Reina: “Ho due anni di contratto e sono felice al Milan”

Reina: “Ho due anni di contratto e sono felice al Milan”

Parla del proprio futuro il portiere spagnolo Reina, indiziato a lasciare i rossoneri, allontana l’ipotesi addio. Ecco le sue parole.

di Stefano Bressi, @StefanoBressi

ULTIME MILAN – Dopo tanti anni al Liverpool, è stato il Napoli a portarlo in Italia. Poi una breve esperienza al Bayern Monaco, poi ancora Napoli e adesso da un anno il Milan. Intervistato da Goal, lo spagnolo Pepe Reina ha parlato di diversi argomenti, compreso il proprio futuro. Ecco le sue parole.

Che calcio ha trovato in Italia: “Sfortunatamente c’è una squadra che domina ed è sopra tutti, la Juventus. Ma c’è anche un Napoli che è riuscito a competere per il titolo, nonostante abbia cambiato allenatore, giocatori, nonostante abbia iniziato un nuovo ciclo. Scendendo c’è maggiore compattezza in classifica, ma ci sono state tre squadre che sono rimaste presto attardate rispetto alle altre. Gli stili di gioco si stanno modernizzando, il calcio oggi chiede che il pallone venga giocato da dietro, ma in Italia c’è un rigore tattico che continua a essere fortissimo. Bisogna sempre essere ben posizionati in campo, non ci sono partite nelle quali si va da area ad area”.

Sui progetti futuri: “Ho ancora due anni di contratto e sono felice. Sono coerente, quando sono arrivato sapevo che c’era Donnarumma, un portiere giovane di grande qualità che sta crescendo molto. Umilmente anche io mi sento responsabile della sua crescita, uno dei miei compiti è stato quello di aiutarlo, non solo come portiere, ma anche da un punto di vista umano. Dovevo aiutarlo a diventare un uomo, a essere sempre più ordinato fuori dal campo e ora è esploso definitivamente. Nel contempo lavoro per farmi trovare pronto quando vengo chiamato in causa. Mi godo giornata per giornata, se la testa sta bene, il fisico gli va dietro”.

Con chi è stato più ingrato il calcio quest’anno: “Forse con il Manchester City. Ha una grande squadra, ma negli ultimi tre anni non è ancora riuscito a conquistare la Champions con Guardiola. Giustizia è stata invece fatta con il Liverpool, ma c’è stata ingratitudine anche nei confronti dei Reds visto che non sono riusciti a vincere il campionato nonostante i 97 punti fatti e nonostante abbiano perso una sola partita”.

Sul campionato spagnolo: “Non c’è stata molta storia… salvo che per la lotta per non retrocedere. Il Barcellona ha dominato fin dall’inizio, mentre il Real Madrid ha avuto fin da subito problemi. L’Atletico è stato più regolare rispetto agli ultimi anni, ma la Liga aveva già un vincitore designato da mesi”.

Se vede un cambiamento nel Barcellona: “Mantengono una filosofia molto marcata: la palla va trattata bene, il possesso ha la priorità. Hanno però dimostrato di poter giocare anche in maniera diversa. Prima avevano l’obbligo di pressare alto e rubare palla nella metà campo avversaria, ora non è più così. Si sono sentiti a loro agio nel lasciare campo per poi ripartire sfruttando gli spazi con i loro attaccanti. Vedo un sistema di gioco ancora più completo, riescono a gestire molto bene le due fasi di gioco: sono più aggressivi nella metà campo opposta, ma sanno anche difendersi con maggiore sicurezza”.

Come spiega l’eliminazione del Barcellona dal Liverpool: “Il Liverpool è stato migliore anche all’andata, al Camp Nou però non è riuscito a segnare a Ter Stegen e si è visto un grande Messi. E’ stata una cosa inaspettata, ma queste sono le cose incredibili che possono accadere ad Anfield. Il risultato realmente sorprendete è comunque stato quello dell’andata. Al ritorno il Liverpool ha fatto ciò che doveva fare”.

