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Costacurta: “La finale al Camp Nou il ricordo più bello. Ibra star come Gullit” | ESCLUSIVA

Costacurta: “La finale al Camp Nou il ricordo più bello. Ibra star come Gullit” | ESCLUSIVA

Alessandro Costacurta, ex difensore del Milan, ha rilasciato un'intervista in esclusiva ai microfoni di 'pianetamilan.it'

Enrico Ianuario

663 presenze, 3 gol e 24 trofei conquistati tutti con la maglia del Milan. Stiamo parlando di Alessandro Costacurta, ex difensore rossonero e oggi opinionista di ‘Sky Sport’, il quale ha rilasciato un’intervista in esclusiva ai microfoni di ‘pianetamilan.it’. 

Buongiorno Costacurta. Lei ha esordito il 25 ottobre 1987 durante un Verona-Milan terminato 0-1 per i rossoneri. Che ricordi ha di quel momento? 

Era un momento un pochino complicato della stagione. Arrivavamo da alcune sconfitte brutte e c’era un po’ di tensione. C’era qualcuno che iniziava a dire che Sacchi non sarebbe arrivato a mangiare il panettone. Però durante gli allenamenti noi stavamo incominciando a a vedere che dietro i messaggi che ci mandava Sacchi c’era qualcosa di diverso. Di conseguenza, avevamo già iniziato a credere in quello che ci diceva. Cosa che secondo me è successo nei primi 15 giorni di ritiro, soprattutto quando ci ritrovammo in estate a Milanello. 

Che ricordi ha della vittoria in finale di Champions League contro lo Steaua Bucarest? Una partita terminata 4-0, nella splendida cornice del Camp Nou che da ‘blaugrana’ diventò rossonero. 

Per tutti noi che abbiamo vissuto quella partita è il ricordo più bello. Scoprimmo la felicità sportiva, fino a quel momento c’erano state tante soddisfazioni come il 5-0 contro il Real Madrid, ma il punto di arrivo sarebbe stata la finale. Di conseguenza averla vinta, in uno stadio che si trasformò per merito nostro, ma in particolare dei rumeni che ebbero delle difficoltà, si trasformò in un ‘San Siro’ a Barcellona. Noi eravamo abituati a giocare in un grande stadio, eravamo stati abituati a giocare in casa. Però quello stesso calore in una città straniera era qualcosa di sensazionale, non c’è stata più una cosa del genere. Probabilmente quella per tutti noi è stata la prima vera felicità sportiva. Direi che tutti noi di quel periodo ricordano quella finale come il primo vero momento di felicità. 

Nella stagione 1989-1999 il Milan vinse un’altra Champions, battendo in finale il Benfica. Il campionato, però, si concluse con un secondo posto, ma in quella stagione arrivò il suo primo gol in un Derby contro l’Inter perso 3-1. Quali emozioni le ha suscitato quella rete? 

In realtà non provocò niente in me perché eravamo sotto 2-0 nel Derby, poi quella partita finì 3-1. Sinceramente non ricordo il piacere, devo dire che ho fatto pochissimi gol però i gol non mi hanno mai dato quella gioia che mi dava un successo di squadra. In un certo senso, non ho mai vissuto per andare a fare gol perché forse non ero portato per farli. I gol che ho fatto sono stati belli però non ero portato. Stesso discorso di quando giocavo nel settore giovanile, nonostante io ne abbia fatti qualcuno in più. Ripeto, non è stato per me una gioia il riconoscimento del gol. Mentre mi ha dato più gioia qualche salvataggio clamoroso piuttosto che qualche bell’intervento. Per noi difensori il gol credo non sia una grandissima gioia o almeno per me era così. Per noi il nostro lavoro era soprattutto l’entrata in scivolata, il recupero, l’anticipo. 

Nella stagione 1993-1994 sulla panchina del Milan sedeva Fabio Capello. Con lui si è vinta la finale di Champions League battendo il favoritissimo Barcellona di Johann Cruijff. Che ricordi e che sensazioni le ha suscitato aver vinto quella partita con un risultato così netto? 

