Gullit: “Gol, botte, coppe, errori: ma quel Milan resta unico”

Gullit: “Gol, botte, coppe, errori: ma quel Milan resta unico”

Ruud Gullit, in Italia per presentare il suo libro, si è raccontato a ‘La Gazzetta dello Sport’: “Arrigo Sacchi un maestro, Diego Armando Maradona il top”

di Daniele Triolo, @danieletriolo

In questi giorni Ruud Gullit, ex calciatore del Milan, si trova in Italia per presentare il suo libro, “Non guardare la palla” e sta facendo il giro delle redazioni di tv, radio e giornali per raccontare e raccontarsi. Questa volta, il ‘Tulipano Nero’ è stato negli studi de ‘La Gazzetta dello Sport’, rilasciando dichiarazioni molto interessanti sui suoi trascorsi nel campionato italiano a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Sugli ottavi di finale di Coppa dei Campioni nel 1988 e l’infortunio a Roberto Donadoni: “Il mio fisioterapista personale arriva con un aereo privato e mi tratta per risolvere un problema muscolare. Io provo a correre nei corridoi dell’albergo e lui mi dice che posso giocare, ma solo per 45-50 minuti. In campo Donadoni prende quel colpo e tutti pensano sia quasi morto. All’intervallo negli spogliatoi sentiamo un annuncio con l’altoparlante in slavo, poi i fischi del pubblico. Quando l’altoparlante ripete in italiano, capiamo: Donadoni è fuori pericolo, ed i tifosi hanno fischiato questo. Ci ha dato una rabbia, una carica: abbiamo vinto anche per questo. Alla fine, quando un loro dirigente è venuto sul nostro bus per scusarsi, lo abbiamo mandato via”.

Sul Milan di Arrigo Sacchi: “Sacchi era avanti, era un maestro di organizzazione. Il segreto è ripetere gli esercizi in allenamento. Noi attaccavamo in 11 contro 6, con solo i 4 difensori ed i 2 centrocampisti centrali, e non facevamo mai gol. Poi Sacchi toglieva i due centrocampisti e non segnavamo neanche 11 contro 4. Quella difesa era organizzatissima: potevi solo tirare da lontano. Poi: partita a metà campo, 11 contro 11, con il campo largo quanto un’area di rigore. Tutto strettissimo, impari a reagire in fretta. Sacchi era unico: quando sono andato alla Samp c’era Eriksson. Pareggiavamo 1-1 e lui: ‘Bravi ragazzi, avete fatto il massimo. La prossima volta andrà meglio’. Io sentivo e .. ‘che cosa?’. Con Sacchi, dopo un 1-1, erano discussioni per una settimana”.

Su Marco Van Basten e Frank Rijkaard: “Marco era un grande attaccante, egoista come un attaccante deve essere. Frank più riservato, ma per noi aveva anche umorismo. Il più talentuoso, però, era Maradona. E il più matto Seba Rossi, il pescatore”.

Sulla Serie A di oggi: “In Olanda non la trasmettono in tv, ma è strano vedere gli stadi vuoti. Una volta ho portato mio figlio a vedere Milan-Cesena, e lui: ‘Ma che cos’è questo?’. Non c’era nessuno. Il problema sono gli stadi vecchi, ma i risultati internazionali dimostrano che la vostra interpretazione del calcio è giusta”.

Gullit ha anche aggiunto come, secondo lui, la Juventus abbia chance di arrivare in fondo in Champions League, ha consigliato, come rinforzo ‘olandese’ per il nostro campionato il figlio di Patrick Kluivert e precisato come difficilmente si veda, in futuro, dietro una scrivania proprio come l’ex attaccante rossonero, oggi direttore sportivo del PSG. Una chiosa sull’argomento razzismo, tornato d’attualità dopo i recenti insulti a Mario Balotelli: “Anche a me a Napoli dicevano ‘negro’, ma non lo consideravo razzismo. Secondo me avevano solo paura, allora giocavo al massimo ed alla fine mi applaudivano. Con i falli era lo stesso: se mi picchiavano, mi alzavo subito. Se stai giù e ti lamenti, chi ti ha picchiato pensa ‘ah ah allora gli ho fatto male’. Ed io non lo volevo”. Per Gullit, l’Italia è “il paese del dramma”: “Vi chiediamo come state, e voi ‘ah, male’. Invece avete tutto, siete unici. Noi olandesi, per cultura, non guardiamo troppo le persone famose, da noi non si fa. Un italiano invece mi guarda, mi riguarda, mi fissa. Quando pensi abbia smesso, chiama tutti i parenti e viene a chiederti un autografo”.

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