Sacchi e lo Scudetto del 1988: “Ci credevamo solo io e Berlusconi”

Sacchi e lo Scudetto del 1988: “Ci credevamo solo io e Berlusconi”

Arrigo Sacchi racconta nel giorno dei 30 anni dal primo Scudetto dell’era Silvio Berlusconi: “Senza il Presidente non sarebbe stato possibile”

di matteotesta

Oggi 15 maggio ricorrere il trentennale del primo Scudetto dell’era Berlusconi. Nello stesso giorno del 1988 il Milan pareggiando a Como per 1-1 alzò il suo undicesimo tricolore della sua storia, che fu anche il primo trofeo in rossonero dell’allenatore di allora Arrigo Sacchi. L’ex Commissario Tecnico della Nazionale ha rilasciato una lunga intervista a ‘Sportmediaset.it’ in cui ha raccontato i ricordi e le emozioni di quella stagione così speciale.

“La società veniva davanti a tutti noi. Senza il Presidente Berlusconi nulla sarebbe stato possibile. Lui ce lo diceva sempre: si può far diventare possibile l’impossibile. Berlusconi credeva nello Scudetto, e anch’io mi convinsi in fretta. Ma la squadra non era pronta. Ricordo che Mauro Tassotti mi disse: ‘Mister, oltre al quarto passaggio non riusciamo a pensare. Va bene il primo, il secondo, ma poi si fa dura’. Questa fase è durata un po’, ma poi piano piano vedevo che i ragazzi si stavano convincendo che era possibile un altro calcio. E fu la svolta”, racconta Sacchi.

“Ricordo bene l’inizio difficile, ricordo anche la partita persa a dicembre a tavolino con la Roma (in quella partita Tancredi venne colpito da un petardo ndr). Però l’attenzione negli allenamenti cresceva, i calciatori cominciavano a venire sempre prima agli allenamenti e si fermavano più del previsto.  – continua l’ex tecnico  – C’era una voglia incredibile di migliorare partita dopo partita. Capii che si poteva vincere, anche contro Maradona, in assoluto il calciatore più forte e difficile da battere tra tutti quelli visti in questi decenni”.

“Mi dava grande soddisfazione vedere crescere i sincronismi. Il Presidente Berlusconi era stato chiaro: bisognava vincere, giocare bene, farsi apprezzare anche dai rivali. La missione era chiara, bisogna giocare da squadra per esaltare i singoli. Questo è un concetto che anche oggi non appartiene a quasi nessuno, in Italia. E non mi riferisco solo al calcio. E poi serviva, e serve, l’ossessione. Cesare Pavese diceva: ‘Non c’è arte senza ossessione’. Ricordo ancora l’applauso del San Paolo quando l’1 maggio 1988 battemmo il Napoli nella sfida scudetto. Avevano Maradona, ma ci applaudirono. Vincere riesce a tanti, vincere così è molto più difficile”.

“Marco van Basten? Era l’intelligenza collettiva a fare la differenza. Poi Van Basten era meraviglioso, certo. Riuscimmo a fare innamorare tutti grazie a questo. Pensi che il primo anno avevamo 30mila abbonati, il secondo 60mila. La vera vittoria era quella…”.

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