E’ stata veramente una partita clamorosa. In un certo senso, all’inizio dell’anno Barcellona e Milan erano considerate le favorite. Il fatto che io e Franco Baresi fossimo squalificati aveva spostato le probabilità di vittoria sul Barcellona. A quel punto ci cascò in particolare Cruijff che cominciò a dire che noi giocavamo un calcio non propositivo, che il loro calcio era spettacolo, che ci avrebbero surclassato... Questo non fece altro che caricare i miei compagni che scesero in campo con una determinazione e una cattiveria incredibile. Secondo me non aveva capito la vera forza della squadra che non era la tecnica, non era l’organizzazione, ma l’orgoglio e l’attitudine che i suoi giocatori non avevano. Tant’è che lui aveva giocatori fantastici come Romario e Stoichkov, ma non avevano la nostra personalità, la nostra attitudine al lavoro di squadra. Cruijff credo che abbia fatto veramente delle grandissime cose però quella cosa lì, capire che dietro i calciatori ci sono anche gli uomini, io credo che lui in quella partita non l’abbia capita. Tant’è che li surclassammo proprio per quello. Perché in un certo senso lui aveva fatto respirare un’aria di vittoria prima della partita. 

Nella stagione 1998-1999 il Milan vinse uno scudetto inaspettato. Questa volta in panchina c’era Zaccheroni. Il suo ‘cavallo di battaglia’ era il 3-4-3. Fino a quel momento, lei aveva giocato da libero, centrale e terzino. Ha avuto qualche difficoltà nell’adattarsi a questo nuovo sistema di gioco? 

Ogni allenatore credo che porti sempre dei nuovi principi. Bisogna essere curiosi, disponibili e credo che quel gruppo lì lo sia sempre stato. Credo che quella sia stata la forza, non solo per quella che riguarda la squadra, ma anche i dirigenti, gli stessi tifosi. Credo che l’importante era che si provasse a giocare bene, poi il tempo te lo dà. Anche i tifosi del Milan sono sempre stati molto aperti e noi come giocatori eravamo ‘esploratori’, curiosi di vedere quell’allenatore che aveva fatto così bene prima. Ci propose qualcosa di nuovo, naturalmente sembrava difficile per noi difensori. Poi io giocavo insieme a Maldini, eravamo abituati ad una difesa abbastanza forte. A livello di reparto forse dovevamo essere un po’ più individuali a livello di marcatura. In un certo senso ci incuriosì fino a conquistarci perché comunque nella fase propositiva era veramente qualcosa di nuovo e per noi che eravamo abituati in una certa maniera, anche il solo fatto di avere 4-5 soluzioni quando avevamo la palla fu una grande e meravigliosa scoperta. Direi che quello fu il grande messaggio che ci arrivò da Zaccheroni. Il fatto che era una squadra che poteva rischiare di più, si fidava di noi difensori ma voleva che la squadra creasse e segnasse tanto”. 

Nel 2003 il Milan ha vinto la finale di Champions contro la Juventus. Quattro giorni più tardi arrivò anche la vittoria in Coppa Italia contro la Roma. La domanda che le faccio è: dopo aver vinto una finale di una competizione europea, come si gestisce un’emozione così grande e affrontare pochi giorni dopo un’altra finale altrettanto importante? 

Ci si abitua a tutto, ci si abitua alle vittorie ma anche alle sconfitte. Si riesce a rimanere in uno stato cosciente di concentrazione, di attenzione e di attitudine. Quell’anno fu particolarmente pesante sopra l’aspetto psicologico perché le due semifinali con l’Inter, ma anche il ritorno dei quarti di finale con l’Ajax fu terribilmente profondo a livello psicologico. Ci scavò le energie mentali e psicologiche, quindi fummo veramente molto bravi a rimanere comunque sempre in uno stato mai di ebrezza o felicità perché sapevamo che non avevamo raccolto niente. Avevamo sempre dopo qualche giorno una partita che probabilmente ci avrebbe fatto entrare nella storia. Le due semifinali in Champions contro l’Inter, la finale con la Juve, quando poi in realtà per fare veramente la storia dopo qualche giorno avremmo giocato la finale di Coppa Italia. Erano diverse settimane dove dovevamo rimanere sempre concentrati, non fu facile ma eravamo una squadra con uno spessore molto alto. Era un gruppo composto da persone che hanno fatto successo anche dopo come Inzaghi, Rui Costa, Shevchenko, Pirlo, Gattuso, Seedorf, Kaladze che è sindaco a Tbilisi, Maldini... Era una squadra veramente di spessore caratteriale, umano. Non fu molto difficile rimanere concentrati e avere dei cali. 

Tra i calciatori citati da lei c’è anche Shevchenko. Da pochi giorni è diventato il nuovo allenatore del Genoa: cosa ne pensa di questa scelta da parte sua? 

