Crede che all'Inter avrebbe potuto fare di più? "Purtroppo lego ai colori nerazzurri l'operazione alla schiena che andò male. L'intervento venne fissato per dicembre: avrei dovuto rientrare in un mese e mezzo, ma sbagliarono qualcosa e ne uscii distrutto. Due anni fermo. La gente diceva che non avessi voglia, tirarono fuori persino storie di cocaina. Mi fanno ridere ancora adesso. Semplicemente, dopo l'operazione mi si atrofizzò il muscolo. Ed è rimasto così oggi. Non potevo più tornare quello di prima. Il rapporto con l'Inter si incrinò un po' proprio a causa di tutto questo. Avevo paura. E alla fine quello che è rimasto fregato sono stato io. Prima di quell'intervento ero fra i 3 terzini più forti al mondo".
Addirittura? "Non lo dico io, ma Roberto Carlos. Lo dichiarò in un'intervista a Marca quando andai via da Barcellona: 'Loro stanno crescendo e puntano a raggiungere il Real, ma si sono lasciati scappare uno dei terzini più forti al mondo'. Mi fece piacere, ma ne ero consapevole. E pensa che anni dopo sfiorai proprio il Real. Dal Livorno...".
Quando? "Nel 2006, dopo l'infortunio, Donadoni mi chiamò al Livorno dicendomi che avrei potuto giocare anche su una gamba sola. Avevo bisogno di sentirmi così. Allora rifiutai una proposta del Newcastle dove per una settimana Belozoglu mi aveva fatto da cicerone prima che firmassi, feci marcia indietro e andai dritto in Toscana. Giocai talmente bene che arrivarono due uomini molto importanti del Real per portarmi a Madrid. Finì che mi spaccai il crociato poco dopo... Lì decisi di smettere di giocare a 31 anni. Ero morto. Non ne potevo più. Qualcuno dice che avrei potuto fare meglio, ma con tutti quegli infortuni ho giocato comunque per Milan, Inter e Barcellona. C'era anche tanta invidia nei miei confronti: ero bello, calciatore, stavo con delle belle ragazze. Non mi sono mai nascosto dalla cattiveria della gente".
Una mini parentesi al QPR prima dell'addio, ma finì per discutere con Briatore. Disse: "Coco è un gran maleducato, se ne è andato come un ladro". "Tutto sistemato, anni dopo ci siamo rivisti e abbiamo chiacchierato di tutto fuorché di quella parentesi. Nessuno dei due era arrabbiato, più che altro si trattava di una situazione surreale. Accettai di valutare l'idea di chiudere al Queens Park Rangers in Championship, ma non c'erano i palloni, le casacche, nessuno era venuto a parlarmi di nulla se non l'allenatore, Luigi De Canio. Nemmeno del contratto! Così tre giorni dopo il mio arrivo presi un aereo e tornai in Italia".
"Derby? Ecco qual è il mio rimpianto"
—Torniamo al derby: giocati 5, vinti zero. Un rimpianto? "Si dice sempre che il derby non si gioca, ma si vince. Per me non vale... Però mi sarebbe piaciuto soprattutto segnare: quella in realtà è la cosa a cui ripenso più spesso e soprattutto più mi manca, perché me lo sono immaginato tantissime volte ma non ho mai neanche tirato in porta né contro l'Inter né contro il Milan. Ai miei tempi secondo me si sentiva di più l'atmosfera da derby soprattutto in campo, perché sugli spalti resta la stessa. Ma una cosa resta uguale: l'imprevedibilità. Può sempre vincere chi sulla carta parte sfavorito, conta solo come si interpreta emotivamente".
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Quindi, chi vince? "In questo momento l'Inter sicuramente è più squadra. Gioca insieme da più tempo, è più forte tecnicamente, ha giocatori bravi soprattutto davanti. Non sarà però un dettaglio l'assenza di Lautaro, perché è uno di quelli che rispecchia il giocatore da derby. Lo sente, ci mette quel qualcosa in più di cattiveria, agonismo, grinta. Ma stabilire chi vince è impossibile".
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