Albertini: “Con Messi feci una figuraccia. Idolo d’infanzia? Un interista..”

ULTIME NOTIZIE MILAN NEWS – Lunga intervista rilasciata dall’ex centrocampista del Milan Demetrio Albertini a Radio Rossonera: ecco le sue parole

di Alessio Roccio, @Roccio92
Demetrio Albertini AC Milan

Intervista di Demetrio Albertini a Radio Rossonera

 

ULTIME NOTIZIE MILAN NEWS – Lunga intervista rilasciata dall’ex centrocampista del Milan Demetrio Albertini a Radio Rossonera: ecco le sue parole.

Di solito gli ex calciatori preferiscono raccontarsi in un libro, invece tu metti a disposizione un racconto collettivo di quello che è stato il tuo vissuto all’interno del Milan, cominciato nel 1988 e finito nel 2002:

“Come un tempo quando in campo ero un regista e dovevo conoscere le qualità dei miei compagni e valorizzare il tutto, questo libro l’ho pensato immaginando un papà e i suoi ricordi. Ricordi di aneddoti particolari, delle qualità dei miei compagni rossoneri e di come era fare parte dello spogliatoio”.

Com’è stato giocare in quel Milan lì?

“Ho esordito nel gennaio 1989, l’anno dopo del primo scudetto a Como del Milan, l’anno della Champions League del 1989. Avevo 17 anni, ricordo che festeggiai con i compagni nel pullman e successivamente in albergo. Proprio da lì venne uno dei miei tanti desideri raccontati nel libro, frequentando Carlo Ancelotti (qualche volta sono stato mangiare a casa sua) infatti vedevo spesso la sua foto con la Coppa dei Campioni e ho iniziato sognare di avere anche io quella foto”.

Marco Van Basten è il più forte con cui hai giocato?

“Van Basten secondo me è il più forte con cui ho giocato senza far torto a nessuno anche perché in pochi anni, visto che ha smesso di giocare giovanissimo, ha dimostrato tutta la sua grandezza. È un giocatore dalla grande determinazione, di grande talento, con una voglia di allenarsi incredibile forse possiamo immaginarlo come il primo vero centravanti moderno, pur parlando di un calciatore che ha giocato 30 anni fa”.

Hai fatto di recente un paragone tra te e Sandro Tonali, quali consigli senti di
potergli dare?

“Premesso che sinceramente a me i paragoni non piacciono tanto perché alla fine metti pressione al giocatore, come capitò anche a me, ho detto questo per togliergliene un po’ visto che qualcun altro l’ha paragonato a Pirlo e reputo Andrea inarrivabile. Gli auguro di fare quello che ho fatto io o addirittura meglio. Il Milan in questo momento è un palcoscenico importante, Sandro non può perdere l’occasione di dimostrare tutto il suo valore. Ha bisogno di lavorare tanto per poter migliorare perché è giovane, ma questo è un pregio”.

La stessa considerazione la puoi fare per Bennacer? Cosa ne pensi di lui?

“Mi piace molto, devo dire che è cresciuto. Il Milan deve essere un punto di partenza per un calciatore perché ti mette nelle condizioni di poter moltiplicare il tuo valore, tante volte invece alcuni lo considerano un punto di arrivo. È normale che ci siano delle pressioni ma lui sta facendo molto bene perché di partita in partita riesce a trovare quello che secondo me è l’ingrediente più importante di un centrocampista centrale, ovvero la continuità. Un calciatore deve essere continuo, fantacalcisticamente parlando deve esser sempre da 6.5, dimostrando di fare il suo
lavoro nel miglior modo possibile e con grande qualità”.

La coppia Bennacer- Kessie può ricordare Albertini-Desailly?

“Per me abbiamo caratteristiche differenti, oltretutto il calcio è cambiato nel senso che adesso i centrocampisti si muovono molto di più. Io giocavo più indietro in campo, Kessie è completamente diverso da Desailly, Marcel infatti era un difensore reinventato centrocampista e invece Franck lo reputo più una mezzala che si
inserisce”.

Chi è stato il compagno più simpatico con cui hai giocato nel Milan?

“Sono stati tanti, nel libro lo racconto, Tassotti era un romano-milanese, chiamiamolo così, aveva delle battute taglienti incredibili e qualche volta lasciavano anche il segno. Al termine di una partita in cui non avevo giocato bene, è venuto vicino a me e mi ha detto “Demetrio quanto hai pagato il biglietto per vedere la partita da così vicino?”. Lui rappresenta un po’ la generazione del primo Milan che ho trovato, un leader silenzioso ma non troppo, tante volte quelli che sono i veri leader dello spogliatoio non escono così prepotentemente al pubblico. Mauro ci ha davvero
trasferito i valori di questa società e di questo Milan”.