Credo che sia un’ottima possibilità per lui, per cominciare una professione che l’ha visto vincente nella sua Nazionale con impegni non quotidiani. Di conseguenza adesso inizia qualcosa di diverso. Sheva è sempre stata una persona molto curiosa, ha sempre esplorato mondi che sembravano lontani. E’ una persona retta e per bene, credo che lui possa riuscire a fare un pochino tutto. Credo che possa fare l’allenatore e poi ha di fianco uno dei migliori allenatori che ci sono in giro che è Mauro Tassotti. Questo lo aiuterà. Il Genoa è una squadra storica, prestigiosa, ha ancora un brand meravigliosa. E’ una bellissima sfida, secondo me era difficile rifiutare un’opportunità del genere. Chiaro che sarà difficile perché il campionato ha alzato il livello medio di tutte le squadre quindi dovrà fare molto bene per avere soddisfazioni. Però quella è una squadra che può farcela. Di conseguenza può farcela anche Sheva. 

C’è qualcosa del Milan di oggi che le ricorda i ‘suoi’ Milan? 

Io credo che non ci sia niente perché quelle erano squadre completamente diverse. Noi avevamo giocatori che erano al top in quel momento. Anche se in realtà quella dell’87 forse può somigliare. Anche quella era una squadra giovane, c’erano un paio di star come Gullit, Van Basten, Baresi ma che non erano riconosciuti tra i primi cinque d’Europa. Forse si, la paragonerei a quella perché non aveva ancora vinto niente, noi non avevamo vinto niente come è successo bene o male a quasi tutti. Oggi di star c’è solo Zlatan, ma per il resto è una squadra che somiglia molto di quel periodo lì. Quando noi vincemmo lo scudetto, il Gullit di quel periodo è lo Zlatan di oggi. Parlo a livello di personalità, di comportamenti, che ci trascinava e i suoi atteggiamenti in campo. Forse lo paragonerei al primo Sacchi quello dove vinse lo scudetto, non quello dopo dove giocammo, secondo me, in un modo paradisiaco: fummo devastanti. Questa secondo me è la squadra che somiglia a quella del primo campionato di Sacchi. 

C’è il rischio, però, che questo possa essere l’ultimo anno di Ibrahimovic a trascinare i suoi compagni in campo. 

Non ci scommetterei. Io credo che se lui mai riuscisse a gestirsi, e credo che ha imparato la lezione, possa veramente anche l’anno prossimo dire e fare qualcosa di importante. E’ una mia previsione, non lo conosco direttamente, ma abbiamo tanti amici in comune che lo conoscono bene. Io credo che possa dare ancora, l’anno prossimo, qualcosa a questo Milan in Italia. In Europa forse meno, però potrà darlo anche nella prossima stagione. 

E’ periodo di sosta. Italia e Svizzera condividono il primato in classifica e con una vittoria gli azzurri potrebbero presentarsi contro l’Irlanda del Nord con due risultati su tre a proprio favore. 

Speriamo che giocatori e allenatore non ragionino come noi che siamo lì a far calcoli. Perché questo secondo me è l’atteggiamento sbagliato. Io credo che loro abbiano la voglia, ma anche l’attitudine, la personalità, hanno l’obiettivo di superare la Svizzera. I calcoli frenano sempre un po’ l’atteggiamento, soprattutto in alcuni giovani, in alcuni che non hanno personalità. Non farei tanti calcoli, abbiamo la possibilità di affossare la Svizzera che arriva senza dei buoni giocatori che sono importanti per loro e non hanno la panchina lunga come la nostra. Fare calcoli, secondo me, è sbagliato in questo momento perché noi siamo più forti della Svizzera, ne dobbiamo approfittare. Anche io ho fatto gli spareggi e ne ho fatto uno, sempre a Roma, contro l’Inghilterra nel ‘97. Pareggiamo e da lì non riuscimmo a qualificarci e dovemmo fare lo spareggio. Bisogna pensare a questa partita, quella contro l’Irlanda del Nord dobbiamo proprio fregarcene, non ci deve proprio interessare. Ci deve interessare finire in vantaggio alle 22.45 quando finirà questa partita. 

Quindi secondo lei questa Italia è più forte nonostante i diversi infortuni degli ultimi giorni. 

Si, ma ne hanno più loro. Non parliamo di infortuni, la prego. Non attacchiamoci a queste cose, altrimenti i calciatori trovano un alibi. Loro hanno cinque titolari infortunati, noi ne dobbiamo approfittare perché siamo più forti, perché abbiamo la possibilità di qualificarci e credo che sia un obiettivo meraviglioso. Dobbiamo pensare solo a quello. Le Top News di oggi sul Milan: il retroscena sul fondo arabo, il rinnovo di Krunic e molto altro

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