Sacchi: “Vi racconto il mio Milan e quattro storici retroscena”

MILAN NEWS – L’intervista di Arrigo Sacchi in video-collegamento su Sky Sport 24. L’ex allenatore del Milan ha raccontato e ricordato alcuni storici trionfi

di Giacomo Giuffrida, @GG_Giuffrida
Arrigo Sacchi Milan

NEWS MILAN – Ricordi e retroscena raccontati da Arrigo Sacchi nel corso di un’intervista a Sky Sport 24. L’ex allenatore del Milan ha parlato dei suoi memorabili successi in rossonero e non solo.

In particolare si parla della prima vittoria europea del Milan di Sacchi, a Barcellona nel 1989 contro la Steaua Bucarest: “È una sensazione piacevole. Mi capitò il giorno dopo la vittoria di risvegliarmi con un dolce sapore in bocca. Non era solo la vittoria ma come l’avevamo ottenuta. Era un sogno che si realizzava grazie a una grande società e a grandi giocatori. Si era realizzato con una vittoria che non lasciava dubbi, diversa da come si ottengono di solito queste vittorie. Io ho ancora il titolo dell’Equipe che ci definiva una squadra «uscita da un altro mondo». Van Basten? Non lo cambierei con nessun’altro. Nessuno di loro aveva vinto, e nemmeno in TOP 10 Pallone d’Oro”.

“A me piacevano le squadre che avevavno iniziativa del gioco, che erano ottimiste, che giocavano un calcio positivo, sia difensivo che offensivo. Da noi in Italia, ancora adesso, non è così. Noi avevamo due centrali, prima Galli-Baresi, poi Costacurta-Baresi. Questi due si muovevano assieme, il riferimento era il pallone, non l’avversario. Se uno dei 4 usciva fuori, gli altri 3 si avvicinavano. I nostri 11 giocatori erano sempre in posizione attiva. Idea di calcio basata su 4 componenti: organizzazione, comunicazione, sinergia e interiorizzazione, che ti dava i tempi per le giocate offensive e difensive. Così puoi sfruttare tutti e 11 gli elementi della squadra. Interizzazione la ottieni e tutti entrano in campo con sole certezze”.

“Molti arrivavano prima dell’inizio dell’allenamento, facevano esercitazioni, e altri rimanevano anche dopo la fine della seduta. Devi amare ciò che fai. La mia società mi ha aiutato in ogni modo, avevo fatto una selezione di calciatori umana, psicologica e professionale. Carattere, motivazione ed entusiasmo. Una voltà mi telefonò Allodi, in un derby con l’Inter facemmo un pressing terminato con Virdis che rubò la palla e fece gol. Allodi mi chiamò e disse: “far fare pressing a Virdis? Devi essere proprio un grande”.

Un retroscena su Berlusconi e Frank: “Rijkaard si meravigliò delle partite che gli feci vedere, ‘ma corre anche Gullit?’ mi disse. Presidente ambizioso, paziente e competente. Intervento durissimo di Berlusconi dopo la sconfitta contro l’Epsanyol, poi non perdemmo più una partita”.

Sul calcio italiano in generale: “Intanto, il calcio è il riflesso di storia e cultura di un paese. Il coraggio è figlio di conoscenza e innovazione. Il nostro paese ha optato più per tatticismo che per strategie. E abbiamo sempre giocato calcio sparagnino, anche con i più grandi calciatori del mondo. Tutti i più grandi arrivavano in Italia, ma giocavano sempre allo stesso modo difensivo. Poi a livello internazionale, avevi 7-8 contro 11, perché gli altri rischiavano, noi noi. La creatività veniva inibita, punti tutto sul singolo… Io avevo grandi giocatori che giocavano a tutto campo. Al 99% li convincevo con la persuasione, qualche volta la percussione. Arrivati al Milan, con Pincolini nel programma atletico, lo riducemmo del 20% rispetto l’anno prima col Parma. Con il Milan il mio Parma non ha mai perso, e avevamo squadra di ragazzi. Se giocano così con dei ragazzi, pensò Berlusconi, con i giocatori del Milan che succederà? Servivano interpreti giusti per il mio modo di giocare a calcio”.

Su Ralf Rangnick, che si ispira molto a Sacchi: “È stato un ottimo allenatore, l’importante è che la società ti segue. Non serve prendere il più bravo, il mio club non mi ha mai messo in discussione. Aumetano le mie certezze, sicurezze ed entusiasmo”.

L’attaccante più forte nella storia del Milan: “Della mia storia… Beh, Van Basten e Gullit, in modi diversi ma straordinari. Non li avrei cambiati con nessuno”.

