Su Sacchi e se si era già capito dove sarebbe voluto arrivare: «Ancora no, la svolta ci fu successivamente contro il Verona, alla sesta giornata, vincemmo 1-0, prima eravamo in difficoltà. Nonostante ci allenassimo duramente, i risultati non arrivavano, tant’è che fummo eliminati dall'Espanyol in UEFA. Da Verona cambiò tutto: vincere aiuta a vincere. A Pisa ancora non eravamo in quella situazione, eravamo una sorta di laboratorio, fermo restando che il laboratorio era sempre in essere».
"Sacchi era maniacale e stakanovista"
—Galli su com'era Sacchi in allenamento nel suo Milan: «Maniacale, attento al minimo dettaglio. Sul campo ti spostava anche di pochi centimetri rispetto a una palla laterale. Era uno stakanovista che amava il gioco e ti veniva a correggere, non mollava mai».
Su cosa chiedeva in particolare ai difensori: «Di tenere la squadra corta, con la linea molto mobile. Quando l'avversario poteva calciare la palla verso la difesa, dovevi “scappare”, guadagnare tempo verso la tua porta. Quando invece la palla era coperta, dovevamo accorciare in avanti in questo famoso elastico difensivo. Gli allenamenti si basavano su questo, noi giocavamo in sincronia, eravamo un corpo unico».
"Ci ha fatto entrare nella storia per come abbiamo vinto"
—Su quanto è stato importante Sacchi per la crescita della difesa formata da lui, Mauro Tassotti, Franco Baresi e Paolo Maldini, con l'aggiunta di Alessandro Costacurta più avanti: «Ma non solo per quello. Sacchi è stato fondamentale per tutto quel ciclo vincente del Milan. Il suo merito è stato di averci fatto entrare nella storia non per quanto abbiamo vinto, ma per come abbiamo vinto, questo voglio sottolineare».
Sul guardare Sacchi un po' come un alieno: «No, questo no. Noi conoscevamo Sacchi perché avevamo giocato una partita contro il suo Parma in Coppa Italia. E sapevamo che affrontare le sue squadre fosse come avere la sabbia nelle mutande (sorride, n.d.r.)».
"In Italia un calcio prima e dopo Sacchi"
—Galli sul Milan di Sacchi come spartiacque nella storia del calcio italiano: «Sì, credo che si possa dire al di là dell’essere milanisti o meno. In Italia c'è stato un calcio prima e dopo Sacchi».
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Sul pensiero che gli viene guardandosi indietro a quasi 40 anni di distanza: «La bellezza di quella squadra. Per me eravamo come il Boléro di Ravel: prima ci sono pochi strumenti, poi piano, piano ne entrano sempre più di più. Un continuo crescendo, come noi».
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