Albertini: “Gattuso equilibrato, Maldini parli di più”

Albertini: “Gattuso equilibrato, Maldini parli di più”

Albertini, grande ex rossonero, sarà alla guida del settore tecnico federale. Si è raccontato e ha toccato anche diversi temi dell’attualità milanista.

di Stefano Bressi, @StefanoBressi

È stato vicepresidente federale, ma soprattutto è stato forse il primo vero grande regista del calcio moderno. Demetrio Albertini ha fatto grande il Milan ed è diventato grande con il Milan, con cui ha vinto tutto, tranne la Coppa Italia. Quella la vinse poi con la Lazio e una finale in rossonero la perse proprio contro i biancocelesti. In semifinale quest’anno si sfideranno proprio le sue due ex squadre italiane (ecco le date). Anche di questo, ma non solo, ha parlato Albertini ai microfoni de “La Gazzetta dello Sport”, dopo essere stato nominato guida del settore tecnico federale. Ecco le sue parole.

Che presidente sarà alla guida del settore tecnico federale: “Disponibile, non a disposizione. Rispettoso della collegialità del Consiglio direttivo che sarà eletto al prossimo Consiglio federale. La mia attività di imprenditore resta importante, al Settore tecnico posso dedicare un tempo preciso, nel quale vorrei fare qualcosa di concreto. Un orgoglio tornare a lavorare per il calcio. Un ruolo politico non mi interessava”.

Quali saranno i primi passi: “Conoscere ciò che è stato fatto nei quattro anni in cui non sono stato in Federazione. Concepisco il Settore tecnico come luogo di discussione, di formazione e aggiornamento. Gravina mi ha dato anche l’input per far comunicare meglio tra loro Settore giovanile scolastico, Club Italia e Settore tecnico”.

Se ricorda un’iniziativa di Rivera, suo predecessore: “Me la farò raccontare da lui”.

Se pensa sia un ruolo troppo laterale: “Non sempre fare o non fare dipende dal ruolo, a volte dalle persone. Otto anni di esperienza in Federcalcio mi hanno insegnato che spesso si inizia con buoni propositi, poi si gioca in difesa. Questo è il momento di attaccare. Se capirò di non poterlo fare, toglierò il disturbo”.

Su Gravina: “Quando devo fare una riunione nella mia società, chiedo qual è il motivo, quando finisce la riunione… Andiamo dritti al tema, non sprechiamo tempo. E a fine riunione chiedo quanto tempo ci diamo per raggiungere lo scopo. Gravina mi sembra che abbia quest’urgenza del tempo. Siamo in sintonia”.

Sulle possibilità della Nazionale: “Fa bene a non porsi limiti. Non è vero che mancano i talenti. Non sono messi nelle condizioni per crescere. Ci sono ragazzi che hanno più presenze in Nazionale che nelle Coppe europee. Io da ragazzo giocavo in Coppa Campioni. Mancini ha fatto bene a chiamare Zaniolo”.

Su Milan-Lazio di Coppa Italia: “La Lazio mi ha consentito di vincere l’unica coppa che mi mancava: la Coppa Italia. Con il Milan persi due finali, una contro la Lazio. Gattuso è molto più equilibrato da allenatore, la squadra lo segue: bravo”.

Su Maldini: “Paolo è ancora in fase di apprendimento, credo. Parla poco, può sembrare una forza, ma siamo nell’era della comunicazione. Due o tre volte siamo stati vicini a un accordo per la Federazione. Non capivo se preferisse un incarico sportivo, politico o manageriale. L’importane è che Paolo sia rientrato nel calcio. Ha la competizione dentro. Si sta preparando per un futuro importante”.

Sulla sua Atalanta: “La mia era una squadra giovane, appena salita dalla B. Trovammo delle difficoltà. Ma era bello sentire il sentimento di appartenenza che ti trasmettevano i tifosi”.

Sull’Inter e il sindaco Sala: “Il sindaco e lo chef Oldani sono i miei bersagli interisti preferiti… Però l’Inter è terza: non mi sembra questo disastro… Poi è vero che ha più individualità che gioco, perché la presunzione, che viene confusa con la personalità, ostacola il gioco. Chi si sente bravo fa ciò che crede e non ciò che deve”.

