Albertini: “Finali di Champions, gioie e dolori. Vi racconto un aneddoto su Weah”

Demetrio Albertini, ex centrocampista del Milan, ha parlato alla trasmissione ‘On-Off the pitch’ sul canale tematico rossonero ‘Milan TV’: le sue verità

di Daniele Triolo, @danieletriolo
Demetrio Albertini

NEWS MILANDemetrio Albertini, ex centrocampista del Milan, ha parlato alla trasmissione ‘On-Off the pitch‘ sul canale tematico rossonero ‘Milan TV‘. Ecco le dichiarazioni, le verità ed i retroscena di Albertini:

Sul suo arrivo al Milan: “Avevo 10 anni, sono andato a fare un torneo a Prato, me lo ricorderò sempre. Abbiamo incontrato sia il Torino sia la Roma ed abbiamo vinto il torneo. È stata la mia prima partita veramente con la maglia del Milan, poi invece, la prima volta che sono stato ufficialmente trasferito dalla Primavera, e dalle giovanili, alla Prima Squadra, è stato nel 1988-89. Periodo estivo, quando c’erano le Olimpiadi, mancavano alcuni giocatori ed io avevo appena compiuto 17 anni. In quel momento lì arrivò Arrigo Sacchi e con l’aiuto di Fabio Capello, che era il coordinatore, mi hanno portato in Prima Squadra”.

Sulla sua partita indimenticabile e su quella che vorrebbe invece rigiocare: “Quelle che non cancellerò mai sono tantissime, però due soprattutto: la finale di Champions League del 1994 contro il Barcellona e poi la mia partita d’addio, perché è stata un po’ la sintesi di quello che posso aver costruito nei rapporti umani con i miei compagni di squadra. Quindi non solo le vittorie, ma tutto quello che abbiamo costruito, dove tutti hanno voluto essere presenti: una festa non solo mia, ma di tutta quella generazione. Quella che vorrei dimenticare, o che vorrei rigiocare, è la finale di Champions League contro l’Olympique Marsiglia, forse perché ero l’unico in campo che non aveva ancora realmente alzato la coppa avendola giocata. Ero sì con la squadra nel 1989 e nel 1990, ma non giocando titolare. Quindi sfuggire a quest’idea di non avere la mia foto con la Champions mi è dispiaciuto tanto”.

Su un aneddoto rossonero che nessuno conosce: “Voi tutti sapete di George Weah, che ad un certo momento il suo saluto era diventato ‘Ciao a tutti, belli e brutti’, ed è stata un po’ una sfida mia nei suoi confronti che gli ho detto, mentre Carlo Pellegatti lo stava intervistando, ed a quel punto lì gli ho detto ‘Voglio vedere se riesci a dirlo’, perché lo dicevamo sempre nello spogliatoio. Era una cosa che gli avevo suggerito ed è diventata sua e sono contento che assolutamente è diventato un suo saluto. Alla fine tante volte George, grandissimo campione e grandissimo personaggio, ha legato anche a questo tipo di saluto la sua permanenza al Milan”.

Sul compagno più forte e sull’avversario più forte: “Ce ne sono tanti, però dico Marco van Basten, perché sarebbe attuale ancora adesso. Quello più forte che ho incontrato è stato sicuramente il ‘Fenomeno’, altra generazione di un altro pianeta, anche se quello che mi ha messo più in difficoltà è stato Zinedine Zidane, perché giocando dietro, alle sue spalle, non riuscivo mai a prenderlo”.

Sulla sua reazione quando scopriva di andare in panchina: “Mi sono sempre incazzato veramente, sinceramente. È normale che l’allenatore cerchi di fare il bene della squadra, o pensa di fare il bene della squadra, e quello è accettabile. Però io in tutti gli anni ho sempre cercato di gestire i miei rapporti, anche quelli più burrascosi, all’interno dello spogliatoio, o all’interno della società. Perché non nascondo che ci sono stati. È giusto però, che, in alcuni casi, uno si faccia anche sentire …”

Sulla sua foto da postare su ‘Instagram’: “Quando piango nel giro di campo del mio addio perché lì ci sono tutti i miei compagni con i quali ho condiviso la mia carriera, tutte le emozioni di poter lasciare quello stadio davanti la tua gente, che ti ha osannato tantissimo, tutti i dirigenti che hanno voluto essere presenti, dal Presidente Silvio Berlusconi, ad Adriano Galliani, e tutti gli altri. Poi perché ho avuto anche di fronte, in quella partita, un avversario leale, che è stato il Barcellona, e quelle lacrime dopo la partita racchiudono tutte le emozioni di cosa ho vissuto con la maglia del Milan”.

Sulla sua prima partita da spettatore allo stadio: “Milan-Catania, me lo ricorderò sempre, era in Serie A, ed ero andato con alcune persone tifosissime del Milan del mio paese, un piccolo paese in Brianza, che poi dopo mi hanno visto giocare titolare in Serie A con quella maglia”.

Su chi deve ringraziare per aver iniziato a giocare a calcio: “Mio papà, all’oratorio. Perché lui è stato il mio primo allenatore e mio fratello è stato il primo compagno di squadra, anche se avevamo quattro anni di differenza. Questo è stato il mio percorso fino ai 10 anni, quando dall’oratorio sono passato direttamente al Milan, facendo qualche mese al Seregno”.

Sulla canzone che non mancava mai nella sua playlist: “Vasco Rossi mi ha accompagnato, era un po’ il rapper dei nostri anni, ha descritto le nostre emozioni, quelle di tante generazioni ed anche la mia. Quindi oggi seguo anche quelli dei miei figli e cerco di stare al passo con i tempi, con loro, e ho qualche amico che mi ricorda come abbinare la bellezza della musica alle emozioni dello sportivo”.

Sulla sua materia preferita a scuola: “Per un po’ di anni andavo con il pullman, poi ho preso il motorino, e qualche volta anche in treno (ride, n.d.r.). Sono diplomato geometra, i primi tre anni sono stati abbastanza duri, perché alla fine partivo alle 6 del mattino da casa mia, andavo a Seregno a scuola per poi andare a fare allenamento a Milano. Invece gli ultimi due anni, pur avendo già esordito in Serie A, giocando o allenandomi con la Prima Squadra, ho voluto diplomarmi e questo l’ho fatto cercando di soddisfare ogni esigenza, prima dei miei genitori, che poi dopo si è rivelata una fortuna per me”.

Sui suoi pregi e difetti: “Un difetto è che ogni tanto sono lunatico, allora qualche cambio d’umore ce l’ho. Sono introspettivo, me la vivo da solo, e non riesco a fare altro. Forse il pregio che mi riconosco di pi, e che mi riconoscono i miei amici, è che riesco a stare con tutti. È una qualità quella di poter riuscire ad essere duttile, essere il regista un po’ di varie situazioni, in vari gruppi di amici. Questo penso che sia una cosa abbinata alla generosità”.

Sui compagni di squadra per una partita di calcetto: “In porta metterei Angelo Peruzzi, in difesa metterei Paolo Maldini e Franco Baresi, davanti metterei Ronaldo e Roberto Baggio … e poi sono finiti!”. LEGGI QUI L’INTERVISTA DELL’EX TECNICO ROSSONERO FATIH TERIM >>>

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