L'Italia del calcio è tutta da riformare. Gli stadi da rifare? Una presa in giro. Guardate il caso San Siro con Milan e Inter...
Fuori TUTTI. Tabula rasa. Non sono affatto un giustizialista ma la pazienza ha un limite e oggi quel limite è stato superato. Dico ‘oggi’ in senso lato, perché con una vittoria sarebbe cambiato poco: i problemi sarebbero stati messi sotto il tappeto e lo sporco sarebbe rimasto. Una rivoluzione era necessaria a prescindere, oggi è diventata irrimandabile. E non mi riferisco ovviamente alla squadra e a Gattuso. Ma ai vertici federali, al sistema calcio. Questa ennesima figuraccia deve solo accelerare le cose. O almeno, ci speriamo. Perché la prima reazione, come da 12 anni a questa parte è stata quella di difendere poltrona e fortino.
Gravina Out
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L’ ‘Io non mi dimetto’ di Gravina è la cosa più vicina al Pesce d’Aprile che sentirete oggi. Ma non è uno scherzo, purtroppo. E non fa ridere. Fa pensare, semmai. Fa riflettere sul futuro di questo Paese dove il cambiamento è visto sempre con paura, dove il NO vince sempre su tutto, dove costruire, investire e innovare è faticosissimo, se non - a volte – impossibile. L’Italia è il luogo dove la politica vince sempre su tutto, l’immobilismo è un modo per mantenere lo status quo. Ma è ora di dire basta. Partiamo da qui, dallo sport, dal calcio: ‘la prima cosa importante, tra le cose meno importanti’, come diceva Arrigo Sacchi.
Se non si dimettono, costringeteli
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Speriamo sia la volta buona per cambiare, ma non per questo si può esultare (come stanno facendo in tanti) per l’ennesimo fallimento. “E’ l’unico modo affinchè si affronti il problema”, pensano in molti. E forse è vero, è questa la cosa più squallida. Il problema non può essere circoscritto a un rigore sbagliato o a una qualificazione mondiale fallita, ma il ragionamento deve essere necessariamente più ampio. Ma soprattutto, dopo 12 anni di NULLA COSMICO, di parole a vanvera, di promesse non mantenute, il problema DEVE ESSERE AFFRONTATO. Se le persone che ci hanno portato ripetutamente allo sfascio non hanno il buongusto e l’umiltà di dimettersi, è giusto e sacrosanto che questa decisione venga presa e calata dall’alto. Non si dimettono? Costringeteli!
Parole, parole, parole: Italia, ora servono i fatti
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L’ultima apparizione dell’Italia ai Mondiali risale al 2014. Dodici anni sono un lasso di tempo sufficientemente lungo per coltivare e raccogliere. La verità, però, è che non si è coltivato nulla in questi anni. Non si è riformato niente. La riforma dei campionati? La stiamo ancora aspettando. Così come tanti altri provvedimenti. Le nostre squadre continuano ad avere enormi problemi economici, hanno abbandonato i settori giovanili infarcendoli di stranieri e allenatori arrivisti, che utilizzano le Accademie come dei laboratori ad esclusivo uso personale. Mancano educatori (ben pagati) e lungimiranza. Manca coraggio. Manca, soprattutto, progettualità. Perché un conto è non avere soldi, un conto è non avere idee. Ed è ben più grave.