Van Basten: “Che sfide con il Napoli. Meglio Capello di Sacchi”

Van Basten, in vista di Milan-Napoli, ha parlato della sfida che ai suoi tempi decideva lo Scudetto: tra il Milan degli olandesi e il Napoli di Maradona.

di Stefano Bressi, @StefanoBressi

Sabato sera a San Siro andrà in scena un Milan-Napoli che probabilmente richiamerà una cornice di pubblico da grandi occasioni. I rossoneri, infatti, si giocano molto, se non tutto, per il resto della stagione. Certo, non saranno le sfide che decidevano lo Scudetto come qualche anno fa, ma è una partita che darà probabilmente un posto in Europa. Chi le sfide da Scudetto le ha vissute davvero e da protagonista è stato Marco Van Basten, che ai microfoni de “La Gazzetta dello Sport” ha parlato di questo e di tanto altro in una lunga, ma intensa, intervista.

Sul ruolo alla FIFA: “Cerco di portare la mia esperienza e la mia passione per lo sport più bello, per proteggerlo. Dobbiamo renderlo più avvincente”.

Sulle sfide con Maradona: “Che battaglie con Maradona… Vincere era un’impresa. Oltre a Diego c’erano Careca, Giordano, Ferrara… Anche noi, però, avevamo tanti campioni e in più eravamo molto più squadra”.

Su quanto vale Milan-Napoli: “Non so se vedrò la partita in tv. Di certo tiferò Milan. I colori rossoneri sono nel mio cuore. Spero sia anche una partita spettacolare”.

Su Maradona: “Quando è venuto a Zurigo è stato contagioso, per lui il calcio è allegria. Parliamo di un grandissimo: Scudetto a Napoli, Campione del Mondo con l’Argentina. Se gli dai un pallone torna bambino. Questa è la magia che rende il calcio lo sport più popolare al mondo. Si pensa troppo la business, ma i tifosi si accendono per le prodezze di un campione”.

Sulle proprie prodezze: “Ci divertivamo, sempre. Anche durante la settimana. Il nostro segreto era che ogni allenamento era una festa. Certo, parliamo di un Milan stellare. C’erano campioni ovunque. Ma senza armonia non avremmo vinto così tanto. Il mio rimpianto di un ritiro precoce è che ci ha privato di nuovi trionfi. Saremmo durati altri 3-4 anni, in Italia e nel Mondo. Il Barça di Messi sarebbe stata poca cosa a confronto”.

Su Sacchi e Capello: “Due grandi allenatori, ma personalmente preferisco Capello. Lasciava spazio alla nostra inventiva, ci lasciava improvvisare. Con Sacchi tutto era studiato in modo ossessivo. Il metodo di Capello è più vicino al mio credo calcistico e penso sia anche meno usurante mentalmente. È un’opinione…”

Sul Milan fuori dall’Europa: “La cosa che mi mette più tristezza è vedere San Siro mezzo vuoto. Ai miei tempi era inconcepibile. Era una bolgia sia contro il Napoli che contro l’Empoli. Negli altri stadi comunque non va meglio. Mancano i grandi giocatori, ma anche una struttura moderna”.

Sulla Juve: “Ha la rosa con campioni e lo stadio pieno. Sono stati bravi. Hanno investito nel futuro e ora raccolgono i frutti. Possono pagare 90 milioni Higuain, possono puntare su un talento come Dybala. Ma qualcosa non la capisco…”

Sulla crisi delle milanesi: “Milano e la Lombardia sono potenzialmente superiori a Torino e al Piemonte. A livello di bacino di persone e a livello economico. È strano. Milano dovrebbe stare avanti, con le altre città in scia”.

Sui cinesi: “Non posso pensare ai cinesi padroni di Inter e Milan… Due società così gloriose devono restare italiane. Non si tratta solo di fascino e storia, di Moratti e Berlusconi. La passione non ha prezzo. Il Milan ai cinesi proprio non mi va giù”.

Su Berlusconi: “L’ho sentito per i suoi 80 anni, era un po’ preoccupato perché doveva andare negli USA per il cuore. Il suo Milan ha fatto la storia del calcio. Gli sarò sempre grato di avermi fatto far parte di quella squadra”.

Sulla Serie A: “Avevate il campionato più ricco e più bello. Tutti volevano venire in Italia… Non avete gestito il vantaggio tra scandali, strutture inadeguate e liti. Ora siete dietro. Si è pensato troppo ai soldi. Si fa tutto per lo spettatore televisivo e nulla per il tifoso, si gioca troppo. Si organizzano tournée estive inutili. Si pensa all’oggi e non al domani. Non sorprendetevi se siete indietro”.

Su come tutelare il calcio: “Dico una cosa che non farà piacere a tanti dirigenti: giocando di meno. Troppe partite, si arriva a giugno usurati. I grandi campioni faticano. Servono 4 settimane di preparazione e 4 di vacanza. I tornei a 20 squadre sono stressanti. Il Mondiale anche a 48 squadre si fa una volta ogni quattro anni e dura sempre un mese. Bisogna ridurre i campionati nazionali, rinunciando a qualche soldo. Avremo giocatori più sani e gare più spettacolari”.

Sul cambiamento del calcio: “Oggi è più difficile fare la differenza. I grandi talenti però ci riescono. La gente paga per vedere Messi, Ronaldo, Ibra. Ai miei tempi avrebbero segnato di più con meno fatica”.

Sulla tattica: “C’è il rischio di match paralizzati. Il Barcelona non sorprende più come prima, lo si aspetta in linea come una squadra di pallamano. Lo stallo spesso è rotto solo dalla giocata di un campione o dalla mossa di un allenatore”.

Sugli allenatori italiani: “Siete sempre all’avanguardia, la vostra è solo una crisi dirigenziale. Ancelotti era allenatore già quando giocava, teneva rapporti con tutti. Di Capello ho parlato, Ranieri ha fatto qualcosa di incredibile con il Leicester. Poi c’è Conte che, vista l’età, penso sia il numero uno. Comanda in Premier con un gruppo non migliore degli altri. Altri big sono dietro. Inoltre ha dimostrato di essere un grande commissario tecnico e assicuro che non è facile”.

Sugli attaccanti di Serie A: “Conosco bene Higuain, meno Dybala e Icardi. Poi mi parlano di Belotti. Non l’ho visto ancora, sono curioso. Poi c’è Immobile alla Lazio… In Italia avete una grande tradizione di bomber. Per l’esplosione di un nuovo Vieri è solo questione di tempo. Magari lo è già Belotti”.

Su Ibrahimovic: “Potrei definirlo il mio erede. È più forte fisicamente, io lo ero tecnicamente e con il pensiero. Poi credo abbia sbagliato a cambiare così tante squadre. Conta più il cuore del portafogli”.

Sul proprio gol più bello: “I milanisti sono legati a quello in semifinale di Coppa Campioni contro il Real Madrid nel 1989. Oppure alla quaterna al Goteborg nel 1992. Gli olandesi al tiro al volo contro l’URSS all’Europeo. Ma lì sono stato fortunato. Dico la rovesciata in Ajax-Den Bosch, cercata e trovata. Difficile fare meglio”.

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