Maldini: “Non so se sarei un buon dirigente, ma…”

In occasione dei suoi 50 anni, Maldini ha rilasciato una lunga intervista in cui ha toccato tantissimi temi. Ecco tutte le sue dichiarazioni.

di Stefano Bressi, @StefanoBressi

Non è un giorno come tutti gli altri, oggi, per Paolo Maldini. L’eterno numero 3 rossonero compie infatti 50 anni e, dopo aver parlato alla Gazzetta, oggi ai microfoni di Sky si è concesso a una lunghissima intervista, in cui ha affrontato tantissimi temi. Dal passato rossonero alle prospettive future, ma anche molti aspetti della propria vita. Ecco le sue parole.

Sul legame con Milano: “Ho preso due Ambrogini d’Oro, uno come squadra e uno personale. Ho preso il primo della Regione. Sono nato e cresciuto qua, mi identifico nei valori dei lombardi e quindi sono milanese al 100%”.

Sulle origini triestine: “Le considero secondarie perchè ho conosciuto poco Trieste. Ho conosciuto solo nonna Maria, la mamma di mio papà, che veniva ogni tanto a trovarci a Milano. Non siamo quasi mai andati a Trieste. La nostra vita tra scuola e impegni sportivi era a Milano. La mia parte triestina è sempre stata abbastanza distante da me”.

Cosa direbbe a Nereo Rocco, maestro del padre: “Non l’ho mai conosciuto, ho letto e sentito. Direi grazie, perchè ha formato mio papà. Era un uomo schietto e sensibile, uno sportivo vero. Siccome so quanto la parte sportiva abbia influito sul mio carattere e sul mio modo di essere uomo, posso immaginare quanto Rocco abbia influito su mio papà”.

Sui fratelli: “Nelle idee dei miei penso non ci fosse l’idea di avere sei figli. Ho avuto la sensazione che cercassero il maschio, che è arrivato al quarto tentativo e quindi la casa era diventata abbastanza stretta. Però credo sia stata la mia fortuna, perchè è stato divertente”.

Sulla foto con la maglia del Torino da ragazzo: “Avevo una predilezione per il Torino, perchè papà aveva giocato lì e perchè era l’unica maglia che avevo trovato alla Zinetti Sport. Sono andato io personalmente a cercare la maglia. Era un torneo dell’oratorio. Quella foto era all’entrata della camera di mio padre e mia madre”.

Sulla mamma convinta sarebbe diventato calciatore: “Sì, non c’era la certezza, ma diciamo che una certa predisposizione si era vista. Il fatto che mio padre non volesse vedermi come calciatore l’ho rivissuta a mia volta da papà, che ha fatto quel tipo di lavoro. Diventare calciatore non è solo talento. C’è tanto di quel lavoro e sacrificio dietro, capisci che il talento ti può aiutare, ma la strada è molto complicata. Nelle giovanili, diciamo dai 10 ai 14 anni, non ero la stella. Poi ho fatto il salto di qualità”.

Sulla scelta del provino con Milan o Inter: “Non solo Milan o Inter. Mi chiese anche se volevo giocare in porta o fuori, mi piaceva fare il portiere. Ci ho pensato, non su Milan o Inter. Ma se fare il portiere o meno”.

Se Liedholm gli chiese dove volesse giocare: “Mi ha chiesto se preferivo destra o sinistra. Gli dissi che andava bene tutto. È stata una sorpresa anche per me. A causa della nevicata ci allenavamo a Milanello e io non avevo le scarpe da ghiaccio. Me le sono fatte prestare da un giocatore che aveva due numeri meno di me. Sono arrivato a Udine con le unghie andate e un dolore terribile. Sono andato in panchina non allacciando le scarpe, ma da quando mi ha detto di entrare non ho sentito più nulla”.

Quando si è reso conto cosa sarebbe diventato: “Il giorno dell’esordio. Quando ho finito la partita ho pensato di poter giocare in Serie A. Mi ero piaciuto. O meglio, piaciuto è tanto. Perché ho sempre cercato la partita perfetta senza riuscire a farla, soprattutto da terzino. Se giochi centrale è più semplice non sbagliare, da terzino è quasi impossibile”.

