Plusvalenze e talenti: il modello economico che fa scuola
—Il cuore del progetto è chiaro: scoprire, formare, lanciare e, quando necessario, cedere. Tra il 2015 e il 2025, il Benfica ha venduto 183 giocatori, incassando 1.294,72 milioni di euro (dati Transfermarkt). Oltre un miliardo in cessioni.
Il caso simbolo è Joao Felix: prelevato a parametro zero dal settore giovanile del Porto e ceduto cinque anni dopo all’Atletico Madrid per 127 milioni. Oppure Enzo Fernandez, acquistato dal River Plate per 44 milioni e rivenduto al Chelsea dopo appena sei mesi per 121: una plusvalenza da 77 milioni.
L’elenco è lungo: da Darwin Nunez e Joao Neves a Ruben Dias e Ederson, passando per Renato Sanches e Angel Di Maria. Talenti valorizzati e distribuiti in tutta Europa.
Non è solo mercato: è programmazione. Scouting profondo, attenzione alla crescita tecnica e una struttura societaria che lavora in sinergia con l’area sportiva.
Il campo come laboratorio: modulo, identità e cosa può imparare l’Italia
—Il progetto tecnico sostiene quello economico. Il Benfica gioca prevalentemente con il 4-2-3-1: un sistema che favorisce sviluppo offensivo, esterni a piede invertito e un trequartista puro alle spalle della punta. Un contesto ideale per esaltare qualità individuali e renderle appetibili sul mercato internazionale.
In Italia il quadro è diverso: 13 club su 20 adottano il 3-5-2 (o forse sarebbe meglio dire 5-3-2), un modulo più compatto, ma meno incline a valorizzare la creatività offensiva. Non è un caso che le otto squadre qualificate ai quarti di finale di Champions League utilizzino tutte una difesa a quattro, dove gli esterni offensivi sono centrali nel sistema.
L’ultimo talento esploso in Serie A con quelle caratteristiche è stato Khvicha Kvaratskhelia, che infatti è stato ceduto al PSG per 80 milioni di euro dopo due stagioni e mezzo.
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Il segreto di Rui Costa, in fondo, sta qui: coerenza tra idee tecniche e sostenibilità finanziaria. Il Benfica non si limita a vincere, ma costruisce valore. Un modello replicabile solo con visione, competenze e pazienza. Ingredienti che, oggi più che mai, anche il calcio italiano dovrebbe considerare con attenzione.
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