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INTERVISTE

Ancelotti: “Si gioca troppo e male, i giocatori non ne possono più”

Carlo Ancelotti (allenatore Real Madrid) | La Liga News (Getty Images)

Carlo Ancelotti, ex allenatore del Milan, ha rilasciato una lunga intervista al 'Corriere dello Sport'. Queste le dichiarazioni

Renato Panno

Carlo Ancelotti, ex allenatore del Milan, ha rilasciato una lunga intervista al 'Corriere dello Sport'. Queste le dichiarazioni: "Ho ritrovato una Liga più livellata, sono cresciute squadre come il Siviglia e la Real Sociedad, anche il Rayo sta facendo bene. L’offerta del Madrid è stata una fantastica sorpresa, anche se non avevo mai perso i contatti con il club. Dipendesse da me, resterei a vita, non esiste un posto migliore di questo per fare calcio e per vivere. Al Real è tutto così uguale e immutabile, l’unica cosa che cambia sono gli allenatori. Gli stessi fisioterapisti, gli stessi magazzinieri, gli stessi giornalisti, la stessa visione, la stessa urgenza di grandezza nonostante i danni finanziari prodotti dalla pandemia. Tra un anno, a fine dicembre 2022, sarà pronto il nuovo Bernabeu e per luglio Florentino ha intenzioni serissime".

Haaland, oltre a Mbappé. "Parliamone più avanti". Ride.

Com’è che li chiami, tu, i talenti? I gattini che miagolano? Che foste su Mbappé lo sapevano anche i muri, ricordo che Leonardo dichiarò che avevate mancato di rispetto al Psg e che avrebbero dovuto punirvi. "Qualche tempo fa avrei risposto diversamente, ma ormai sono entrato in una fase della vita in cui desidero soltanto una cosa, stare in pace con il mondo. Sono nel calcio dal ‘77".

Dal ’76, Carlo. "Quarantacinque anni, quasi quarantasei, e alleno da trenta, se contiamo l’esperienza da vice di Sacchi in Nazionale. Credo di aver superato le 1.200 partite, ho perso il conto. Le mille le festeggiai al Bayern nel 2016. Non ho la voglia, né il tempo di mettermi a litigare con questo o con quello, screzi e contrasti fanno parte del lavoro di gruppo, ho chiesto ospitalità al futuro. Il giorno in cui Florentino mi caccerà non gliene vorrò».

Florentino è uno dei due irriducibili della Superlega. L’altro è Agnelli. "Il calcio deve cambiare e deve farlo in fretta. Per prima cosa bisogna ridurre il numero delle partite, si gioca troppo e male, la qualità dello spettacolo è precipitata, i giocatori non ne possono più, alcuni rifiutano la convocazione in nazionale. Stanchezza fisica e mentale, uno sproposito di infortuni, partite che finiscono 10 a 0, è ora di dire basta".

Eppure la Fifa si inventa il Mondiale ogni due anni per provocare la Uefa e alimentare un dibattito intollerabile. "Meno partite, lo ripeto, e due finestre per l’attività delle nazionali. Tempo fa ne ho parlato con Wenger. Sono sicuro che i giocatori sarebbero disposti a abbassarsi lo stipendio, se passasse la riduzione del calendario. Gli allenatori farebbero lo stesso. Oggi non siamo più in grado di lavorare e di incidere. Il calcio, così, non sta in piedi".

La pensi come Sarri? "È lui che la pensa come me". Sorride. "L’idea della Superlega nasce proprio dall’esigenza di un cambiamento sostanziale".

A dire il vero, il principale obiettivo dei superleghisti era e resta quello di incrementare i ricavi, oltre alla qualità dello spettacolo. Inseguono la sostenibilità in tempi rapidi. "Con la qualità aumentano anche i ricavi, il calcio torna a essere appassionante, ad attrarre i giovani".

Parli di qualità, tu che sei considerato un “risultatista” della prima ora. "Le vittorie, i titoli sono l’unità di misura del lavoro dell’allenatore. Il profitto influenza tempi e carriere, è così in tutti i settori. Chiaro che giocando bene è più facile ottenere il risultato. Io diverto quando vinco. Ad ogni modo non mi ritrovo in alcuna sottocategoria. Il bravo allenatore è quello che adatta il gioco alle caratteristiche dei giocatori. Se ho Modric e Kroos non posso pretendere di fare pressing alto. Sarei un idiota se con un attaccante come Vinicius, che ha un motorino sotto i piedi, non puntassi sul contropiede. Ti faccio un ultimo esempio: se davanti ho Ronaldo studio il modo di fargli arrivare spesso la palla, non gli chiedo di sfiancarsi con i rientri. Lo stesso con Ibra. I giocatori sono di due tipi: quelli che fanno la differenza e quelli che devono correre. Deve averlo detto Conte, e se non è stato lui va bene ugualmente. Non ho mai coltivato un’ideologia. Il guardiolismo, il sarrismo. Il mio credo è l’identità di squadra".

Carlo, puoi chiarire una volta per tutte anche la tua posizione nell’inchiesta Pandora Papers, quella sui paradisi fiscali? "Non c’è stata evasione. Creai una società per gestire i diritti d’immagine nel pieno rispetto del regime fiscale inglese che considera non tassabili i guadagni dall’estero. Quella società è stata sciolta, peraltro. Inoltre non si parla di milioni, ma di migliaia di euro. Se io, residente in Inghilterra, firmo un contratto con la Nike o con una televisione italiana, sono solo degli esempi, non devo nulla allo Stato. Un giudice spagnolo mi ha spiegato che c’è una differenza decisiva tra evitare e evadere il fisco. I contratti sono tassati alla fonte. Il nero? Mai fatto".

L’Italia campione d’Europa rischia di non andare in Qatar. Non lo trovi paradossale? "A luglio la Nazionale fece un miracolo. E andrebbe ancora ringraziata. A livello individuale l’Italia è inferiore a Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, Belgio. In estate trovò le motivazioni e le condizioni atletiche e mentali giuste, Mancini preparò benissimo le partite e ottenne un risultato eccezionale".

Tutto giusto. Ma il nostro futuro passa attraverso Macedonia del Nord, Portogallo e Ronaldo. "Sorteggio complicato, ma ce la facciamo".

Per paura, stiamo reclutando nuovi oriundi. "Sarebbe più giusto andare ai Mondiali con l’intero gruppo degli Europei, ma non sono il commissario tecnico e non sto vivendo il momento del calcio italiano».

Che tuttavia segui. "E con interesse. In particolare la B. Pippo al Brescia, il Monza di Galliani, che sento spesso, e anche il Parma, che adesso ha Iachini. E poi c’è Sheva al Genoa».

Lui è ancora in Serie A. A proposito, sorpreso dalle difficoltà della Juve? "Sì. Non è squadra da alti e bassi, il suo specifico è la continuità, non la bellezza. Periodo brutto, ma la crisi di risultati è fisiologica, la Juve è entrata nella stagione del rinnovamento, dopo tanti anni di successi. Per lo scudetto la corsa è a tre, non escludo il Napoli, anche se la perdita di Osimhen è grave. Spalletti sta facendo un grande lavoro. Aurelio ogni tanto lo sento. In amicizia".

Carlo, ci riprovo: Macedonia e eventuale finale col Portogallo a Lisbona. "Che sfiga".

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