Sulla richiesta di non andare a scuola il giorno dopo: “Sapevo che si sarebbe parlato del mio esordio e io non volevo tutte queste pressioni. Quel giorno però ci fu un’intervista, la mia prima. Il mio rapporto con la stampa forse è stato condizionato da quella prima intervista. Non era tanto interessata all’aspetto sportivo, ma siccome indossavo una polo rosa è andata sulle domande personali e mi ha chiesto se fossi fidanzato, cosa che non ero. Nell’articolo ha fatto presupporre una mia omosessualità che il giorno dopo mi ha messo in un grossissimo disagio nei confronti dei miei compagni. Ora mi sarei messo a ridere, certo, ma prova a immaginare nel 1984/85 un ragazzino di 16 anni che si affaccia al mondo dello sport e questo è l’articolo sulla stampa…”

Su Di Bartolomei: “È stata una persona importante, perchè era bravissimo con i giovani. In particolare con me, probabilmente aveva visto qualcosa che gli piaceva. Sono stato in camera con lui più volte dove, tra l’altro, chiamava il suo amico Giulio Andreotti. Io ero sorpresissimo. Una volta ho giocato centrale con lui e gli ho chiesto se volesse giocare a destra o a sinistra. Mi disse che lui stava in mezzo e io gli correvo in torno. Erano altri tempi, ma sono state persone che mi hanno insegnato tanto, come Baresi e Tassotti e tutti quelli di una certa età”.

Su Liedholm: “Il Barone è stato importantissimo per me. Era molto avanti come idee ed aveva la capacità di renderti tranquillo. E poi mi diceva sempre che il calcio è un gioco e se ci pensi è vero, soprattutto a quell’età. Io ero molto ansioso, insicuro fuori dal campo e sicuro dentro. La mia insicurezza fuori dal campo è stata combattuta con i primi successi a livello di rapporti con le persone”.

Il rapporto con i tifosi del Milan: “Non si può pensare al calcio 12 mesi, si scindono i 90 minuti dal resto della vita. Per restare attaccato alla realtà devi vivere la vita di tutti i giorni, con gli affetti e i cari. Se no poi ti mancano i piedi per terra. Poi è una scelta… Uno sportivo deve accettare sconfitta e vittoria. Se hai dato tutto, la sconfitta fa parte del gioco”.

Sulla testata a Casiraghi: “Era un Trofeo Berlusconi in cui c’era la votazione popolare e avevano indicato me come migliore in campo, anche perché avevo fatto gol. Non ho accettato il premio, non posso essere espulso e avere il premio come migliore. L’errore con Casiraghi è diverso dall’errore tecnico, l’ultimo l’ho sempre accettato. Le responsabilità le ho sempre prese. Il mio obiettivo era la palla, non ho mai guardato le gambe degli avversari. L’errore ci sta, ti rende umano”.

Se essere Maldini gli ha evitato ammonizioni: “Sì, è vero”.

Perchè è rimasto al Milan: “Prima di tutto perchè sono nato a Milano e mio papà giocava nel Milan. Per me era il massimo giocare con questa maglia. Sono stato fortunato, perchè gli obiettivi della squadra erano gli stessi che avevo io. Eravamo entrambi ambiziosi e la cavalcata è stata eccezionale. Ci sono stati alti e bassi, ma non si va via nei bassi. Come Baresi. Franco parla molto meno di me, ma il mio esempio era lui”.

Come si diventa mancini: “Io sono sempre stato destro. C’era quel posto libero e l’occasione la devi prendere, in più con il sinistro me la cavavo. Ho giocato un anno terzino destro, ma sorvoliamo… Tante cose le ho sempre fatte meglio con il sinistro, come calciare al volo o l’appoggio di piatto”.

Sui pochi gol fatti: “Lo so, ma non si può avere tutto…”

L’eleganza nei contrasti: “Sono cose naturali. Ho sempre avuto il controllo totale del mio corpo, quindi anche nel contrasto e nell’appoggiarmi all’avversario ho usato ogni parte del mio corpo per mantenermi in equilibrio”.

Gli attaccanti più problematici: “Quelli che ondeggiavano sul pallone quando ti puntavano, tipo Shevchenko. Quelli che si fermavano e ripartivano erano il mio pane”.

Se paga avere un carattere schivo come Tassotti: “Credo di sì. Paga nei rapporti personali, poi se non tutti capiscono amen. Io sono di parte, perchè è stato mio compagno di camera per tanti anni, mi accompagnava lui a Milanello quando non avevo la patente”.

