Una volta, non troppo tempo fa, il Milan dominava il ranking UEFA e con lui l'Italia intera, con quattro squadre in Champions. Ecco i numeri del declino
Con l’eliminazione della Lazio l’Italia calcistica non sarà rappresentata nei quarti di finale delle competizioni europee, circostanza che non accadeva dalla stagione 2000-01. Nell’ultimo decennio i club italiani, con le eccezioni di Milan e Inter, hanno sistematicamente fallito a livello internazionale, spesso facendosi eliminare da squadre di seconda o terza fascia: al termine della stagione 2006-07 (successo rossonero ad Atene) l’Italia occupava il 3° posto del ranking UEFA con 66.088 punti e contendeva la seconda posizione all’Inghilterra, mentre il Milan, con 133.808 punti, guidava la graduatoria dei club, seguito da Barcelona e Liverpool (l’Inter era quarta), mentre nel 2007-08 cominciò il lento declino milanista con l’eliminazione agli ottavi contro l’Arsenal.
Nel successivo triennio, le continue prestazioni deludenti (2-2 casalingo contro il Werder in Coppa UEFA, il complessivo 2-7 contro il Manchester United e l’eliminazione dal Tottenham) hanno fatto perdere ulteriori posizioni nel ranking per club, fino a scendere in seconda fascia al termine della stagione 2010-11 (il Milan era 10° con 94.110 punti, superato anche dal Porto) e alla perdita di un posto Champions a vantaggio della Germania a partire dal 2012-13 (dal 2011-12 se l’Inter non avesse sconfitto il Bayern München a Madrid): le continue eliminazioni sottotono contro Barcelona (2013) e Atletico Madrid (2014) - oltre all’esclusione dalle competizioni UEFA per due anni di fila - hanno fatto perdere ulteriormente punti al calcio italiano che, dopo la positiva stagione 2014-15 (merito anche di Napoli e Fiorentina in Europa League) è ripiombato nel limbo della mediocrità.
Da questo quadro bisogna dedurre che il buon rendimento dei club italiani nelle coppe dipendesse principalmente da quello del Milan, grazie alle due Coppe dei Campioni vinte (più Supercoppe e Mondiale per club), ma anche grazie alla finale del 2005 e alla semifinale del 2006: in realtà il declino è dipeso da molti fattori, a cominciare da quello finanziario e burocratico (se il tycoon messicano Carlos Slim ha preferito acquistare un club spagnolo di terza serie piuttosto che una big di Serie A ci sarà un motivo), e al fatto che la maggior parte delle italiane ha deciso di snobbare la Coppa UEFA/Europa League, schierando le seconde linee, mentre le squadre spagnole e tedesche la onoravano fino in fondo, guadagnando punti nei ranking.
Non esistono soluzioni per la rinascita del calcio italiano; i dirigenti federali e della Lega di A sono quelli che sono, alternative non se ne vedono in giro (ammesso che ci siano) e i soldi a disposizione non bastano per rafforzare le rose o i settori giovanili. Lentamente la Serie A si avvicinerà all’Eredivisie olandese, ossia a un campionato di esportazione verso l’estero anziché di importazione: di questo si dovrebbero preoccupare gli addetti ai lavori (stampa compresa) anziché fare le finte vittime parlando di tutele arbitrali e presunte congiure contro l’Italia (dimenticando sempre i favori ricevuti gli anni scorsi).
Stefano Sette
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