Mattia De Sciglio e Stephan El Shaarawy, due giovani simboli rossoneri (fonte: qn.quotidiano.net)Nell'estate del 2012, quando il Milan decise di rifondare, e rifondarsi, Adriano Galliani, annunciò una netta inversione di tendenza. “Il calcio italiano non può più permettersi certi costi, i campioni bisognerà costruirli in casa o scovarli prima che ci arrivino gli altri: il modello – disse – non dovrà essere quello del Real Madrid o del Barcellona, bensì l'Arsenal”.Ed i tifosi rossoneri avevano sin da subito compreso che, per almeno qualche stagione, la squadra sarebbe andata incontro ad un profondo e sofferto restyling. La filosofia del “Largo ai giovani!”, meglio se cresciuti al Vismara, testimoniata dal lancio in prima squadra dei vari De Sciglio, Cristante, Petagna, Mastour, o dagli arrivi di El Shaarawy, Gabriel, Niang, Saponara e dello stesso Balotelli, sembrava essere stata abbracciata in pieno. Bandito ogni esborso economico 'pesante' per fuoriclasse già affermati, pronto dietrofront in ogni asta di calciomercato, stop ad ogni richiesta di rinnovo di contratto pluriennale per giocatori sopra la trentina (Pirlo docet).Poi... qualcosa è successo. Ci si è probabilmente resi conto che era impossibile conciliare l'esigenza di rinnovare totalmente l'organico con la necessità di dover, ogni anno, cercare di centrare almeno la qualificazione alla Champions League. Si è capito che in Italia, a differenza di quanto succede in ogni altro importante campionato europeo, spesso i giovani non si dimostrano pronti per giocare, da subito, ad alti livelli, e che, al contrario, hanno bisogno di tanto minutaggio, chilometri di 'rodaggio' e fiducia illimitata senza la paura di dover essere bocciati al primo errore. Soprattutto, si è notato come non sempre abbassare il monte ingaggi dell'organico corrisponde, in maniera inversamente proporzionale, ad un sensibile aumento della qualità tecnica dello stesso: in special modo quando tanti giocatori in esubero rifiutano di cedere il posto nell'armadietto ad un compagno più giovane e, magari, affamato.Alla luce di tutto questo, tacitamente, la società ha riposto in un cassetto il progetto giovani tanto bramato: il Presidente Silvio Berlusconi ha chiuso i rubinetti, e Galliani deve essere bravo a sapere investire un tesoretto economico sempre più esiguo nel tentativo di puntellare la squadra in diversi settori del campo. Ecco spiegato il perché della ricerca ossessiva del 'parametro zero', oramai trasformatosi più in una barzelletta che in un incubo del tifoso milanista, o del cartellino regalato o in saldo di fine agosto. Operazioni che, purtroppo, servono a tenere la squadra in linea di galleggiamento, e completano soltanto numericamente la rosa, ma non rinnovano il Milan dalle fondamenta, non gettano le basi per un roseo futuro, e spesso non colmano nemmeno il gap che c'è attualmente con le prime della classe.Considerando che Christian Abbiati (37) e Daniele Bonera (32) sono gli uomini 'spogliatoio' ai quali è stato demandato il compito di trasmettere il DNA Milan ai nuovi, e quindi sono ovviamente intoccabili, il Milan avrebbe potuto scegliere di completare il reparto arretrato investendo su dei giovani. Invece, in porta sono arrivati il 30enne Michael Agazzi (immediatamente scivolato al terzo posto nelle gerarchie di Inzaghi), il pur forte Diego Lopez, ma gratificato di un contratto quadriennale da 2,5 milioni netti l'anno, quasi una follia per un 33enne, ed il centrale difensivo Alex, biennale al medesimo compenso del compagno, il quale, a 32 anni, pare aver già espresso con PSV, Chelsea e PSG il meglio della sua carriera. E in rosa compaiono ancora Philippe Mexes (32), Cristian Zaccardo (33), Michael Essien (32), i quali, se piazzati sul mercato, potrebbero consentire di spendere di meno e sognare, forse un po' di più. Per i giovani, probabilmente, verranno tempi migliori. Per il Milan si spera che arrivino prima.Daniele Triolo