Si infittiscono i misteri in merito l'operazione di cessione del Milan da Fininvest a Sino-Europe Sports: ecco quanto riportano stamattina i media

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La tortuosa vendita del Milan rimane in piedi soltanto perché Fininvest non stacca la spina. Ormai è l’intera operazione a essere in bilico. Si fa strada l’ipotesi di un epilogo in linea con la bizzarra trattativa: che Fininvest si tenga i 200 milioni delle prime due caparre e che i cinesi di Sino-Europe Sports abbandonino la scena. Si concretizzerebbe uno tra i più disastrosi tentativi di speculazione finanziaria della storia. Yonghong Li, Presidente di SES, sceglierebbe il male minore: perdere 200 milioni, anziché indebitarsi ulteriormente con i 300 o addirittura i 740 della spropositata valutazione del pacchetto Milan (520 milioni, più 220 di debiti). Il closing è ancora possibile in extremis. Ma a lasciare intendere che l’affare rischi di saltare sono stati gli intoppi nell’afflusso in Italia del denaro, prestato da una nebulosa banca di Hong Kong a Sino Europe Sports, da sette mesi e mezzo acquirente sempre potenziale del club. Se una settimana fa filtrava scetticismo, adesso è rimasto il suffisso: filtra pessimismo. Per Fininvest, in ogni caso, non andrà male: incassare 200 milioni permetterebbe a Silvio Berlusconi di ripianare i debiti del Milan. Per ora, nonostante le rassicurazioni, i 100 milioni promessi mercoledì scorso non sono arrivati e i paletti sono stati spostati per l’ennesima volta più avanti. Ma non esiste più alcuna trattativa in esclusiva, essendo Sino-Europe Sports inadempiente. Di sicuro, anche se dovesse arrivare la terza caparra, a SES mancherebbero ancora tanti soldi: i 220 del saldo definitivo, più i 150 milioni per la gestione e la copertura delle perdite dal preliminare di agosto. Inoltre, essendo l’operazione a debito, SES dovrebbe restituire 40-50 milioni di interessi l’anno (inclusi gli attuali debiti del club con le banche). Secondo fonti finanziarie, SES starebbe prendendo tempo per convincere le autorità cinesi a sbloccare i fondi, di società controllate dal governo, congelati dalle norme di ottobre sull’espatrio di capitali. Ma non c’è riuscita in sei mesi: anche questa giustificazione traballa.

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