Ci racconti di quando hai fatto il raccattapalle durante la partita del colpo di
testa di Hateley?

“Ho una foto mentre usciamo dal campo proprio con Mark e una addirittura mentre io faccio il raccattapalle in quella partita dove lui fece quel gol entrato nella storia di tutti i derby. Io sono appoggiato proprio ai cartelloni pubblicitari”.

Cosa hai pensato quando hai visto il tiro di Dejan Savicevic ad Atene nel 94′?

“Ho pensato che fosse un folle, per tirare da lì devi esserlo perché non è possibile neanche a pensarlo. Pallonetti da così lontano ne ho visti ma più che altro centrali, da così laterale non ne ricordo. Forse Florenzi, anche da più lontano, contro il Barcellona”.

A 24 anni avevi già vinto tutto, come si fa a restare motivati?

“In quei momenti vengono fuori i valori di una società che vuole vincere. Se ti trovi in una società dove la vittoria è un’eccezione, poi ti accontenti raggiunto l’obiettivo della tua carriera, invece il nostro obiettivo è stato forse quello di essere qui ancora oggi a ricordare quel Milan. Tutto questo te lo trasferisce la società, l’organizzazione e i valori dello spogliatoio. Ogni spogliatoio è diverso, ci sono quelli che si accontentano e quelli che diventano così importanti da poter trasferire quella che è la cultura del lavoro. Un conto è avere il talento, un conto è lavorare sodo per mantenerlo”.

Che ricordi hai del giovanissimo Lionel Messi?

“Sono arrivato nello spogliatoio del Barcellona e il primo che ho visto fu Messi. La squadra aveva giocato la domenica e aveva avuto due giorni liberi, io arrivai per allenarmi il martedì, ero nello spogliatoio e arrivò Leo insieme al presidente che gli chiese se mi conosceva. Lui rispose si ma alla domanda contraria cioè se io conoscessi lui, risposi no. Oggi quando lo racconto mi vergogno, anzi ho iniziato a vergognarmi dopo aver visto due soli allenamenti di Messi”.

Che giocatore era Andriy Shevchenko?

“Sheva era un giocatore straordinario. Un po’ atipico, poteva essere un centravanti di sfondamento, ma girava anche molto, in qualsiasi zona quando gli davi la palla percepivi la sua pericolosità. Secondo me il più bravo a smarcarsi era Pippo mentre lui anche grazie alla sua stazza fisica riusciva a crearsi lo spazio per segnare con
grande facilità”.

Quanto è stato importante il tuo ruolo e quello di Billy quando arrivò Sheva?

“Ricordo il primo giorno che Sheva arrivò a Milano, Galliani chiamò me e Billy, ci invitò subito a cena perché c’era questo filo diretto tra società e giocatori e quindi da quel momento lì Sheva rimase un po’ con noi. Con Andriy si era instaurato un rapporto straordinario non solo con me, anche con tanti altri, proprio perché è un ragazzo di una grande qualità umana. Si adattò velocemente a quello che era lo spirito del Milan. L’importanza dello spogliatoio è stata fondamentale perché c’è stato un trasferimento di conoscenze e competenze incredibili. Io dico sempre che ho smesso di giocare a calcio due volte, una quando ho lasciato il Milan e una quando ho smesso veramente. Quando vai via dal Milan, come ho vissuto io il Milan, cioè come in una famiglia, 24 ore al giorno, porti a casa i problemi. Quando poi l’ho vissuta da straniero, ho fatto il professionista, ho vinto e qualche problema in meno a casa lo portavo”.

Che ne pensi di Paolo Maldini dirigente del Milan?

“Il Milan è la casa di Paolo, il posto dove lui deve stare. Sapevamo dall’inizio e anche lui era il primo a sapere di dover imparare perché in qualsiasi ruolo e professione puoi avere si talento ma l’esperienza va fatta sul campo con errori e difficoltà. Paolo è un uomo intelligente quindi sa di dover ancora affrontare e superare delle difficoltà, ogni volta è un esame, anche perché poi dipendi dai calciatori, tu lavori bene in sede ma poi in campo ci vanno loro. La cosa più importante che deve fare un dirigente è riuscire a fare una valutazione oggettiva senza farsi condizionare dai risultati, io credo che l’amore per questa società Paolo l’abbia sempre dimostrato, fin dal primo giorno si è messo a disposizione per lavorare sodo”.

