Il saluto di Gattuso: non chiamiamolo più solo ‘Ringhio’

Non solo cuore e grinta, ma anche – e soprattutto – un animo da leader. Il racconto dell’Uomo Gattuso, tra umiltà e orgoglio. A lui va il nostro grazie

di Luca Fazzini, @_lucafazzini

In fondo, Rino Gattuso ci aveva già avvisato quel 28 novembre di due anni fa, nella conferenza stampa di presentazione a Milanello. “La rabbia mi è rimasta, ma è riduttivo parlare sempre di me come giocatore. Sono passato da Coverciano, non mi hanno regalato il patentino. Bisogna preparare le partite, non bastano cuore e grinta“. In pochi, però, quel giorno ci credevano. Difficile, dopo così tanti anni, togliergli quella scomoda etichetta di uomo solo grinta, guadagnata nel tempo con sudore e caparbietà. Rino era sincero, genuino, in linea con il suo dna: osservava i giornalisti in sala stampa con gli occhi felici e carichi, di chi sapeva che tra le mani aveva una grande occasione, nel posto perfetto.

No, la perfezione non era di casa a Milanello. Vicende societarie, poca chiarezza riguardo alla proprietà e una squadra partita con tantissime aspettative ma che ben presto ha deluso tutti. Rino, però, ci ha creduto da subito: sguardo fisso verso l’obiettivo. Ha preso in mano il Milan, diventandone – o continuando ad esserne – ‘il primo tifoso e l’amministratore delegato’, come da sua stessa recente ammissione. Ha preso in mano lo spogliatoio, diventandone leader e uomo chiave: quasi tutti i giocatori – i suoi giocatori – gli hanno dedicato parole al miele in corsa, indicandolo come il vero condottiero per il quale in campo avrebbero dato il 110%. Lì, in quelle mura che lo hanno reso grande da calciatore, ha ribaltato la prospettiva: umile, conscio dei suoi limiti, ha trasmesso i suoi valori ai suoi ragazzi. In campo e fuori, abile compagno di chiacchierate quando qualche problema extra-calcio preoccupava i giocatori.

Già, i tempi passati. Nostalgia di un calcio che non c’è più, come spesso ha ricordato lui stesso. Tornando con la mente a quell’addio anticipato alla sua Calabria, punto di partenza mai dimenticato ed ennesimo motivo d’orgoglio. Tornando con la mente agli ‘scappellotti‘ prima ricevuti e poi dati, quasi come segno di maturità all’interno dello spogliatoio. Uno spogliatoio che Rino ha provato a riportare indietro nel tempo, mettendosi – con estrema umiltà – sullo stesso piano dei suoi ragazzi. Da leader che necessita rispetto, ma che viaggia insieme ai suoi verso obiettivi comuni. Impossibile, allora, dimenticare le scene sotto la Curva Sud, quando mandava solo i suoi giocatori a prendersi i meritati applausi dello stadio. O dimenticarsi quel 28 febbraio dell’anno scorso, con la corsa verso Romagnoli dopo il rigore che regalò la finale di Coppa Italia.

È tornato, Gattuso, spinto dall’amore incontrastabile per i suoi colori. Quello stesso amore che l’ha portato a dire addio dopo un’impresa solo sfiorata, che lascia con sè rimpianti e un pizzico di amaro in bocca, oltre ad un gesto da vero signore nei confronti del suo staff. Ma per tutti sarà sempre la sua casa, e per lui il suo Paradiso. Sì, definito così anche quando l’ambiente era più simile ad un Inferno e una burrasca. Ma nulla in confronto alle tumultuose esperienze precedenti, che l’hanno ulteriormente arricchito facendolo diventare ancora più Uomo. Un Uomo fiero di sé, ma umile. Un Uomo orgoglioso del suo passato e della sua terra, ma conscio dei suoi limiti. Un Uomo dall’apertura mentale, ma saldo sulle sue certezze. Un Uomo di rara intelligenza, ma che spesso si è appoggiato al suo istinto, risultandone talvolta tradito in un mondo che troppo spesso privilegia falsità e mediocrità. Un Uomo pieno di considerazione per tutti: il mondo Milan, i suoi giocatori e quei giornalisti spesso punzecchiati ma quotidianamente rispettati. Con dignità e sapienza. Per questo, tutto questo, il campo passa – in questo caso – in secondo piano. E a lui va il nostro grazie. No, non chiamatelo più solamente ‘Ringhio’.

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