condiviso con Baresi ogni singola tappa della storia moderna del Diavolo, conoscendo da vicino l'uomo e il capitano. Per commemorarne la scomparsa, l'ex calciatore ha rilasciato una lunga ed intensa intervista sull'edizione odierna de 'La Gazzetta dello Sport'.
«Io arrivai a Milano a 14 anni, lui era un po’ più grandicello di me e andava già ad allenarsi con la prima squadra – ha esordito Evani ricordando i primi passi nel settore giovanile rossonero –. Si vedeva che aveva una marcia in più e tutti erano convinti che sarebbe diventato un calciatore da Milan. Ricordo Franco titolare a 18 anni nella squadra che ha vinto lo Scudetto della Stella. Non era ancora il Capitano, ma aveva la personalità del leader e per noi ragazzini delle giovanili era già un esempio».
La scelta della Serie B nel 1982: un gesto unico e la differenza con la Juventus
Uno dei passaggi centrali del ricordo di Evani è legato alla straordinaria fedeltà dimostrata da Baresi nei primi anni Ottanta, quando scelse di rimanere a Milano nonostante la retrocessione nella serie cadetta, una decisione che assunse contorni epici subito dopo la spedizione azzurra in Spagna.«Franco fece qualcosa di eccezionale, perché le offerte non gli mancavano di certo. In particolare nel 1982, quando dopo la seconda retrocessione era diventato Campione del Mondo. Poteva andare ovunque in Serie A, ma si dimostrò per quello che è sempre stato: non solamente un gran giocatore, ma una persona straordinaria, con valori immensi. Il suo senso d’appartenenza al Milan era totale».
Di fronte all'inevitabile parallelismo storico con quanto compiuto nel 2006 da bandiere della Juventus come Gianluigi Buffon e Alessandro Del Piero all'indomani dello scandalo Calciopoli, Evani ha voluto marcare una netta e sostanziale differenza di contesto:
«Un gesto nobile, ma se mi permette il contesto era assai diverso. I campioni della Juve avevano già vinto tanto in carriera e, comunque, potevano ben sperare che la squadra sarebbe tornata rapidamente a lottare per dei titoli, come infatti poi è stato, dato che la proprietà era forte. Franco, invece, rimase in un Milan sull’orlo del fallimento: in quel momento era più facile pensar male che sognare trofei. Lui era giovane, si prese il rischio di rovinarsi la carriera con quella scelta. E badi bene, non è che Baresi avesse da farsi perdonare nulla: lui saltò tre mesi per una brutta malattia nella stagione in cui retrocedemmo sul campo, altrimenti ci saremmo salvati. Semplicemente, l’amore per il rosso e il nero era più forte di tutto il resto».
La rivoluzione di Sacchi e la leggendaria difesa degli Invincibili
Con l'avvento alla presidenza di Silvio Berlusconi nel 1986, per Baresi e per il Milan è iniziata l'era dei trionfi internazionali. Evani la definisce come «la giusta ricompensa per il sacrificio che Franco aveva fatto anni prima. Baresi era già diventato il capitano, la fascia gliela affidò Ilario Castagner proprio in Serie B. Non che ce ne fosse bisogno, era già un leader riconosciuto da tutti».L'ex centrocampista ha poi fatto chiarezza sul noto aneddoto secondo cui Arrigo Sacchi mostrava a Baresi i filmati del difensore Gianluca Signorini, suo pupillo ai tempi del Parma: «È stata molto romanzata, benché Signorini fosse un gran bel giocatore. Di certo Sacchi ebbe un grande merito: trasformò Franco dal campione a livello individuale quale già era al maestro di un reparto e di un collettivo leggendario».
L'imbattibilità in allenamento e il fuorigioco perfetto
Evani ha confermato l'autenticità dei racconti sulla solidità del pacchetto arretrato composto da Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta, Franco Baresi e Paolo Maldini, considerati letteralmente invalicabili anche durante le sessioni di lavoro a Milanello:«Corrisponde a pura verità il fatto che non si facesse gol neanche in allenamento. Ricordo che Arrigo a volte faceva questi allenamenti 10 contro 4 per testare la difesa e gli unici gol di cui ho memoria erano con conclusioni da fuori area, altrimenti non c’era verso. Franco era un vero direttore d’orchestra. Forse oggi non si capisce quanto fu innovativo quel modo di difendere, perché allora le avversarie erano completamente spiazzate quando si alzava la nostra linea. Il regolamento poi era diverso, bastava un giocatore al di là e veniva fischiato l’offside, non c’erano le specifiche di oggi. Baresi nel comandare il reparto era di una precisione chirurgica, pensi che alla partita di addio al calcio di Demetrio Albertini ancora ricordava tutti i movimenti a memoria e faceva salire la difesa come ai vecchi tempi. Aveva 46 anni, eh».
Tra i dodici trofei sollevati fianco a fianco, il ricordo più dolce per Evani rimane legato alla stagione della svolta: «Resta il primo Scudetto del 1988. Tranne proprio Franco e pochi altri, in squadra nessuno aveva vinto qualcosa e fu davvero speciale. E poi senza quel trionfo non sarebbero arrivate le coppe dei Campioni, le Intercontinentali, le Supercoppe...».
L'epopea in Nazionale e l'impresa medica di USA '94
Il legame tra i due campioni ha trovato la sua massima espressione anche in maglia azzurra, in particolare durante il Mondiale del 1994 disputato negli Stati Uniti d'America, un torneo segnato dalla sfortuna ma anche da un recupero record che fa parte della storia dello sport:«'Condiviso' è proprio il termine giusto, perché io mi feci male alla prima partita e lui alla seconda. Lavoravamo insieme per recuperare, ma lui fece una vera e propria impresa, tornando per la finale dopo l’operazione al ginocchio. E vogliamo parlare di come giocò contro il Brasile di Romario? Fu leggendario. La finale di Pasadena, dove Baresi giocò a 21 giorni di distanza da un'operazione al menisco, fu una delusione tremenda, ma è anche lo specchio di cosa era Franco. Un uomo dedito alla causa, pronto al sacrificio. Non a caso i tifosi del Milan cantavano “c’è solo un Capitano”, con la “C” rigorosamente maiuscola».
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