Sulla Juve contro la sua ex, l’Atletico: “L’Atletico è la peggior squadra che potesse trovare, nel momento peggiore: la Juve non è mai stata così piena di dubbi. Incontra una squadra organizzatissima in difesa che sa palleggiare come tutte le spagnole. Quando sbatti contro un muro o vai sotto, se hai troppi dubbi, fatichi a reagire e molli. Ma la Juve è forte, le auguro di arrivare a Madrid con Chiellini e Bonucci e meno dubbi”.

Com’è nato imprenditore: “Uscito dalla Figc, ho svolto una serie di incarichi istituzionali, ma sentivo il bisogno di strutturarmi. Così, in società con Manuela Ronchi, che aveva già esperienza in materia, è nata la Deme4 che si occupa di formazione, team-building, organizzazione di eventi. Con noi lavorano 32 ragazzi”.

Progetti: “Una bella cosa per Milano, la mia citta: una settimana dedicata al calcio, a fine settembre. Il sindaco Sala, con cui ho lavorato per l’Expo, ci ha coinvolti direttamente”.

Sul volontariato svolto: “Ho trascorso una giornata all’Opera San Francesco. In genere chi fa beneficenza lì, serve in mensa, dove vengono a mangiare persone che comunque hanno una casa: 2.500 pasti al giorno. Io ho aiutato nelle docce, passavo sapone e asciugamani a poveri che magari avevano dormito in strada. Mi sono avvicinato alla loro intimità, tanti mi hanno riconosciuto, abbiamo parlato di calcio. Una giornata ben spesa”.

Sul Cammino di Santiago in bici: “Era un momento delicato della mia vita. Il Cammino mi ha permesso di staccare completamente, solo davanti a me stesso. La mattina era fatta di sorrisi, il pomeriggio di silenzi e di fatica. Ero con un amico. Il primo giorno pedalammo per 11 ore. In media 110-120 km al giorno. Abbiamo visitato cattedrali bellissime e ascoltato i vespri in latino. Ogni volta che ricordo, mi emoziono ancora”.

Sulla scomparsa del papà: “Abbiamo saputo della malattia di papà il 22 giugno e il 13 luglio morì. Io e i miei due fratelli abbiamo vissuto quel mese stretti a papà e mamma che ha avuto un ictus 30 anni fa ed è rimasta paralizzata alla parte sinistra del corpo. Mio padre, per lei, non era solo legame sentimentale, era un sostegno fisico. La gente si meravigliava di come tre maschi riuscissero a essere così presenti e organizzati. Ricambiavamo l’affetto e i valori che ci aveva trasmesso nostro padre. In quei giorni gli chiesi: “Papà, scusa, ma tutte le mie maglie che ti ho dato, dove sono finite?” Ora ricoprono una parete del mio ufficio. È la parete di papà. Avevo un’altra curiosità. Quando giocavo male da piccolo, papà mi fischiava. Quel fischio mi innervosiva… Mercoledì notte ero sdraiato nel suo letto e lo tenevo per mano. Sarebbe morto il venerdì. Gli chiesi: “Papà, ma quando giocavo male nel Milan, mi fischiavi anche a San Siro?” “Certo – rispose –. Se giocavi male, fischiavo”. È stata l’ultima cosa che mi ha detto. La notte prima del funerale la passammo tutti insieme in casa. Mettemmo a letto mamma, poi io e i miei fratelli scrivemmo fino alle due di notte, seduti vicino a papà. Mio fratello prete, don Alessio, la predica per la messa funebre; io un pensiero che avrei letto sull’altare. Mio fratello Gabriele disse: “Io non ce la faccio a leggere in chiesa. Scrivo e la leggo qui”. Finì per primo il don: “Ve lo leggo?” Risposi: “No, voglio piangere solo domani”. Ci venne da ridere e scherzare… Avevamo una serenità assoluta. Anche quella era una lezione di papà. Il suo ultimo regalo. Papà era una forza e mi manca tanto. Oggi è il suo compleanno”.

Se lui fischia i figli: “Ho dato il talento a Costanza e la grinta a Federico. Lei ha fatto sci, pattinaggio, nuoto, ippica, padel… Le riesce tutto con grande facilità, ma per divertirsi. Lui fa scherma con il coltello tra i denti. È bravo. Mi dice sempre: “Non stare qui vicino che mi metti pressione”. Mi allontano in tribuna. Appena finisce l’assalto però, si toglie la maschera e mi cerca… Gli dico sempre: “Poteva andar meglio”. Mio padre fischiava, io dico: “Poteva andar meglio””.

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