La chiave del Milan vincente con Sacchi e Capello: “La difesa a quattro italiana. Credo sia stato il motore del Milan di Sacchi prima e Capello poi”.

Su Van Basten: “Non stava benissimo, ma ha fatto la prima partitella con noi ed era uno spettacolo. Un giocatore con una classe immensa, un bomber cattivo. Alto come me, pesava come me, ma aveva una classe diversa. Quando parliamo, purtroppo parliamo sempre di dolori fisici. Lui ha dovuto smettere all’apice della carriera, a 28 anni, era capocannoniere”.

Su Gullit: “Era un giocatore universale. Spingeva la squadra ad essere più coraggiosa. È stato importantissimo da quel punto di vista”.

Sui punti di forza di Sacchi: “Due cose: la preparazione fisica incredibile e la conoscenza del gioco. La sua idea di calcio ci ha reso più ricchi calcisticamente. All’inizio ho sofferto, non solo io, per la mia individualità forte. Sbotto e dal momento che sbotto, credo, aggiungo qualcosa di mio alla collettività. E quella è la maniera per diventare più grandi”.

Sul non aver fatto l’allenatore: “Per scelta. Dico sempre che non ho mai detto quello che avrei fatto, perchè non lo sapevo, ma ero sicuro di ciò che non avrei mai fatto. E già non è male come inizio”.

Sulla Champions 1994 senza Baresi e Costacurta: “Parliamo di Romario un secondo. L’ho incontrato contro il PSV e mi ha fatto un gol che mi ha fatto rimanere male perchè nessuno prima di allora mi aveva fatto un gesto tecnico così rapido. Tornando alla partita, ci davano per sfavoriti, ma quel gruppo era forte. Eravamo un pochino in calo. Ricordo che la partita prima andammo a Firenze e perdemmo 2-0 ed eravamo tutti preoccupati che Capello ci ammazzasse negli spogliatoi. Capello, invece, utilizzò un’altra tattica e ci disse che eravamo fortissimi ed in grande forma e che avremmo vinto la Coppa dei Campioni battendo il Barcellona. Bluffava, sulla condizione fisica”.

Su Savicevic: “Grandissimo talento, un po’ timoroso e lui è arrivato in una squadra di pazzi: ci allenavamo come matti e ci picchiavamo in allenamento. Era una battaglia continua, ma solo così si migliora il campione. Lui ha fatto tanta fatica ad entrare in quel meccanismo, ma quando ci è entrato… Lui era il giocatore che andava maggiormente dritto verso la porta che abbia mai visto”.

Sulla partita di Belgrado nel 1988: “Contro una Stella Rossa fortissima. Quella partita ha fatto svoltare il Milan di Sacchi. È successo di tutto, dal gol dentro di un metro alla partita rinviata la sera prima. Se non l’avessero sospesa per nebbia il giorno prima non l’avremmo mai più ripresa”.

Su Istanbul: “Lo sapevano anche loro che è stato un miracolo. Quindi non dico che ci fosse un imbarazzo da parte dei giocatori del Liverpool, però… I tifosi Reds che cantavano all’intervallo è stato uno dei motivi per cui quella squadra non mollò”.

Lo scontro con i tifosi dopo quella finale: “Questo è lo sport. È proprio il succo dello sport: ti do anche l’anima, io posso anche morire in campo, però, una volta che lo faccio, non mi devi dire niente. Un tifoso mi disse che dovevo vergognarmi e che dovevo chiedere scusa, ci sono andato davanti. Come capitano non potevo accettarlo. Non potevo accettare che un ragazzino di 22 anni  dopo una partita del genere, mi dicesse qualcosa. Solo io sono andato a parlare, per modo di dire. Non ero solo, ma sono andato solo io. Mi sentivo toccato. Io ho avuto quei 7-8 secondi in cui ho reagito d’istinto. C’era anche la mia famiglia con me”.

Se farebbe qualcosa diversamente: “Sì, soprattutto dal punto di vista comportamentale. A livello tecnico l’errore ci sta, nessuno può pensare di non sbagliare mai. A livello comportamentale, tante proteste nei confronti degli arbitri, soprattutto a inizio carriera, riguardandole ora non mi piacciono. Ed è quello su cui commentiamo con i miei figli. Certo, parliamo anche del gesto tecnico bello, ma quello che ho provato a fargli capire sin da piccoli era la maniera di comportarsi”.

