Questo clima di spaccatura interna ha inevitabilmente contribuito al crollo verticale del Diavolo negli ultimi due mesi calcistici, culminato con il drammatico fallimento dell'obiettivo minimo stagionale: la qualificazione alla prossima Champions League.
L'esodo dei big e il paradosso del ruolo istituzionale
—Il vuoto di potere rischia di innescare un pericoloso effetto domino sul mercato. Con un Milan privato contemporaneamente di un direttore tecnico, di un direttore sportivo e di un allenatore, i pilastri della rosa stanno valutando l'addio. Rafael Leão ha già manifestato la chiara intenzione di lasciare Milanello in estate, e profili del calibro di Mike Maignan e Adrien Rabiot potrebbero presto seguirne le tracce. In questo scenario di totale navigazione a vista, Ibrahimović continua la sua fronda interna per ostruire il percorso di Ralf Rangnick verso la direzione tecnica.
L'intera vicenda fa emergere un profondo paradosso istituzionale. Tecnicamente e ufficialmente, Ibrahimović non possiede una carica formale nei quadri societari del Milan. E, di conseguenza, non dovrebbe esercitare alcuna influenza sulle decisioni dell'area sportiva. Nei fatti, però, il suo raggio d'azione è totale. Una dinamica simile a quella del 2024, quando poi mise la propria firma e la propria faccia sul mercato e sulle successive nomine dei tecnici Paulo Fonseca e Sérgio Conceição.
I due Scudetti, i 93 gol e i 35 assist messi a referto in 163 partite ufficiali da calciatore costituiscono un patrimonio storico immenso. Tuttavia, quel credito apparentemente infinito accumulato davanti al proprio popolo si sta rapidamente dilapidando a causa di una gestione manageriale giudicata distante e priva di risposte concrete.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
/www.pianetamilan.it/assets/uploads/202606/be015cd4eeea5b1a0a8c818bf5ca2d65.jpg)