PIANETAMILAN news milan interviste Meani: “Tifo Milan dall’infanzia. Caso arbitri? Nulla in confronto a calciopoli. Ecco cosa penso di Schenone”

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Meani: “Tifo Milan dall’infanzia. Caso arbitri? Nulla in confronto a calciopoli. Ecco cosa penso di Schenone”

Gianluca Rocchi, ex designatore Arbitri
La sua avventura come addetto agli arbitri del Milan, il caso Rocchi e il confronto con calciopoli: Leonardo Meani si racconta ai microfoni della 'Gazzetta dello Sport'
Redazione PM

Ci sono nomi che il calcio italiano non ha mai davvero dimenticato. Leonardo Meani è uno di questi. Ex addetto agli arbitri del Milan, nel 2006 fu travolto dal ciclone di Calciopoli e condannato dalla giustizia sportiva a due anni e sei mesi di inibizione. Per molti divenne il simbolo di una stagione controversa: il dirigente che parlava con i direttori di gara, il ristoratore di Lodi finito al centro delle intercettazioni, la figura che, secondo alcuni, il club sacrificò per limitare i danni e difendere una qualificazione in Champions League poi trasformata in trionfo ad Atene contro il Liverpool.

Vent’anni dopo, mentre il dibattito sugli arbitri torna d’attualità, il suo nome riemerge. E a lui inevitabilmente fischiano le orecchie. Oggi Meani ha scelto una vita diversa, lontano dai riflettori: guida “L’Isola Caprera”, il suo ristorante, aperto tutte le sere tranne il martedì e il mercoledì, quando in televisione c’è la Champions. In mezzo, solo silenzio e un’unica intervista rilasciata dieci anni fa.


Inchiesta Arbitri, parola all'esperto: l'intervista Leonardo Meani

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Ai microfoni della 'Gazzetta dello Sport', Meani rompe di nuovo il silenzio. Parla delle intercettazioni, del Milan che ha sempre tifato fin da bambino e del nuovo caso arbitrale che anima il dibattito in queste settimane. E lo fa con una convinzione chiara: ciò che accade oggi, sostiene, non è nulla in confronto a Calciopoli. Di seguito, un estratto della sua intervista concessa alla 'rosea'.

Sulla vicenda calciopoli: “Il 7 maggio 2006 il mio nome apparve sulla Gazzetta. Eravamo a Salsomaggiore con la squadra, ricordo Pippo Inzaghi che a colazione mi chiama e, con il giornale in mano, scherza: ‘C’è qui il tuo nome, ora ti vengono a prendere'. Restai per un mese e mezzo sotto scorta della Polizia, dopo una telefonata in cui avevano minacciato di bruciarmi il ristorante. Scappai all’Elba e anche lì, poliziotti a piantonare la casa. C’erano giornalisti ovunque, anche in incognito tra i clienti”.

Sulle persone del mondo Milan con cui è rimasto in contatto:“Non sono rimasto in contatto con nessuno, in realtà. Ho parlato con Galliani qualche volta, Ramaccioni è venuto lo scorso anno a pranzo. Non molto altro. Eppure, Kakà organizzò il suo pranzo di fidanzamento al mio ristorante e una sera Ancelotti e i giocatori rimasero fino alle 3 di notte a cantare e giocare con un pallone”.

Su un possibile ritorno nel mondo del calcio:"Non ci ho mai pensato. Il calcio mi piace ma, quando hai vissuto il Milan in Champions, non puoi andare al Fanfulla. Con tutto il rispetto…”.

Sulla sua fede rossonera:“Sono milanista dall'infanzia, da Rivera. Mio papà era un super tifoso granata, così tifoso che quando il Toro perdeva spegnava la televisione e nessuno poteva vedere la Domenica Sportiva. Mia mamma era un’interista brianzola ma io non ho mai avuto dubbi: Milan. Iniziai a dare una mano per l’accoglienza degli arbitri in un Milan-Bruges del 1990. Ricordo ancora chi era stato designato: Forstinger, austriaco. Poi diventai uno della squadra, stavo con i calciatori, in campionato andavo in panchina e in Europa guardavo dalla tribuna”.

Sul momento più bello della sua carriera:“Impossibile scegliere, però l’anno dello scudetto di Zaccheroni è stato speciale. In quella stagione, arbitravo anche le partitelle in allenamento. La stagione girò definitivamente il 2 maggio, con il 3-2 alla Samp: tiro di Ganz al 95’ deviato in porta da una mano di Castellini. L’arbitro Braschi alla fine mi confessò: ‘Due minuti prima, sul tiro di Catè parato da Abbiati, avevo già il fischietto in bocca'. Ero sicuro che avrebbe segnato”.

Sul "tradimento" al Milan:“Una volta stavo per tradire il Milan. Facchetti mi chiamò, mi voleva all’Inter. Andai a casa sua, siamo sempre stati vicini, lui di Treviglio e io di Lodi, Poi scoppiò Calciopoli”.

Sull'inchiesta arbitri di oggi: “All’inizio mi ha colpito: non credevo sarebbe potuto succedere. Ora mi pare infinitamente meno grave che nel 2006, non c’è un sistema come quello della vecchia Juve. Guardando un Fiorentina-Bologna capii che la Juve era incredibilmente potente. Ammonirono due giocatori e il telecronista disse: ‘Anche Tizio domenica salterà la sfida importante con la Juventus, era diffidato’. Andai a controllare: scoprii che succedeva spesso. Gli arbitri di oggi, all’epoca, sarebbero stati mangiati: serviva molta più personalità”.

Sulla classe arbitrale odierna:“Cambierei molte cose. Il presidente dell’Aia dovrebbe essere nominato dal Consiglio federale, non eletto dagli associati. Agli arbitri darei un fisso stagionale, non un gettone a partita che crea un meccanismo sbagliato: se un arbitro viene mandato sempre in campo, finisce per sentire un debito di riconoscenza. Al designatore, un buon rimborso spese, perché non può guadagnare 250mila euro all’anno: per me, sono troppi soldi. Oppure tornerei al sorteggio integrale, come negli anni Ottanta. Quanto ai guardalinee, presto spariranno, sostituiti da una telecamera che si muove su un binario e non sbaglia mai il fuorigioco”.

Sul ruolo del Club refree manager e su Schenone:“Fosse per me li abolirei, sostituiti da un delegato Figc che accompagna l’arbitro allo stadio. Sarebbe meglio per tutti”.