Il rapporto con Galliani.
"Nasce nel 1976 quando giocavo nel Palermo. A novembre c'era il mercato, c'era uno scambio con Braida e Peressin. Da lì è nata la mia storia con Galliani al Monza e poi al Milan. Un percorso come calciatore, poi quando ho smesso Galliani mi disse che dovevo smettere e andare a lavorare con lui al Monza. Per me è un fratello, non solo un amico".
La divisione dei compiti con Galliani com'era?
"Lui era bravo con i numeri, sapeva trattare molto bene. A negoziare era fortissimo, io avevo un po' d'occhio a guardare i calciatori. Una coppia quasi perfetta, la perfezione non esiste. Si è sempre fidato di me: a Kiev per la prima volta chiesi di venire con me per guardare un calciatore. Non era rimasto contento della prestazione di Shevchenko perché non toccò palla, faceva freddo. Dissi di stare tranquillo, "per me è il nostro uomo". E così è stato, si è sempre fidato".
Shevchenko, la sua parabola?
"Doveva allenarsi attraverso i percorsi di guerra, quando arriva al Milan gli allenamenti erano troppo leggeri. Era abituato a soffrire e sacrificarsi. Lui sembrava invisibile, appariva al momento giusto. C'era un'azione da un lato, lui arrivava al posto giusto al momento giusto. Aveva il tempo, l'intuizione. Per il Milan è stato il secondo capocannoniere della storia, praticamente li ha fatti in cinque anni. Sheva lo vedo spesso, mi fa piacere".
"Van Basten il più forte mai trattato. Su Weah..."
—Su Van Basten.
"L'avevo visto giocare ad Amsterdam contro il Tottenham in un'amichevole. Mi era piaciuto anche se a volte aveva momenti in cui era assente. Faceva solo le cose importanti del calcio. Aveva un tocco di palla meraviglioso, uno stop e tiro, lui è l'essenza del calcio. Fisicamente perfetto, faceva le cose che servivano. Poi si sono visti un'infinità di gol pazzeschi".
Il più forte trattato?
"Penso di sì, anche se ci sono stati grandi campioni. Il rammarico è stato quello di averlo accompagnato a Parigi per il Pallone d'Oro, al rientro ci fermammo in Svizzera, il giorno in cui si fece operare. Il dottor Monti disse che se si fosse operato non avrebbe più giocato".
Su Weah.
"L'ho visto per tre volte, non ha mai brillato nella prestazione. Ma aveva questo modo di correre un po' felino, con la punta dei piedi. Sapeva brillare, calciare, superare l'uomo. Per me era un campione. Ho visto lui e ho detto che dovevamo prenderlo. Un aneddoto sulla trattativa: pur di venire al Milan rinunciò a molti soldi. Una cifra importante. Gioca la prima partita al trofeo Berlusconi. Andammo ai rigori con la Juve, l'ultimo lo calciò lui in curva. "Il presidente sarà contento", pensai. Dopo la partita dissi a Weah che era un campione"
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