Maldini: “Voglio un Milan che torni protagonista: progetto a lunga scadenza”

Maldini: “Voglio un Milan che torni protagonista: progetto a lunga scadenza”

Paolo Maldini, direttore sviluppo strategico area sport del Milan, ha parlato ai microfoni di DAZN per la trasmissione ‘Linea Diletta’: le sue dichiarazioni

di Daniele Triolo, @danieletriolo

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ULTIME MILANPaolo Maldini, direttore sviluppo strategico area sport del Milan, ha parlato, in esclusiva, ai microfoni di ‘DAZN‘ per la trasmissione ‘Linea Diletta‘ con Diletta Leotta. Queste le dichiarazioni di Maldini:

Sullo stile sul terreno di gioco: “Io penso che il campo debba rispecchiare quello che sei nella vita, quindi quello che ho provato a lasciare io è un’impressone di grossa determinazione, volontà e rispetto”.

Sul suo piede preferito: “Io sono destro di mano, di piede. Ma quando ho iniziato a giocare, da bambino, c’era spazio sul versante sinistro, quindi mi sono adeguato”.

Su quanto è allenante il tennis per un calciatore: “Allenante fisicamente, ma soprattutto a livello mentale, perché è uno sport individuale. Quindi, quando vai in partita, hai degli alti e bassi”.

Sul suo primo incontro con il proprietario del Milan: “Di me sapeva ma non sapeva. Mi ha chiesto come vedessi una determinata situazione, che era l’opposto suo. E mi sono detto: iniziamo alla grande!”.

Sul suo amore per il gioco del calcio: “Mi sono innamorato da piccolo del pallone. Una volta non ci si poteva iscrivere nei settori giovanili prima dei 10 anni, ora puoi farlo già a 6. Allora mia mamma mi mandò a fare un anno di ginnastica artistica: mi è rimasta elasticità, ho dovuto fare anche un saggio. Arrivando decimo a quel saggio vinsi un pallone: era proprio destino”.

Sulle sue uscite kamikaze palla al piede dalla difesa quando era calciatore: “Mio papà, negli anni 60, era considerato uno dei difensori più tecnici dell’epoca. Faceva quello che venivano definite le ‘maldinate’. Lo fai adesso, è tutto in regola, se lo facevi negli anni 60, ti ammazzavano. Secondo me anche lì c’è un po’ di genetica, chi ti dice di fare determinate cose? Se fanno ‘maldinate’ Davide Calabria o Alessio Romagnoli? Le accetto. Sono anche sintomo di personalità. Farle sempre, però, è un altro discorso …”.

Su Gennaro Gattuso: “Io e Gattuso? Bisogna avere rispetto della persona che hai davanti. Siamo tutti e due lì per fare in modo che la cosa funzioni: le vedute possono essere diverse, ma il nostro rapporto aiuta a superare i momenti di difficoltà…. Il suo operato lo devo valutare in modo freddo. Abbiamo ruoli diversi, non siamo compagni di squadra”.

Sul suo ruolo da dirigente: “Direttore strategico dell’area sport del Milan è un titolo che può spiegare tante cose o anche niente… Leonardo ha preso questa posizione di dirigente a 360 gradi, più di un direttore sportivo, e mi ha chiesto di accompagnarlo in questa avventura… la definizione del ruolo è poco importante, quello che importa è che siamo a capo dell’area sportiva”.

Sul suo lavoro al Milan“È una bella sfida, piena di sentimento… la mia vita sportiva è sempre stata legata a questi colori, a questa città, quindi è la chiusura di un cerchio. Sembrava naturale, ma non era detto che accadesse…”.

Su quando si deve chiudere un punto nello sport: “Ho perso una finale di Champions League prendendo tre gol in sei minuti, e tendi a pensare che le percentuali possano essere vicine all’1% che succedano. Ma quando succede … Quindi, il punto si chiude, nel calcio come nel tennis, quando l’arbitro fischia. Sembra una frase di Vujadin Boskov, ma è così!”.

Sul futuro del club rossonero: “I prossimi punti che chiuderò? Avere un Milan che torni protagonista. Ci vorrà magari un po’ di tempo, ma l’idea è di avere uno stadio di proprietà, magari assieme all’Inter ma di altissimo livello, insomma è un progetto a lunga scadenza…”.

