ESCLUSIVA – Condò: “Milan, il tuo destino è lottare per vincere la Champions”

ESCLUSIVA PIANETAMILAN – Il giornalista sportivo Paolo Condò ha presentato il libro ‘La Storia del Milan in 50 ritratti’ e parlato del team di Stefano Pioli

di Daniele Triolo, @danieletriolo
Paolo Condò

La nostra esclusiva con Condò: Milan tra passato, presente e futuro

 

ESCLUSIVA PIANETAMILANPaolo Condò, famoso giornalista sportivo, firma di ‘Repubblica‘ e volto noto di ‘Sky Sport‘, ha rilasciato un’intervista in esclusiva per la nostra redazione. Per l’occasione, Condò ha presentato il libro scritto con Giuseppe Pastore, ovvero ‘La Storia del Milan in 50 ritratti‘ e si è intrattenuto con noi per discutere del passato, del presente e del futuro della squadra rossonera. Queste le dichiarazioni di Condò.

Da dove nasce l’idea di scrivere questo libro e come si è sviluppata? “L’idea è nata dal fatto che avevo scritto per lo stesso editore, ‘Centauria‘, il libro ‘La Storia del Calcio in 50 ritratti’. Lì ho fatto una lunga introduzione, e poi un lungo racconto, a partire dalla nascita della Coppa dei Campioni. Perché io identifico lì l’inizio del calcio moderno. Ho trattato le 50 figure più rappresentative del calcio mondiale. Del Milan ho inserito Paolo Maldini, Marco van Basten, Gianni Rivera, Arrigo Sacchi. Una delle 50 figure, però, era Jean-Marc Bosman, che con la sua sentenza sulla libera circolazione dei giocatori a fine contratto stravolse il mondo del calcio. Poi ritratti di Diego Armando Maradona, Pelé, Ronaldo il Fenomeno e scelte meditate e curiose. Il libro si è rivelato un ottimo successo. Così l’editore mi ha chiesto di fare le stesse cose per i tre club storici del calcio italiano, Juventus, Milan e Inter. Non avevo il tempo di scrivere tre libri, così ho preso la direzione della collana. Per ciascuno dei tre libri ho fatto una lunga intervista da libro a tre figure importanti per la storia di quel club che mi servivano a raccontare una cosa specifica. Per il Milan ho scelto Alessandro Costacurta, che mi ha raccontato per filo e per segno la vocazione europea del Milan. Lui con Sacchi, poi con Fabio Capello e Carlo Ancelotti è stato protagonista di cinque vittorie in Champions League. Per la Juventus ho scelto Claudio Marchisio, che mi ha parlato del dominio bianconero nell’ultimo decennio e per l’Inter ho scelto Estebán Cambiasso, che mi ha raccontato l’anno del ‘Triplete’. Con i vari retroscena. Dopodiché per ciascuno dei tre libri ho scelto un collaboratore di mia fiducia, per il Milan Giuseppe Pastore, che tracciato i 5o profili. Ho avuto la fortuna di poter scegliere tra i migliori”.

A quale Milan del passato è rimasto più legato? “Io ho vissuto il giorno per giorno dell’era Sacchi con il Milan, sono molto legato a quel periodo. Ho seguito anche le squadre di Capello e Ancelotti, però via via diventavo più importante all’interno della Gazzetta dello Sport, quindi era raro che andassi a Milanello ogni mattina a seguire la squadra così come aveva fatto durante la gestione di Sacchi. Sono rimasto sentimentalmente molto legato a quella squadra, meravigliosa e rivoluzionaria. Ed ai vari personaggi dell’epoca: mi ricordo l’amico Ancelotti, Costacurta, che era un mio ‘informatore’ nel Milan, visto che vantavamo a quel tempo già ottimi rapporti. Ma anche la meraviglia di van Basten, poi Frank Rijkaard, Ruud Gullit …”.

‘L’Équipe’ ha votato il Milan degli Invincibili, quello di Sacchi, come miglior squadra della storia. È d’accordo con questo giudizio? “Ho tre squadre a cui sono molto legato, che giocavano lo stesso tipo di calcio. La prima, da semplice ragazzino era l’Ajax di Johann Crujiff. La seconda, da giovane cronista, il Milan di Sacchi. La terza da cronista maturo, il Barcellona di Pep Guardiola. Le tre squadre in assoluto più belle e rivoluzionarie nell’interpretare il calcio. Squadre uguali, sebbene nel tempo ci stata un’evoluzione. Il Barça è diverso rispetto alle altre due: è arrivato venti anni dopo il Milan, con altre nozioni in termini di nutrizione, preparazione atletica e così via. Se, però, le metti in fila vedi l’evoluzione della specie. Giocavano sempre lo stesso tipo di calcio, quello ‘totale‘ all’olandese”.

