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Superlega, Ferrari (Withers): “L’UEFA non può vietare tornei”

Superlega, Ferrari su Calcio e Finanza spiega perché la UEFA non può vietarla: coinvolto l'AC MIlan

Ferrari, dello Studio Legale Withers, ha spiegato, a proposito della Superlega, perché la UEFA non può vietarla. Così come non può vietare altri tornei.

Stefano Bressi

Continua a far discutere la Superlega, che per ora è sospesa, ma che sicuramente si farà nuovamente viva. Di questo ha parlato Luca Ferrari, partner e Head of Sports Global presso lo Studio Legale Withers, su Calcio e Finanza. Ora la FIGC ha varato la norma anti Superlega, la paura è passata, la UEFA studia le punizioni, ma i nodi da sciogliere restano. Ferrari ne ricorda almeno quattro: "

  • Scarsa competitività e interesse in diminuzione nei campionati nazionali.  Le leghe nazionali sono dominate da pochissimi club: uno in Germania, due o tre in Spagna, un paio in Francia. Fa eccezione la Premier League grazie anche ai diversi criteri di distribuzione delle risorse, ma soprattutto grazie a uno sviluppo del prodotto che ha attratto investitori importanti in almeno 5 club. La nostra Serie A da quest’anno ha mutato spartito.  In generale, le competizioni nazionali stanno perdendo appeal e l’incertezza spesso tende a riguardare solo obiettivi secondari, quali la qualificazione in Champions League e la salvezza.
  • La generazione Z (generalmente circoscritta da metà anni 90 fino al 2010) vuole uno spettacolo diverso.   Le nuove generazioni, ossia i principali clienti di domani, guardano il calcio in modo diverso: chiedono maggiore spettacolarità, formati ridotti e di poter accedere ai contenuti ovunque, in qualsiasi momento e con modalità interattive. Alcune di queste esigenze si possono soddisfare con nuove tecnologie e sistemi distributivi. Resta però il problema di un certo distacco dalla narrazione frammentaria dei vari campionati nazionali, un minore attaccamento alla squadra e al territorio, la concentrazione dell’interesse per giocate e partite in cui sono protagonisti i migliori calciatori del mondo.
  •  Il divario tra top club e ‘sparring partners’ in Europa non diminuisce. Il Financial Fair Play non ha portato a un riequilibrio delle competizioni, ma semmai al risultato contrario. Nella percezione generale ha perso credibilità, non essendo riuscito a intervenire efficacemente rispetto a realtà quali PSG e Manchester City. La Champions League rimane un torneo in cui solo una decina di club parte con più o meno ragionevoli possibilità di vincere.
  • L’insostenibilità dei costi (anche pre e post Covid)
  • Anche ai livelli più alti, questo calcio non sembra sostenibile. Naturalmente c’è una grande differenza tra la gestione di club detenuti da fondi sovrani e quella di club quotati o comunque detenuti secondo logiche di puro investimento economico-finanziario. Da qui la maggior tensione, per questi ultimi, verso soluzioni che permettano l’aumento dei ricavi. Non a caso il PSG è rimasto fuori dal progetto e il City è stato uno dei primi club a chiamarsi fuori.

    La Superlega, oltre a molto altro, era comunque una risposta, condivisibile o no, a questi nodi. Qualsiasi cosa si pensi del progetto, e senza nemmeno addentrarci nelle facili critiche riguardanti la sua disastrosa preparazione e presentazione, è utile definire il contesto entro il quale la discussione si svolge.

    Primo tema: la di libertà di impresa. Non si può vietare ai club di criticare l’attuale assetto. Probabilmente non è nemmeno legittimo vietare di progettare nuovi tornei. Nell’odierna posizione dell’UEFA, almeno stando alle dichiarazioni del suo presidente, si scorgono i profili di un comportamento già ripetutamente condannato come restrittivo della concorrenza: quello per cui il governing body, che al contempo organizza le competizioni e distribuisce le risorse economiche, interviene nelle dinamiche della concorrenza, di fatto eliminandola attraverso l’esercizio di poteri regolatori: squalifiche, preclusioni e sanzioni.

    Il secondo punto è che esistono strumenti di difesa dello status quo. In particolare, sembra legittimo imporre a chi aderisce al sistema piramidale del calcio organizzato due obblighi ‘pesanti’: l’obbligo di partecipare a tutte le competizioni per le quali il club si qualifica (anche se la regola è già stata superata in ambito FIGC dove non è infrequente la rinuncia delle società della LND alla promozione in Lega Pro); e l’obbligo di schierare la migliore formazione disponibile. Questi due obblighi renderebbero sicuramente molto difficile la partecipazione alla ‘superlega’, senza dover ricorrere a ‘scomuniche’ per club e giocatori.

    Ma se le società rispettano gli obblighi di partecipazione alle competizioni ‘ufficiali’, ecco il terzo punto: non sembra così scontato che si potrà vietare loro l’organizzazione di un torneo. Potrebbe sostenersi, non senza fondamento, che, secondo le buone regole di un mercato aperto, si debba lasciare uno spazio per competizioni private, evitando di organizzare il calendario ‘ufficiale’ in modo da occupare ogni giornata utile alla disputa dell’evento privato. Non pare facile giustificare, in particolare, la pretesa, da parte di FIFA, UEFA e federazioni nazionali, di occupare ogni giorno utile della stagione, creando anche nuove competizioni per club, come la FIFA Club World Cup.

    La FINA (la federazione internazionale degli sport acquatici), ad esempio, ha dovuto lasciare spazio alla International Swimming League, che è una lega privata.

    Per mettere tutto nella giusta prospettiva, quindi, è assolutamente corretto tener presente gli aspetti sociali, culturali ed economici espressi dal calcio organizzato sotto l’egida della FIFA. Altrettanto corretto è esprimere avversione per il modello chiuso, proprio dello sport americano. Le proteste dei tifosi sono comprensibili, accettabili ed anche condivisibili. Pare invece molto discutibile la pretesa degli enti regolatori di avere il monopolio sullo sfruttamento economico del gioco.

    È paradossale che chi investe proprio capitale di rischio per dare il migliore spettacolo possibile debba subire i diktat dei vertici di quello che, senza offesa, in fondo è un apparato burocratico. Un apparato che, oltre a emanare e applicare le regole, persegue interessi commerciali. È paradossale che il Bayern debba affrontare la sfida cruciale della stagione contro il Paris Saint Germain privo di Lewandowski, cui paga uno stipendio di circa 20 milioni annui, perché si è stirato il legamento nel ginocchio in una partita organizzata dall’UEFA tra Polonia e Andorra. Anche di questo si deve tener conto, nel momento in cui i ‘cattivi’ sembrano aver perso ogni argomento.

    Luca Ferrari per Calcio e Finanza

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