Su una situazione di stress che si è trovato a gestire: “Un momento in cui ho saputo gestire un team sotto stress? Oddio, prima della finale di Manchester contro la Juve. Siamo tornati in finale dopo 9 anni, molti compagni non erano mai stati in una finale di Champions League: ho dovuto fingere di essere la persona più tranquilla del mondo e tutti mi dicevano “ma cavolo Paolo come fai a essere così tranquillo?” e io dicevo “eh sai è l’abitudine!” e invece dentro di me avevo il fuoco, però son riuscito a gestire quella pressione. Si stupivano che dormissi: avevo preso una pastiglia per dormire (ride, ndr). Sono piccole bugie che danno sicurezza al gruppo”.

Sul portare la fascia di capitano del Milan: “Ha un valore che non è solo simbolico, ma è un ruolo che ti dà enorme responsabilità soprattutto se giochi in una squadra come il Milan, se lotti per traguardi importanti. Non sono nato responsabile, lo sono diventato piano piano. Ho avuto tanti esempi, tutti diversi, come Franco Baresi, che era il mio capitano, non parlava mai, pochissimo, ma in campo era determinato e sempre coraggioso”.

Su quando colpì Baresi con una gomitata nel derby: “Non gliel’ho mai detto, ma c’era Aldo Serena che ci aveva picchiato dall’inizio alla fine, mancavano due minuti, e non mi era capitato di dare volontariamente una gomitata ad uno, ma in quel caso lì su una palla alta, tirata da Walter Zenga altissima, ho provato a dare una gomitata fortissima a Serena, ma ha colpito Franco! La gobbetta che ha sul naso tutt’oggi è colpa mia. Quando lui si è alzato insultando Serena, non ho detto niente … in campo succede anche questo”.

Sul suo primo ‘contatto’ con Arrigo Sacchi: “Lui è arrivato al Milan e non ci eravamo ancora conosciuti. Era il 1987, ero in vacanza in Sardegna ed all’epoca non c’erano ancora i cellulari. Quando sono tornato, ho trovato sulla bacheca un numero telefonico, era quello di Sacchi. Lo chiamai, in pantaloncini ad una cabina telefonica: mi disse ‘sei ad un bivio, devi scegliere se diventare playboy o calciatore’. Mi dissi ‘iniziamo bene’. Era un po’ un preconcetto, nei miei confronti, poi penso di aver dato qualcosina alla causa”.

Sulla prima volta di sua moglie a ‘San Siro’: “Pensava le avessi affittato la curva, poi però ho dovuto dirle la verità. Mi ricordo, era un Milan-Avellino. Lei si chiama Adriana Fossa e per lei, quindi, la ‘Fossa dei Leoni’ sembrava quasi un omaggio. Feci anche gol in quella partita, pensava di aver conosciuto un bomber. Invece fu il mio unico gol in quella stagione!”.

Su cosa cancellerebbe tra i 6 minuti di Istanbul e il gol di Ahn ai Mondiali 2002 in Corea“Accetto tutti e due, ho vinto talmente tanto che non mi posso lamentare”.

Su come si vede tra 10 anni“Presidente di una squadra di calcio o Ministro dello Sport? Papà con nipoti”.

Su cosa pensa della sua carriera: “Se mi metto a pensare alla mia vita, alla mia carriera, a quello che è successo, farla più bella di quanto è successo, sarei stato troppo ottimista. Una bella favola, ma non è ancora finita. La cosa bella è quella, io sono un po’ sognatore. Se sei così, arrivi a cose che non avresti mai pensato”.

Sul figlio Daniel, stellina della Primavera: “Daniel è il primo fantasista della dinastia Maldini, è l’unico con quelle attitudini, da trequartista, da goleador. E’ un po’ ambidestro anche lui come me. Nel carattere suo rivedo alcune cose mie e poi nei movimenti c’è genetica perché come la gente rivede me nei miei due figli, la gente rivedeva mio padre in me ai miei esordi…”. Il Milan, sul mercato, potrebbe sacrificare qualcuno dei suoi gioielli: per i dettagli, continua a leggere >>>

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