Cosa pensa del Milan di Stefano Pioli? Se l’aspettava in testa alla classifica a fine 2020? “Dipende dove mi metto come punto d’osservazione. Se penso allo 0-5 incassato un anno fa a Bergamo, ti dico di no. Non me l’aspettavo. Se invece parto dalla fine del campionato scorso, dov’era già stato la squadra più forte del post-lockdown, ti dico che ha fatto più di quanto mi aspettavo, ma ha fatto grandi cose e merita la posizione che ricopre. Sono stato uno dei primi a dire che il Milan era una cosa seria e che era una squadra che durerà. Non dico che vincerà lo Scudetto, ma potrà coltivare pensieri ambiziosi fino a primavera. L’ho pensato dopo il derby vinto in quel modo contro l’Inter”.

Che idea si è fatto del lavoro di Pioli? Da reietto, quasi licenziato, a idolo delle masse in dodici mesi … “Ha saputo tenere i nervi molto saldi e freddi. Ha fatto lavorare tempo e squadra per sé. Siamo partiti a Natale 2019, con i risultati negativi, con l’opzione, calda, di Ralf Rangnick che aveva fatto ottime cose fuori dall’Italia ed sono molto aperto ai progetti di questo tipo. Quando il campionato è ripartito a giugno il Milan ha iniziato ad andare bene e si diceva ‘peccato per Pioli, ora che ha trovato il bandolo della matassa’. C’è stato quasi un coro popolare dei giornalisti e dei tifosi, perché non dovevano mandarlo via. Quindi, all’inizio di questa stagione, c’erano alcuni scettici. Qualcuno che diceva ‘ecco confermato Pioli, cosa succederà? Il secondo anno farà peggio’. Come gli è successo da altre parti, come accaduto con Lazio e Fiorentina. Ma l’occasione della vita, perché questa è inevitabilmente l’occasione della vita per lui, se la sta giocando molto bene. Ha imparato dagli errori commessi in passato. Un giocatore, se ha talento e classe, la fa vedere da ragazzo e poi, con il tempo, disciplina le sue qualità. Un allenatore, invece, impara. E Pioli ha fatto tesoro degli errori passati”.

Cosa manca a questo Milan per tornare la squadra di un tempo? “Il Milan è la seconda squadra in Europa per numero di Coppe dei Campioni vinte. Hai voglia a tornare a quello che era il destino del Milan. Ora i rossoneri stanno lottando per vincere il campionato italiano e l’Europa League. Ma il destino del Milan è quello di lottare per vincere la Champions League. Certo che deve essere migliorato. Sicuramente va meglio rispetto alle gestioni precedenti, l’ultimo della gestione di Silvio Berlusconi, ed il misterioso ed enigmatico periodo cinese: lì si navigava a vista. Con Berlusconi si era arrivati alla fine di un impero, che non poteva che portare alla chiusura ed alla cessione. Si è dilungato un po’ troppo. Forse un giorno sapremo, invece, di quanto successo in epoca dei ‘cinesi’. C’è qualcosa che ci sfugge. Invece adesso, da quando c’è Elliott, si può aver sbagliato un allenatore, un giocatore, ma la direzione di marcia è chiara. Tutto il 2020 è stato un anno di crescita potente. Il Milan, delle 20 squadre di Serie A, è quella che ha fatto la crescita più potente”.

Quali ambizioni può avere la squadra rossonera in quesa stagione? “Ad inizio anno l’avevo pronosticato al quarto posto. In società non parlano di Scudetto? Gli obiettivi dati da dirigenti, giocatori, allenatori sono posti da chi è parte della storia, da chi ha interesse in genere a dire di meno di quello a cui punta. È vero che il Milan era partito per arrivare in Champions League. Ma adesso, insomma, sono certo che tutti quanti stanno pensando alla possibilità di vincere lo Scudetto. Com’è umano che sia. Non eravamo in tanti a inizio campionato a dire che il Milan sarebbe arrivato al quarto posto. Avevo messo in fila Juventus, Inter, Atalanta e Milan. C’erano parecchi consensi sul Napoli …”.