Se la Premier è il miglior campionato: “Assolutamente, è una cosa che ho già detto quando sono approdato al Liverpool 14 anni fa. E’ competitivo e organizzato. A volte alle squadre inglesi viene rimproverato il fatto che non vincono in Champions, ma la cosa è legata a diversi fattori. Loro soprattutto giovano molte partite, in Germania i finali di stagione sono più tranquilla, mentre in Spagna ora c’è il calcio anche a Natale. In Inghilterra ci sono 7-8 squadre che lottano per le zone alte e questo fa crescere di molto il livello”.

Se andrà a vedere il Liverpool in finale e cosa succederà secondo lui: “Si affronteranno due compagini che si conoscono molto bene, ma io credo che il Liverpool sia favorito. Il Tottenham si è guadagnato molto rispetto ed è una squadra camaleontica. Gli piace giocare a tre dietro, ha più opzioni tattiche rispetto al Liverpool. Potranno essere pericolosi pressando alto e sporcando l’uscita di palla, poi per il Tottenham dipenderà anche da chi gioca. Se c’è Fernando lui è pericoloso sulle seconde palle”.

Su Xavi: “È stato il portabandiera di una filosofia di calcio, quella spagnola nella sua era più vincente. Xavi è l’ambasciatore del Tiki Taka e il suo ritiro coincide con l’inizio di un’avventura che lo porterà ad essere un grande allenatore”.

Se ha sentito Casillas: “Sì, l’ho sentito contento e grato a coloro che con tanta rapidità sono riusciti a salvargli la vita. Ora deve prendere una decisione ed io spero che sia la più intelligente, ovvero quella che immagino. Lo spero come amico. Iker può guardare indietro con grande orgoglio e la Spagna deve essergli eternamente grata perché è stato il nostro miglior portiere della storia”.

Sul ruolo del secondo portiere e su possibili rotazioni: “Io sono contrario alle rotazioni. Il portiere deve avere la sicurezza di giocare. È una cosa fondamentale per noi e per chi ci sta davanti, è necessaria la regolarità”.

Su De Gea e la differenza di prestazioni tra club e Nazionale: “Una cosa simile mi è capitata anche a me quando ero al Liverpool. Tutti abbiamo degli alti e bassi, ma David è stato il miglior giocatore del Manchester nelle ultime quattro stagioni. Le sue prestazioni in Nazionale sono migliorate negli ultimi tempi, è ben preparato, ha solo bisogno di fiducia”.

Come affronta una sostituzione: Quando uno antepone il suo ego alla squadra, è quando accetti la situazione. Io ho sempre certato di essere importante per la squadra, non ho mai smesso di essere ambizioso. Mi sto ancora allenando per essere titolare. Se così non fosse non sarei arrivato a quota 900 partite. Quando ero al Bayern giocai tre partite, in seguito Neuer si infortunò e stette fuori sei mesi. Non si può mai sapere”.

Come si convive con un fallimento: “Ricordo quello che ha detto Ginobili quando si è ritirato, è una cosa che mi ha segnato. Ha parlato della sua carriera oltre le vittorie. Si riferiva a quei momenti che l’hanno reso una persona migliore, godendosi ogni giorno del suo lavoro. Alla fine ricordiamo già le cose per le quali abbiamo goduto che quelle che abbiamo guadagnato”.

Se capisce costa sta provando Griezmann: “Sì, ma ci sono tifosi che poi sfruttano con ipocrisia certe situazioni. Siamo professionisti e l’unica cosa che ci dovrebbe essere chiesta e quella di dare il 100% per la maglia che indossiamo fino alla fine. Se fai questo nessuno ti può rimproverare nulla. Non c’è bisogno di dichiarare amore eterno o baciare lo stemma della squadra”.

Cosa vuole portarsi dal calcio: “I momenti che non torneranno, quelli irripetibili, quelli nello spogliatoio, che poi sono quelli che mi identificano realmente. Il calcio è stata tutta la mia vita, ho giocato per 30 anni… questa domanda però magari fatemela più in là”.

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