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PIANETAMILAN la storia amarcord Il segreto di Rui Costa: come ha trasformato il Benfica nella ‘fabbrica dei talenti’ (e cosa imparare)
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Il segreto di Rui Costa: come ha trasformato il Benfica nella ‘fabbrica dei talenti’ (e cosa imparare)

Redazione PM
Rui Costa, dai trionfi sul campo alla rivoluzione da presidente del Benfica: numeri, idee e storia di un modello di calcio che fa scuola in tutta Europa

Compie 54 anni Manuel Rui Costa, e il modo migliore per celebrarlo non è soltanto guardare al passato, ma osservare il presente. Se da calciatore ha incantato con le maglie di Fiorentina e Milan, da dirigente ha costruito qualcosa di ancora più strutturato: un modello sportivo ed economico che ha reso il Benfica una vera “fabbrica dei talenti”. Un sistema capace di coniugare competitività e sostenibilità, valorizzando giovani e generando plusvalenze milionarie.

Rui Costa e il Benfica: dalla fascia da capitano alla scrivania presidenziale

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Il passaggio è stato immediato. L’11 maggio 2008 Rui Costa chiude la carriera da calciatore: il giorno successivo viene annunciato come direttore sportivo del Benfica. Un cambio di ruolo immediato, ma coerente con la sua visione del calcio.

Il 9 luglio 2021 arriva la nomina a presidente, raccogliendo l’eredità di Luis Filipe Vieira, alla guida del club dal 2003 al 2021. Nel novembre scorso Rui Costa è stato riconfermato fino al 2029 con il 65,89% dei voti, superando Noronha Lopes (34,11%) in un’elezione da record per partecipazione nella storia sportiva portoghese.

Sotto la sua gestione, il Benfica ha conquistato sei campionati portoghesi, due Coppe del Portogallo, sette Coppe di Lega e quattro Supercoppe. Ma l'impatto della sua gestione non si misura soltanto con i trofei.


Plusvalenze e talenti: il modello economico che fa scuola

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Il cuore del progetto è chiaro: scoprire, formare, lanciare e, quando necessario, cedere. Tra il 2015 e il 2025, il Benfica ha venduto 183 giocatori, incassando 1.294,72 milioni di euro (dati Transfermarkt). Oltre un miliardo in cessioni.

Il caso simbolo è Joao Felix: prelevato a parametro zero dal settore giovanile del Porto e ceduto cinque anni dopo all’Atletico Madrid per 127 milioni. Oppure Enzo Fernandez, acquistato dal River Plate per 44 milioni e rivenduto al Chelsea dopo appena sei mesi per 121: una plusvalenza da 77 milioni.

L’elenco è lungo: da Darwin Nunez e Joao Neves a Ruben Dias e Ederson, passando per Renato Sanches e Angel Di Maria. Talenti valorizzati e distribuiti in tutta Europa.

Non è solo mercato: è programmazione. Scouting profondo, attenzione alla crescita tecnica e una struttura societaria che lavora in sinergia con l’area sportiva.

Il campo come laboratorio: modulo, identità e cosa può imparare l’Italia

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Il progetto tecnico sostiene quello economico. Il Benfica gioca prevalentemente con il 4-2-3-1: un sistema che favorisce sviluppo offensivo, esterni a piede invertito e un trequartista puro alle spalle della punta. Un contesto ideale per esaltare qualità individuali e renderle appetibili sul mercato internazionale.

In Italia il quadro è diverso: 13 club su 20 adottano il 3-5-2 (o forse sarebbe meglio dire 5-3-2), un modulo più compatto, ma meno incline a valorizzare la creatività offensiva. Non è un caso che le otto squadre qualificate ai quarti di finale di Champions League utilizzino tutte una difesa a quattro, dove gli esterni offensivi sono centrali nel sistema.

L’ultimo talento esploso in Serie A con quelle caratteristiche è stato Khvicha Kvaratskhelia, che infatti è stato ceduto al PSG per 80 milioni di euro dopo due stagioni e mezzo.

Il segreto di Rui Costa, in fondo, sta qui: coerenza tra idee tecniche e sostenibilità finanziaria. Il Benfica non si limita a vincere, ma costruisce valore. Un modello replicabile solo con visione, competenze e pazienza. Ingredienti che, oggi più che mai, anche il calcio italiano dovrebbe considerare con attenzione.