C’è un giocatore di questo Milan che meriterebbe un ritratto nel suo libro? “Il giocatore che sicuramente alla fine della sua carriera avrà fatto grandissimi cose è Gigio Donnarumma. Già adesso con Jan Oblak dell’Atlético Madrid e Manuel Neuer del Bayern Monaco è per me uno dei primi tre portieri al mondo. Ed è ancora giovanissimo. Mi aspetto che rifaccia pari pari, nel Milan, la carriera avuta da Gigi Buffon nella Juventus. Ho specificato nel Milan perché se la squadra continua in questa crescita, Donnarumma rimarrà tutta la carriera in rossonero. Lui, lo ha fatto capire più volte, ritiene in maniera inequivocabile il Milan casa sua. Essendo, però, un calciatore di livello mondiale, al di là dei soldi (lì ci penserà Mino Raiola), per restare a vita al Milan, i rossoneri devono diventare competitivi per vincere la Champions League. Lo stesso discorso per Theo Hernández, che ci ha fatto vedere un valore straordinario. Sta lì perché c’è Maldini. Il mito di tutti i terzini sinistri del mondo. È molto motivato di avere il suo idolo come dirigente e di giocare nella sua squadra. Quest’incanto durerà fin quando ci sarà crescita, e finché il Milan tornerà stabilmente alla fase ad eliminazione diretta della Champions. Per mantenere questi giocatori ha bisogno di diventare un club che, fisso, almeno si qualifica per i quarti di finale”.

Vede una grande mancanza in questo Milan? “C’è una questione che inevitabilmente si aprirà. Quella del grande goleador. Il Milan ha un personaggio fondamentale, come Zlatan Ibrahimović, e lo avrà ancora l’anno prossimo. Perché io penso che Ibra rinnoverà il suo contratto per un altro anno. Ci sarà un momento, però, in cui il Milan avrà bisogno di un attaccante da 25 gol a stagione. Quello che è Romelu Lukaku per l’Inter, Cristiano Ronaldo per la Juventus, Ciro Immobile per la Lazio. Questo anche dipenderà dalla crescita della squadra. Nel Milan di oggi, un club che ha lanciato Theo Hernández, Ismaël Bennacer, Franck Kessié, si può immaginare che cercherà un attaccante come Gianluca Scamacca. Un nome che si è fatto, che sicuramente è un giovane di grandi qualità. Se il Milan salisse di livello, allora diventerebbe normale andare a cercare uno come Erling Braut Haaland. Così come una volta cercavi van Basten ed Andriy Shevchenko. Ora Haaland non va al Milan, va al Real Madrid o al Manchester United. Bisognerà capire cosa farà il Milan in quel ruolo: il prossimo salto di qualità del Milan sarà grazie ad un centravanti da 25 gol. Uno che possa anche convivere con Ibrahimović. Lo svedese è un giocatore talmente forte ed intelligente: lo vedo a fare la seconda punta o il trequartista alle spalle del bomber, l’uomo che lancia il compagno in rete e che gioca le 20 partite più importanti della stagione”.

Vedrebbe bene Zlatan con Mauro Icardi? “Icardi è un attaccante egoista, uno di quelli che se segna tanti gol, fa vincere la squadra. Ma una caratteristica dei giocatori del Milan è che sono solidali tra loro. Tutti corrono in soccorso del compagno, si aiutano tra di loro. Inserire un tipo di giocatore che o segna o becca il 4 in pagella perché non ha combinato nient’altro in campo credo vada contro il DNA di questa squadra”.

Ibrahimović può essere annoverato tra i grandi attaccanti del Milan di ogni tempo? Di quelli ‘da ritratto’? Se sì, in che posizione? “Le grandi punte del Milan, per me, sono state Marco van Basten, Andriy Shevchenko, Filippo Inzaghi. Ibra continua a sorprendermi per la sua capacità di continuare ad essere competitivo. L’Ibra di 10 anni fa valeva sicuramente quei nomi. Quello di ora? Se vince lo Scudetto, sì. Ma finora ha giocato anche meno della metà della partite dei rossoneri a causa degli infortuni. La bravura del Milan è stata anche quella di assorbire ottimamente la sua assenza”. TUTTE LE NEWS PIÙ IMPORTANTI SUL CALCIOMERCATO DEL MILAN >>>

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