Repubblica – Quei conti bucati che affondano il progetto del Milan cinese

Repubblica – Quei conti bucati che affondano il progetto del Milan cinese

I sospetti di riciclaggio di denaro nell’operazione della cessione del Milan sono stati smentiti dai PM, ma i dubbi sarebbero sulla solidità di Yonghong Li

di Daniele Triolo, @danieletriolo

Il progetto del Milan cinese è già a rischio fallimento. Questa l’opinione dei colleghi del quotidiano ‘Repubblica’ che, questa mattina, ha dedicato un ampio approfondimento, addirittura nella sezione ‘Cronaca’, per alimentare, in qualche maniera, quanto evidenziato tra ieri ed oggi sulle colonne dei quotidiani del suo stesso gruppo editoriale, ‘La Stampa’ ed il ‘Secolo XIX’, in merito una presunta indagine della Procura (già smentita da quest’ultima) sulla compravendita del Milan che sarebbe avvenuta mediante una possibile operazione di riciclaggio di capitali.

Il vero nodo della questione, per ‘Repubblica’, in realtà però sarebbero i problemi economici di Yonghong Li, proprietario e Presidente del Milan, il quale è ora atteso da un bivio: “o le sue garanzie patrimoniali, fin qui fumose, si fanno improvvisamente consistenti – si può leggere sul quotidiano – oppure Elliott, il fondo statunitense che ha prestato a Li i soldi necessari per portare a termine l’affare, può diventare il padrone del Milan con soli 303 milioni di esborso, per poi rivenderlo”.

Il Procuratore capo Francesco Greco ha smorzato il caso giudiziario; l’avvocato Niccolò Ghedini e Fininvest hanno replicato duramente alle accuse, pesanti, lanciate a mezzo stampa. Eppure non si molla la presa. Per ‘Repubblica’, non si tratterebbe di beghe politiche in un periodo di campagna elettorale, bensì di “perplessità del mondo economico sull’imprenditore in T-shirt residente a Hong Kong, 49 anni a settembre e un patrimonio mai davvero accertato”.

Tirando in ballo la bocciatura UEFA del voluntary agreement richiesto dal Milan, ‘Repubblica’ ha sottolineato: “Sono palesi le difficoltà nella gestione del debito col fondo statunitense Elliott, che scade a ottobre, quando Li dovrebbe restituire una cifra altissima: 383 milioni, frutto dei pesanti interessi sul prestito di 303 milioni. La scabrosa situazione rischia sia di allontanare i potenziali compratori, a cominciare dal fondo arabo che da settimane è alla finestra, sia di scoraggiare gli altri fondi (scaduta l’esclusiva di Highbridge, si discute con Jefferies) interessati a sostituirsi a Elliott nel rifinanziamento del debito”.

Martedì prossimo ci sarà il Consiglio d’Amministrazione del Milan, che esaminerà la richiesta dell’amministratore delegato Marco Fassone di rinviare l’ultimo aumento di capitali di 16 milioni, fissato entro febbraio, poiché i conti del Milan sarebbero in attivo. “Ma suona come un campanello d’allarme la richiesta di prendere tempo per un esborso così modesto, a fronte dell’impegno di 740 milioni per acquistare il club e dei 200 investiti nella campagna acquisti, con un deficit per il periodo luglio 2017-giugno 2018 già stimato in 150 milioni”, la convinzione di ‘Repubblica’, che ha spiegato anche come vi siano delle indiscrezioni che spiegano come anche se Yonghong Li rinviasse l’aumento di capitale, potrebbe dover sborsare entro giugno altri 80 milioni: i 50 che Elliott avrebbe facoltà di richiedere a garanzia del debito e i 30 che la proprietà cinese aveva assicurato di potere ricavare dal mercato locale. “Il punto più delicato resta il mistero attorno alla figura di Li in patria. Se le sue apparizioni in Italia sono state soltanto tre, al riparo da scomode domande dei media, l’immobilismo sul mercato cinese è singolare”, l’affondo di ‘Repubblica’.

Il j’accuse del quotidiano non si è però fermato qui: anche sull’attività di ‘Milan China’, infatti, sarebbero stati raccolti indizi poco rassicuranti: “L’8 dicembre il Milan ha pubblicato sul sito Sports Recruitement un annuncio per reclutare il direttore commerciale di Milan China a Pechino o Shanghai. È valido fino al 31 marzo ed è ancora sul web: se ne evince che sia ancora vacante il ruolo chiave di un settore “strategico per lo sviluppo dei piani aziendali” – si può leggere ancora sul quotidiano -. Gli sponsor locali, per ora, scarseggiano. L’acqua minerale Alpenwater è rara nei supermercati della Cina ed è stato appena annunciato l’accordo con Vwin, “top brand di scommesse online in Asia e regional partner”. La precisazione non pare casuale: regionale e non cinese, perché in Cina le scommesse sono regolamentate con severità proverbiale. Inoltre sembra fermo il progetto con la China Next Generation Education Foundation. Secondo la lettera d’intenti, firmata in luglio, il club si dovrebbe occupare della formazione nelle scuole calcio di Pechino, Shanghai, Shanxi e Jilin, ma attualmente non ha alcuna accademia in Cina. Infine è bloccato il piano per le cittadelle dello sport, presentato con corposo opuscolo sul web, e l’annesso progetto degli store è stato soffiato al Milan, troppo attendista, dall’Inter targata Suning”.

In attesa del settlement agreement, che, per ‘Repubblica’, per il Milan si annuncia “duro”, dunque, quale sarà il futuro del club rossonero? Per i colleghi si preannuncia difficile almeno quanto il suo recente passato societario: “Silvio Berlusconi assicurò di avere lasciato il club in buone mani, dopo la sofferta transazione che ha rimesso in ordine i conti di Fininvest, durata oltre un anno e passata attraverso ben tre caparre da 100 milioni l’una (transitate da paradisi fiscali) e il prestito di 303 milioni a un altissimo tasso d’interesse da parte del fondo americano Elliott, che a ottobre potrà appunto prendersi la società, se Li non li restituirà con i suddetti interessi. Gli analisti finanziari internazionali giudicarono incongruo il costo di 740 milioni, rispetto al vero valore del Milan, stimato in 450 milioni al massimo, debiti con le banche inclusi. Erano stati ancora più increduli nel 2015, di fronte all’offerta dell’imprenditore tailandese Bee Taechaubol: 480 milioni a Fininvest per essere azionista di minoranza al 48%, valutazione complessiva di un miliardo, fuori mercato anche in caso di quotazione sulla borsa di Hong Kong. Ma quell’operazione saltò anche per i guai giudiziari dell’advisor Tax & Finance di Lugano. Spuntarono la cordata cino-americana di Galatioto e Gancikoff, che scelse Fassone come Ad in pectore, e poi quella di Yonghong. La versione ufficiale vuole che Li sia rimasto senza soci per la stretta del governo di Pechino sull’esportazione dei capitali e che abbia dovuto fare ricorso al maxi-prestito di Elliott. Ma il New York Times, a novembre, scrisse che Li ha un patrimonio oscuro e non possiede alcuna miniera di fosfati – la conclusione di ‘Repubblica’ -. Adesso il bivio è anche per la promessa di Berlusconi. È questo il guaio in campagna elettorale, per chi continua a fare del calcio uno strumento di consenso e tenta di dettare al riluttante Gennaro Gattuso la formazione del Milan”.

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