Sacchi: “Pressing, Ancelotti, manita al Real: lì nacque la rivoluzione Milan”

Arrigo Sacchi, ex tecnico rossonero, ha ricordato a ‘La Gazzetta dello Sport’ il 5-0 di Milan-Real Madrid, Coppa dei Campioni, accaduto il 20 aprile 1989

di Daniele Triolo, @danieletriolo
Arrigo Sacchi

NEWS MILANArrigo Sacchi, ex tecnico rossonero, ha ricordato a ‘La Gazzetta dello Sport‘ oggi in edicola il 5-0 di Milan-Real Madrid, gara di Coppa dei Campioni, accaduto il 20 aprile 1989. Queste le dichiarazioni integrali di Sacchi:

Su come preparò quella partita: “Due settimane prima, al ‘Bernabéu’, ci avevano derubato. Annullato un gol validissimo di Ruud Gullit per un fuorigioco assurdo. Ricordo che non protestammo. Finì 1-1 e da lì partimmo per costruire l’impresa. I ragazzi erano fisicamente al massimo e lo erano anche mentalmente. Avevano una rabbia dentro che non poteva non scatenarsi sul campo”.

Sui cinque marcatori diversi di una squadra leggendaria: “Eravamo una squadra, non un insieme di singoli. Però non è stato semplice arrivare fin lì”.

Sull’infortunio di Alberico Evani il giorno prima del match: “Alla vigilia io provavo tutte le situazioni che avremmo potuto trovare in campo. E chiedevo il massimo impegno: ritmi alti, contrasti duri. Succede che, in un tackle, il giovane Demetrio Albertini mette fuori causa Evani: che fare?”.

Su come rimediò a questo: “Fu l’unica volta che convocai i giocatori di cui mi fidavo di più per avere un consiglio, ma poi scelsi di testa mia. Avevo due alternative: inserire Pietro Paolo Virdis in attacco, spostare Roberto Donadoni sulla fascia e mettere Gullit a fare la mezzapunta; oppure avanzare Frank Rijkaard da difensore a centrocampista, piazzare Alessandro Costacurta al suo posto e spostare Carlo Ancelotti a sinistra, che non era certo il suo ruolo”.

Sulla sua decisione: “Feci la cosa più illogica, Ancelotti a sinistra con il numero 11. Carletto, oltre che intelligente, era generoso, e questo mi faceva stare tranquillo”.

Sul primo gol della serata, proprio di Ancelotti: “Mamma mia che cannonata tirò! Ma riguardate l’azione e scoprirete un segreto del mio Milan: Ancelotti, che era l’ultimo di sinistra a centrocampo, venne a recuperare il pallone sul centrodestra, in zona offensiva, e da lì cominciò tutto. Il gruppo lavorava seguendo uno spartito, tutti si aiutavano, c’era sinergia: lo ripeto sempre che la squadra migliora il singolo e il gol di Carletto ne è la dimostrazione”.

Sugli attimi prima dell’ingresso in campo: “I giocatori stanno facendo il riscaldamento, quelli del Real Madrid già rientrati negli spogliatoi per prepararsi. Io sono assieme a Silvio Berlusconi. Ad un certo punto dallo spogliatoio del Real Madrid arriva un grido pazzesco: era il loro giuramento, quello che facevano prima di ogni partita. Berlusconi mi fa: ‘Arrigo, ha sentito? Facciamolo anche noi!’ e io: ‘Dottore, quelli urlano dalla paura’. Avevo ragione”.

Su cosa resta di quel Milan-Real Madrid a distanza di 31 anni: “Tutto, ricordo ogni azione, ogni momento. Lì cominciò la rivoluzione. Mi spiego: avevamo già fatto grandi cose, ci ammiravano, però quando tu batti il Real Madrid, cioè il club più vincente al mondo, allora ricevi davvero la laurea. Pensi che, dopo quella partita, in ogni stadio i tifosi avversari del Real Madrid gridavano ‘Milan, Milan, Milan!’. Me l’ha detto Emilio Butragueño: per loro quella sconfitta fu il segnale che erano vulnerabili”.

Sulla Milano tutta rossonera e impazzita di gioia: “Il pubblico fu straordinario: più di 70mila persone che ci sostennero dall’inizio alla fine e ci diedero le energie che ci servivano. Li ripagammo con una prova di rara bellezza. E vi confesso una cosa: anche gli interisti, per quanto ovviamente non potessero essere contenti dei nostri successi, erano ammirati dal nostro modo di fare calcio. Io, quando tornai a casa quella sera, sentii di aver realizzato un sogno”.

Sul segreto dietro quell’impresa: “La cultura del lavoro: sgobbavamo come matti, curavamo i dettagli ed i risultati si vedevano sul campo”.

Sul segreto dal punto di vista tecnico: “Il pressing, senza dubbio. Squadra corta, aggressiva: se uno porta il pressing a destra, tutti quelli del reparto ruotano e danno copertura. All’inizio, quando sono arrivato al Milan, è stata dura convincere i giocatori, ma poi ci sono riuscito grazie all’aiuto della società ed adesso, 31 anni dopo, siamo ancora qui a parlarne. Significa che abbiamo fatto qualcosa di grande”.

Sul modo in cui la società stette vicino al tecnico: “Mi assecondò nelle scelte. Io volevo interpreti adatti, per carattere e personalità, al mio schema di gioco. Berlusconi ed Adriano Galliani mi accontentarono, altrimenti sarei andato in difficoltà. Dico la verità: per un solo giocatore avrei fatto uno strappo alla regola”.

Sul nome del ‘prescelto’: “Diego Armando Maradona, logico. Una volta mi telefonò per convincermi ad andare ad allenare il Napoli. ‘Venga, mister. Qui ci sono io e partiamo sempre da 1-0 …’. ‘È vero, Diego – gli risposi -, ma quando tu non ci sei come facciamo?’. La squadra per me è sempre stata più importante del singolo giocatore. E i miei giocatori del Milan, grazie all’aiuto del gioco, sono diventati i migliori nei rispettivi ruoli: prima non lo erano”. LE ULTIME SUL FUTURO DI GIGIO DONNARUMMA >>>

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