E noi vogliamo ribadirlo, con rispetto, ma con fermezza: ridateci il Milan.
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C’è un momento in cui la pazienza finisce e resta solo la verità. Non una verità di comodo, non una verità aziendalista, ma la verità del cuore. Quella pronunciata oggi da Paolo Berlusconi e Fedele Confalonieri non è una semplice critica, è un atto d’amore disperato, un richiamo alle armi del vero milanismo. Vedere chi ha vissuto in prima persona l'epopea del Milan più vincente della storia parlare con tale sincerità, senza nascondersi, fa tremare la terra sotto i piedi dell'attuale gestione. A noi, che eravamo lì presenti con il nostro inviato Stefano Bressi, quelle parole hanno fatto effetto: sono state come un pugno in pancia. Forte, diretto, sincero. Che crea rabbia e malinconia. Rivogliamo il nostro Milan
Le loro parole, dirette come un tiro di Van Basten, tracciano un solco incolmabile tra il Milan del "Cuore" e quello del "Portafoglio". Paolo Berlusconi lo ha detto chiaramente: manca il sentimento. Quello rossonero non è mai stato un semplice club, era una famiglia, un’estensione della visione di Silvio Berlusconi, un uomo che il Milan lo sentiva scorrere nelle vene. Confalonieri, testimone dei primi passi di quell'avventura nel 1986, ci ricorda che i trionfi non nascono dai fogli Excel, ma dalla passione, dalla presenza, dal contatto umano negli spogliatoi. La sua è la critica più forte e feroce. Fatta col sorriso sarcastico sulla bocca e una dolce malinconia, ma ogni singola frase è una bordata. Vi lasciamo qua sotto la sua intervista, ascoltatela bene perchè non risparmia nessuno, da Rafael Leao ("Un finto campione") a Gerry Cardinale ("Ma cosa gli interessa del Milan?"), passando per Giorgio Furlani ("Non lo conosco, e non ci tengo neanche").
Il paragone non è solo doloroso, è impietoso. Da una parte la follia visionaria di Silvio, che investiva cifre folli per portare a Milano i migliori giocatori del mondo. Dall'altra, la gestione fredda, algoritmica, quasi "interista" – citando i retroscena di una tifoseria delusa – di Gerry Cardinale e della sua dirigenza (Furlani).La sensazione è che questa proprietà veda il Milan come un "prodotto", un asset finanziario da ottimizzare, e non come un bene culturale e sportivo da far primeggiare. La mediocrità dei risultati, la gestione del mercato basata sulla plusvalenza piuttosto che sull'ambizione, è lo specchio di una dirigenza che non ha capito, o non vuole capire, cosa significhi la cravatta gialla.
Quella di Paolo Berlusconi e Fedele Confalonieri è la voce dei tifosi che hanno memoria. Non si può chiedere gratitudine a chi sta smantellando l'identità rossonera in nome di una sostenibilità che, nel calcio di alto livello, è spesso sinonimo di ridimensionamento. Silvio Berlusconi non voleva un Milan "competitivo", voleva il Milan "invincibile". Oggi, le parole di chi gli è stato accanto ci ricordano che il milanismo non si compra e non si vende. Può essere momentaneamente sopito, ma la sua fiamma, alimentata da ricordi di Champions e da un amore incondizionato, è pronta a bruciare le carte dei contabili che stanno guidando la nostra amata squadra verso un grigio oblio. Paolo Berlusconi ci lascia con una piccola, flebile speranza: "Magari il Milan tornerà a un Berlusconi". Ad oggi, un sogno, più che un progetto.
E noi vogliamo ribadirlo, con rispetto, ma con fermezza: ridateci il Milan.
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