Finale ad Atene: La finale col Barça ad Atene? Un giorno incredibile. Ricordo che arrivammo lì con il nostro aereo privato insieme a Baresi e Costacurta, che non poterono giocare quella partita. All’inizio eravamo preoccupati, ma con i gol di Massaro, Savicevic e Desailly concretizzammo una superiorità in campo applaudita da tutto il mondo. Quanto a ciò che dici sul declino di quel Barça… non lo so. La vedo diversamente: forse tutto questo anticipò la rinascita del club blaugrana. Oggi, senza dubbio, uno dei migliori al mondo. La vita è ciclica, e l’importante è avere la forza di ricominciare».
Sull'acquisto del Milan: «Siamo sempre stati milanisti. Fin da piccoli. Il club stava attraversando un momento di decadenza. Era perfino sceso in Serie B. Il presidente Giuseppe Farina nel 1986 era praticamente alla fine, e allora Silvio pensò che fosse arrivato il momento di restituire alla città ciò che Milano aveva dato a lui. La nostra candidatura fu naturale. Avevamo chiara questa operazione. C’era anche l’opzione di entrare in società con un petroliere italiano, ma non andò in porto, perchè il suo proposito era vendere i simboli: Baresi, Maldini… i gioielli della corona.
Decidemmo che con un socio così non saremmo andati da nessuna parte. Alla fine lo acquistammo noi. Silvio disse subito: «Questo non basta. Questo Milan deve diventare la migliore squadra del mondo». La gente non gli credeva, ma alla fine non poté fare altro che dargli ragione. Quanto costò quel Milan? Non lo ricordo bene. Credo trenta miliardi di lire di allora. Ovviamente i prezzi allora erano completamente diversi da quelli di oggi».
Sul Milan di Sacchi: «Senza dubbio fu un successo. Non aveva mai allenato grandi squadre, ma nel suo club sorprendeva e incantava con un calcio moderno. Silvio si innamorò di lui. Sacchi, allo stesso modo, di mio fratello Silvio. Tutto funzionò alla perfezione. Se dovessi nominare una caratteristica principale direi la qualità totale che avevamo. Almeno dieci degli undici erano tecnicamente straordinari.
Questo non si vede più, almeno in Italia. Era un meccanismo che funzionava. Eravamo consapevoli di essere molto forti. Pensa che a mio fratello non bastava vincere: voleva convincere attraverso un calcio fantastico. Voleva divertire. Il calcio di oggi è molto laterale, con meno gol. Prima verticalizzavamo continuamente. Non smettevamo di segnare. Era ciò che affascinava di più mio fratello».
Dai successi ai sogni proibiti...
—Sui successi rossoneri: «Un’altra cosa che ossessionava Silvio. Dovevamo andare a vincere ovunque. Attaccare, comandare, zero speculazioni. Niente calcolatrice, niente formule matematiche. Prima, ad esempio, la logica diceva che in casa si vince e fuori si pareggia. Così avevi la certezza di vincere il campionato, ma a noi non bastava. Era un’idea ormai obsoleta.
Un’altra idea era mostrare al mondo che l’Italia non era solo catenaccio costruito su difesa e contropiede. Voleva rompere schemi e cliché. Il nostro Milan non smetteva mai di attaccare. Ricordi le nostre sfide contro il Real Madrid in Coppa dei Campioni? Non c’era differenza tra San Siro e il Bernabéu. A Madrid ci applaudivano, perché erano abituati al bel calcio».
I sogni proibiti di suo fratello Silvio: «Avevamo stelle incredibili. A volte giocavamo con tre Palloni d’Oro in campo. Papin, per esempio, era in panchina. Questo ti dà l’idea. Gli piacevano molto gli olandesi, ma anche Savicevic, Baresi, Maldini… Non voglio fare nomi perché ho paura di dimenticarne qualcuno. Shevchenko, Ronaldinho… Che giocatore il brasiliano! Ha regalato la sua fantasia all’universo Milan. Se dovessi dire dei nomi, forse Maradona e Totti. Li ammirava. Non abbiamo mai provato a ingaggiarli, perché Silvio credeva nei simboli dei club. Sapeva che erano rispettivamente di Napoli e Roma. Berlusconi diceva che quelli non si toccavano.
Quando un giocatore stava bene nel Milan di mio fratello non esisteva club al mondo che potesse portarglielo via. Non è presunzione, è la realtà. Perché si creavano rapporti di stima e affetto. Ti faccio l’esempio di Shevchenko, quasi un figlio. Quanto ai rapporti con Barça o Real Madrid… molto buoni e sani. Il nostro ambasciatore era Adriano Galliani, uomo chiave. Braida rappresentava il braccio esecutivo di una mente brillante: Galliani. La nostra società era una famiglia, e i giocatori lo percepivano. Il Milan di Silvio ha cambiato il modo di percepire il calcio in Italia».
sulla finale contro la Steaua: «Avevamo appena vinto il campionato. Il primo dell’era Berlusconi. Per fortuna riuscì a vederlo nostro padre (Luigi, dirigente di banca). Morì pochi mesi prima di quella partita che citi a Barcellona. Quella gara fu incredibile. Fu un esodo di tifosi milanisti. Direi settanta o ottantamila. Credo che non vedremo mai più nulla del genere. Pochissimi rumeni per vari motivi. Quello fu l’inizio di una grande avventura.
Il preludio è quando arriva a Milanello in elicottero con in sottofondo la Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Tutti si chiesero: «Che cosa sta succedendo qui?». Poi metterei, in quest’ordine, il primo scudetto, la vittoria contro lo Steaua. I tifosi devono sapere una cosa: si vive non solo il presente, ma anche il futuro e il passato. Il nostro, in questo caso, è forse il migliore di tutta la storia. Non credo che molti possano dirlo».
Sui calciatori di quel Milan: «Silvio amava i più grandi. Per questo qui sono arrivati poi Rivaldo, Ronaldo, Ronaldinho, Redondo, Beckham… Sì, può sembrare che in alcuni casi arrivassero al tramonto della carriera, ma che importa… A proposito, Ronaldinho no, perché il suo contributo fu fondamentale. Aveva ancora molto calcio nelle gambe.
Sai cosa faccio quando sono triste? Mi guardo vecchi video del Milan. Con Ronaldinho, gli olandesi… Vedere quei nomi… Rui Costa… e tanti altri. Mi dà gioia, e basta. Non so cos’altro aggiungere. Mi viene in mente Van Basten, che a soli 28 anni dovette ritirarsi. Fa parte della vita, bisogna accettarlo».
Sul Milan attuale: «Cosa direbbe Silvio se fosse ancora vivo? Devo correggerti. Silvio Berlusconi è ancora qui. Sì, nel cuore di tutti i tifosi milanisti. Ci guarda dal cielo e, vedendo questo, sono certo che darebbe qualche consiglio. Parlava sempre con i nostri tecnici. Erano indipendenti, anche se attenti ai consigli del presidente. Oggi questo Milan, che vuoi che ti dica? Un grande problema tecnico. Anche serio. Detto questo, la vita è ciclica. Bisogna credere, perché arriveranno tempi migliori».
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