Sulla presunta carica di proprietario del Miami FC: “No, mai stato. Mai stato, non mi sono mai trasferito là, ho solo aiutato… Certo, ho fatto delle foto. Diciamo che c’era un inizio di idea, ma non è andata avanti. Ho aiutato il proprietario a trovare un direttore sportivo e un allenatore, che poi era Alessandro Nesta, ma poi non ho proseguito con loro”.

Sui no detti al mondo del calcio dopo il ritiro: “Sembra abbia detto solo no. Parlando di post carriera le mie occasioni sono limitate. Nel calcio mi posso legare solo a Milan o Nazionale, per la carriera che ho avuto. Sono stato vicino al Milan di Barbara, avevo detto di sì, poi non se ne è fatto più nulla. Al Milan di Fassone ho detto di no. Vero. Quello è stato probabilmente l’unico no che ho detto. Alla Nazionale ho detto due volte di sì come Team Manager, o perlomeno di parlare, in occasione del mondiale in Brasile e prima dell’eventuale mondiale in Russia, ma poi non si sono fatti più sentire. Quindi non è proprio vero che il no sia prevalente. Certo che il no ha una parte importante. Non avendo la necessità di fare per forza qualcosa nel mondo del calcio… Pur restando un appassionato di calcio. Mi piace tanto e io lo guardo”.

Se Guardiola lo chiamasse: “”Mi piacerebbe il contrario, da dirigente. Non lo so se sarei in grado di farlo, non l’ho mai provato. Credo di avere una certa conoscenza calcistica, la personalità per parlare con determinate persone, che sembra una stupidaggine, ma non è così banale riuscire a parlare con tutti e farsi sentire da tutti”.

Se ha visto immagini del padre da calciatore: “Sì, le uniche immagini che ho visto sono quelle della finale di Coppa dei Campioni del 1963. Mi ha colpito l’estetica, l’eleganza. Ho preso sicuramente da lui”.

Se ha mai deciso al posto di un allenatore: “Sì, proprio con mio padre allenatore l’ho fatto… Mondiali del 1998 contro il Cile: Salas, Zamorano, due centravanti, Nesta e Cannavaro due marcatori. Tutti noi giocavamo a quattro in linea, mio papà credo volesse Nesta su Zamorano e Cannavaro su Salas. A un certo punto si continuavano a incrociare e Nesta e Cannavaro mi dicevano cosa fare. E io gli ho detto di giocare a zona. Mio padre se ne accorse, anche perchè uno dei due fece gol e mio papà si arrabbiò. Allora mi son sentito in colpa io e gli ho spiegato che gliel’avevo detto io di farlo”.

Se avrebbe vinto i Mondiali più per il padre che per se stesso: “Beh sì. Avrei vinto per tutti, per me, per l’Italia e per i compagni, ma soprattutto per lui. È una sensazione, ti posso dire, non troppo piacevole, però ha avuto questa possibilità ed è stata comunque una cavalcata bellissima”.

Sul record di minuti ai Mondiali senza aver vinto: “Amen, non si può avere tutto. Non posso che essere soddisfatto da quello che ho avuto nel calcio”.

Su Berlusconi: “È stato un grande imprenditore, un visionario. Appena l’ho visto la prima volta ho pensato che fosse un po’ matto, però ha dimostrato con i fatti che c’era altro oltre alle parole. Ci ha veramente cambiato la mentalità. Anche la scelta di prendere Sacchi come allenatore è stata una mossa azzardata, ma dal suo punto di vista calcolata. Non lo sento, l’ho visto in occasione della scomparsa di mio papà”.

Sui compagni in politica: “Sono attento, perchè innanzitutto voglio bene a loro. Si crea qualcosa tra i compagni di squadra che va al di là dell’amicizia, perchè lotti per un obiettivo comune”.

Come festeggerà i 50 anni: “A me non piace festeggiare. Per i 50 anni ho deciso di portare tutta la famiglia e qualche amico ad Ibiza e sono 3 mesi che sono impegnato con l’organizzazione. Alla fin fine ho voglia di festeggiare con la famiglia e le persone che sono state importanti per me”.

Chi vorrebbe essere: “Su chi sono ce l’ho abbastanza chiara e forse anche su chi sarò. Non so dove sarò, ma questo non mi preoccupa più di tanto”.

Intanto arrivano tanti auguri dagli amici…

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