Sul suo Milan italiano e una digressione su Ronaldo il Fenomeno: “Ne avevamo quasi sempre 9, primo anno addirittura 10. Gullit unico straniero. Era un gruppo molto amalgamato, persone che davano tutto. Prima si parlava di Ronaldo, lo avuto al Real. Aveva un talento superiore a tutti, ma non l’avrei mai preso. Lui si salvava sempre… Ci doveva essere interazione anche umana e psicologica, condivisione comune. Ronaldo era simpaticissimo, un fenomeno. Al Real in attacco Beckham Ronaldo Raul Zidane Figo Owen… Di Stefano non ha mai visto una partita fino alla fine. “Brutto e noioso lo spettacolo, me ne vado”, diceva. Mancava armonia e musicalità. Orchestra dove tutti suonano qualcosa di diverso. Van Basten non aveva controindicazioni, o lo stesso Gullit. Lui mi ha aiutato a dare mentalità vincente alla squadra”.

Su Carlo Ancelotti calciatore: “Ho sempre pensato che il calcio si gioca con testa e mente. I piedi sono un mezzo. Lo diceva Michelangelo, i quadri si dipingono con la mano, ma conta l’intelligenza. Ancelotti fu visitato dal dottor Monti, scrisse che aveva il 20% del ginocchio. Convinsi Berlusconi a prenderlo dicendogli che avremmo vinto il campionato. E’ stato zitto tre secondi, e lo comprò. Ma Ancelotti non conosceva la musica, gli consigliai di prendere lezioni private. Maradona mi disse, ‘corre forte anche ancelotti?’. No, pensa veloce, gli risposi. Ci allenammo su tutte le situazioni di partita con la Primavera”.

Sull’idea tattica: “Non avevamo un posto fisso, si alternavano tutti, ma c’era interiorizzazione e dunque squadra omogenea. Parliamo di una squadra non capita in Italia da tutti, ma nominata la più grande squadra di club della storia del calcio dall’UEFA e da France Football. Avuto riconoscimenti incredibili. Era il modo in cui vincevamo, questo faceva la differenza. Non ti diverti? Se tu darai al pubblico la tua generosità ed emozioni, loro ti saranno riconoscenti tutta la vita. Ovunque andiamo veniamo gratificati, gli abbiamo dato qualcosa che è rimasta nelle loro menti”.

Sulla permanenza di un grande allenatore in un club: “Arrivai al Milan firmando per un anno, volevo smettere. Carriera lunghissima, dovevo convincere tutti, ero stressato… Non ce la facevo più. In Nazionale sapevo che avevo altri tempi, ma non hai mai i giocatori e sei un teorico. Teoria? Quando sai tutto e non funziona nulla”.

Cosa non ha funzionato nel suo ritorno al Milan dopo Capello: “Non era una squadra fatta da me. Guardato più ai piedi che alla testa. Un malato grave non si cura con l’Aspirina”.

Sul Milan attuale e il futuro di Paolo Maldini: “Io spererei che rimanesse per la stima che ho in lui. Però quando si perle la dignità, si è dei miserabili tutta la vita. Non vorrei che lui rimanesse senza potersi esprimere. Senza un grande club, non ci sarà mai una grande squadra. La squadra è più importante di qualsiasi singolo, anche di Maradona”.

“Io andavo in squadra con progetti di salvezza. Prendevo ragazzi giovani e lottavamo sempre per vincere. Il Milan può far bene? Sì, pubblico competente che percepisce quando si da il massimo. Non ho nessun rimpianto io, ho dato e fatto il massimo, che rimpianti devo avere?”.

Sugli allenatori italiani Roberto Mancini e Roberto De Zerbi: “E’ qualcosa di nuovo per l’Italia. Bellissimo lavoro di Mancini in situazione di difficoltà. Tante squadre hanno solo stranieri, si avvicinano molto a un calcio positivo. La scelta è minima per lui. De Zerbi altro che ha conoscenza, amore… Importante una cosa però: cercare sempre di migliorarsi. Giusto possesso palla sempre o verticalizzare sempre? Finché serve. Ogni volta che Baresi lanciava, gli dicevo che mi dava dispiaceri. Ma Baresi è stato esemplare. Il gioco moderno è basato sulla velocità, possesso veloce, verticalizzazioni brevi, di 10 metri, non 40. Muoversi come se si fosse un solo giocatore”.

“Limite culturale e sportivo in Italia perché facciamo i furbetti. Non riusciamo ad avere competenze adeguate. Alla fine del primo tempo, Italia-Germania dell’Europeo, mi disse Bonov, ‘ma quanto giocate bene?’. A fine partita tutti ci dissero che avevano ricevuto una lezione. Tutti pensano che se vinci sei bravo, se perdi sei scarso. Questa è ignoranza. Tutto è una conseguenza. Un giocatore che tocca un pallone, fa gol, e il giorno dopo è il migliore in campo. Senza cultura non puoi mai avere coraggio”.

Sulla ripresa della Serie A: “Se la curva dei contagi non risale, io penso che si debba ripartire. Con un impegno: se qualcosa va storto, dobbiamo essere pronti a riconsiderare il calcio la più importante delle cose meno importanti. Nuovo stop? In quel caso non vince nessuno. Ma io sono un ottimista, spero che l’epidemia ci darà tregua e magari a settembre sarà anche possibile riaprire gli stadi”.

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