Come vedi il Milan in questo momento?

“La cosa più importante è l’equilibrio che in questo momento il Milan ha trovato, riuscendo così anche a valorizzare giocatori che prima erano stati messi in discussione. Credo che Pioli abbia trovato la formula migliore per dare un equilibrio, le basi per il futuro ma anche per il presente perché non dobbiamo mai dimenticare che si è giudicati ora”.

Ci racconti il gol su punizione nella semifinale contro il Monaco?

“Ho ricordato questo gol anche nel mio libro. È stato un momento molto importante perché noi venivamo dall’aver perso la Champions l’anno precedente e in quella stessa partita contro il Monaco venne espulso Billy sullo 0-0 e poi viene ammonito Franco Baresi, sapevamo quindi che anche passando il turno non avremmo avuto due pilastri del genere in finale. In quella semifinale quindi, in 10 contro 11, contro un Monaco con importati giocatori internazionali come Klinsmann e Scifo arriva questa punizione che è talmente lontana che decido di calciarla a due: dal piede esce un tiro veramente incredibile, come mai mi era riuscito sinceramente, uno di quei gol belli e importanti che sogni di poter fare da bambino”.

Scudetto di Zaccheroni e stagione attuale, vedi analogie tra le due annate?

“Sicuramente noi abbiamo scritto lo storia e io spero che anche loro possano fare altrettanto, è quello che auguro a tutti. Quel Milan era sicuramente in una stagione particolare, dopo due anni non belli non era certo accreditata a vincere lo scudetto, doveva essere una stagione in cui volevamo ricostruire qualcosa di nuovo e poi ci siamo ritrovati lì nelle ultime 7-8 partite. Ricordate la partita con la Sampdoria ad esempio: negli ultimi 5 minuti dove loro
sbagliano incredibilmente in due contro Abbiati, torniamo ad attaccare dall’altra parte, calcio d’angolo e immaginate: lo batte Ambrosini! Il calcio d’angolo lo batte Ambrosini che al massimo lo mandi a saltare in area ma di certo non gli fai tirare il calcio d’angolo. E invece va proprio lui e tira questo calcio d’angolo che in gergo si dice “vien giù
come la neve”, la palla sale e scende piano piano verso Maurizio Ganz che tira e con una piccola deviazione fa gol quando davanti alla porta c’erano almeno cinque difensori… Capite che c’era qualcosa di disegnato e quindi aspettiamo questo segno anche per quest’anno…”.

Sul tuo esordio in prima squadra ci puoi raccontare come è avvenuto?

“Avevo 17 anni e già da qualche mese avevo iniziato ad allenarmi in pianta stabile con la prima squadra. Avevo già fatto 4-5 panchine quando arriva la partita del gennaio 1989 (Milan-Como ndr) e sul 3-0 batte il rigore e fa gol mi sembra Pietro Paolo Virdis. A quel punto il Mister (Sacchi) mi dice “scaldati” e da lì comincia a venir un po’ di ansia: guardo San Siro, esco dalla buca della panchina perché una volta erano interrate, c’è un po’ di nebbia alta e si vedeva fortunatamente solo il pubblico del primo anello e questo mi lascia più tranquillo. Poi sono entrato in campo e ho iniziato a correre a 2000 all’ora tanto che dopo un quarto d’ora mi sembrava di aver giocato 90 minuti. Potete immaginare, correre in apnea pensando che devi andare a 100 all’ora ad ogni scatto, devi tenere la posizione, non devi sbagliare… Ricordo che a fine gara fuori dallo stadio mentre i miei genitori mi abbracciavano passò un tifoso del Milan che mi disse: “Albertini ne ho visti tanti esordire, speriamo che non ti perda anche tu”. Mi aveva già dato per bruciato (ride)”.

Chi era il tuo idolo da bambino?

“Il primo idolo è stato il Tardelli dell’82, non per il gol in finale ma perché giocando mezzala da piccolo mi rivedevo lì in mezzo al campo insieme a grandi giocatori. È stato sicuramente un punto di riferimento per il ruolo. Poi io non ho avuto grandi idoli mai ho avuto due grandi maestri, Carlo Ancelotti e Frank Rijkaard, non tanto perché facevano lo stesso ruolo ma per il loro aiuto e nello starmi vicino a inizio carriera”.

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