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PIANETAMILAN news milan interviste Cassano: “In Italia andiamo ancora dietro ad Allegri. Maldini non è un mio amico, ma vi dico una cosa”

INTERVISTE

Cassano: “In Italia andiamo ancora dietro ad Allegri. Maldini non è un mio amico, ma vi dico una cosa”

Cassano: 'Calcio italiano di bassa qualità? Perché andiamo dietro ad Allegri'. Poi parla di Maldini
Antonio Cassano, classe 1982 ex attaccante anche del Milan in Serie A, ha parlato in esclusiva al 'Corriere della Sera' oggi in edicola. Le dichiarazioni di 'FantAntonio' non sono mai banali e sempre tendente al critico. Eccone uno stralcio
Daniele Triolo Redattore 

Antonio Cassano, ex attaccante in Serie A anche del Milan, per 18 mesi, tra il gennaio 2011 e il giugno 2012, con 8 gol in 40 partite e uno Scudetto e una Supercoppa Italiana nel suo palmarès, ha rilasciato un'intervista in esclusiva al 'Corriere della Sera' oggi in edicola. Ecco, dunque, le sue dichiarazioni.

Ex Milan, le dichiarazioni di Cassano al 'CorSera'

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Sul 'New York Times' che, dopo il derby di Milano, ha scritto come il calcio italiano sia «una slow motion ma almeno puoi ancora goderti il 40enne Luka Modrić»: «Premesso che Modrić è uno dei grandi della storia, il derby è stato bruttissimo. Andiamo piano, siamo senza ritmo, senza qualità. Lo dico da anni, anche se lo dico in malo modo».


Sul perché la qualità del calcio si sia così abbassata: «Succede solo in Italia, dove continuiamo ad andare dietro a Massimiliano Allegri — che ha meritato di vincere il derby sia chiaro —. La nostra filosofia è difenderci bene, sperando che succeda qualcosa davanti: ma è passata ormai da quindici anni».

Su chi figura sul suo podio di allenatori: «Pep Guardiola, poi Marcelo Bielsa e Roberto De Zerbi, che non hanno vinto ma propongono sempre idee diverse, giocando un calcio divino a mille all’ora. Adesso tutti hanno scoperto Andoni Iraola del Bournemouth, ma sono tre anni che fa un gioco bellissimo. Per me il calcio è un’altra cosa da quello di Simone Inzaghi o Allegri».

Su chi ha vinto in Italia con un calcio moderno: «Luciano Spalletti è stato meraviglioso. Anche Antonio Conte. E Roberto Mancini ha fatto un Europeo fantastico: con l’Italia di Cesare Prandelli del 2012 è stata la Nazionale migliore, poi noi abbiamo beccato in finale la Spagna, forse la più forte della storia».

"Per me fare una partita di livello significava far divertire la gente"

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Sulla sua idea di calcio: «La mia idea è sempre stata quella del calcio dei numeri 10. Io emergo nel 1999 quando c’erano Gianfranco Zola, Mancini, Francesco Totti, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Andrea Pirlo spostato in mediana, Manuel Rui Costa, Ricardo Kaká. Per me fare una partita di livello significava far divertire la gente, farle vedere la giocata, un cross come si deve, un assist. Poi sono innamorato di Rinus Michels, anche se l’Olanda non ha mai vinto niente, di Johan Cruyff, di Arrigo Sacchi, Luis Enrique, Guardiola: gente che ha cambiato il calcio, andando ben oltre i trofei vinti. Gente coraggiosa. Ai tifosi interessa vincere? Allora devono tifare Guardiola. Oppure guardare quello che sta costruendo Cesc Fàbregas a Como».

Sulla Nazionale Italiana impegnata presto nei playoff Mondiali: «Motivi di ottimismo? Ne ho due: l’allenatore e il portiere, che è l’unico campione che abbiamo. Gennaro Gattuso tirerà fuori l’anima dai giocatori, anche attaccandoli al muro se serve. Temo la seconda partita, se sarà in casa del Galles che gioca a mille all’ora: abbiamo personalità e ritmo per farcela? Ne dubito».

Sulla nuova convocazione in azzurro del 34enne Marco Verratti: «È un rischio, non c’è dubbio. Ma Nicolò Barella e Sandro Tonali non sono mai stati dei leader, poi c’è Manuel Locatelli che per me è improponibile. Verratti al 40% è meglio. Ma poi c’è anche il problema dell’attacco».

Su un suo possibile impegno in prima persona, in Federazione: «Non sarei capace, devo essere onesto. Una sola persona può cambiare le cose da Presidente federale e premetto che non è mio amico e non lo sento: Paolo Maldini. Ha uno status, ha studiato, sa di cosa parla, non ha padroni».

Su come l'ha cambiato il calcio: «Solo a livello economico. Io dovevo portare il pane a casa, avevo fame. Altrimenti potevo fare il panettiere o il barista. Per me il calcio era divertimento, volevo stare bene. Per il resto, ero una testa di ca**o, lo sono ancora e lo sarò sempre. Però con tutti i disastri che ho fatto non ho mai fatto male a nessuno, solo a me stesso. E nessuno può dire che non sono una brava persona».