PAROLA AL TIFOSO – LA “QUASI” FATAL VERONA: DA SACCHI E VIRDIS FINO… A MISTER INZAGHI

PAROLA AL TIFOSO – LA “QUASI” FATAL VERONA: DA SACCHI E VIRDIS FINO… A MISTER INZAGHI

Parola al Tifoso (Fonte: pianetamilan.it)
Parola al Tifoso (Fonte: pianetamilan.it)
Per la nuova rubrica, ampiamente dedicata ai supporter rossoneri, “Parola al tifoso”, oggi pubblichiamo la lettera di Gino Ragnetti, appartenente al gruppo ‘Legione rossonera‘:Dici Bentegodi, e vedi le streghe, dannatissime streghe che evocano per noi milanisti scenari da incubo, nei quali maligni fantasmi calpestano senza rispetto le gloriose maglie rossonere. Insomma, roba da non dormirci la notte. Lo sappiamo, e quand’anche ce le fossimo dimenticate, ci penserebbero altri irridenti “amici” (vatti a fidare degli amici!) a ricordarci la Fatal Verona 1 e la Fatal Verona 2, pomeriggi marchiati a fuoco nella carne viva del Diavolo. Impossibile dimenticare.Ma perché continuare a farsi del male?In fondo, siamo pur sempre la società più titolata d’Europa, e allora proviamo a guardare in positivo. A  guardare per esempio l’altra faccia della medaglia dello stadio scaligero, guardare cioè a Verona, 25 ottobre 1987, il giorno in cui un gol di Pietro Paolo Virdis proiettò il Milan berlusacchiano nella leggenda: sulla vetta dell’Italia, sulla vetta dell’Europa, sulla vetta del mondo!Era un Milan malconcio quello che si presentò al Bentegodi. In presenza di una squadra in crisi d’identità, intimorita da alcune prestazioni poco convincenti, forse non troppo sicura delle sue capacità, con un mister, Sacchi, alle prime armi e quindi ancora privo di carisma. Dopo poche partite di campionato l’azzardo berlusconiano pareva già essere arrivato all’ultima spiaggia. “Quello non mangia il panettone”, ghignavano i giornali in cerca di tiratura. E invece una genialata del presidente Berlusconi, che alla vigilia confermò  la fiducia all’Arrigo, mandò un preciso segnale alla squadra, la quale – dal canto suo – rispose alla grande: bellissima gara, e gol decisivo del taciturno bomber sardo. E da lì, il volo.Certo, quello che domani si presenterà al Bentegodi non sarà nemmeno lontano parente del team sacchiano, ma siccome tanto passa il convento, inutile stare a mordersi i gomiti: il tempo del caviale  e dello champagne è finito, facciamocene una ragione. E allora vediamo cosa ci propone il presente. Un presidente (forse) ritrovato; una strana coppia (Barbara e Adriano) che ha trovato (forse) il modo di convivere senza ficcarsi l’un l’altra le dita negli occhi; una squadra che, liberata da certi elementi perturbatori, ha trovato (forse) un suo equilibrio. In più – ecco il valore aggiunto – in panca c’è un tecnico del quale tutto possiamo dire tranne che non sia un milanista come noi, milanista nell’anima, uno che sa anteporre l’interesse della squadra a tutto il resto, e che sa quale deve essere, fin nei dettagli, il comportamento di un atleta che indossi la casacca rossonera.Sistemate (forse) le cose societarie, resta tuttavia aperto il problema tecnico di una squadra ancora da costruire. Tanto per cominciare, c’è il modulo da scegliere: 4-3-3 o 4-2-3-1? Senza contare che poi ci sono i protagonisti e interpreti da mandare in campo. Io credo che Superpippo sia in grado di fare le scelte giuste, ma alcune perplessità personali devo pur manifestarle.Gli esperti dicono: Honda è insostituibile, da El Shaarawy non si può prescindere, Menez è fondamentale, e poi… non vorrete mica fare a meno di un monumento come Torres, vero? E il buon Pazzo?Vuoi vedere che a gennaio il Faraone, l’idolo dei tifosi come lo era Sheva, come lo era Ricki… Ma no, il Milan non è mica un supermarket…Sta di fatto che là davanti sono un tantino troppi.Ora, è vero che il 22 ottobre del 1969 il catenacciaro Nereo Rocco andò a vincere la Coppa intercontinentale a Buenos Aires contro l’Estudiantes – fu una carneficina – schierando la bellezza di quattro punte (Rivera, Sormani, Combin, Prati, e quando Combin fu mandato all’ospedale da un avversario, lo sostituì con Rognoni, un altro attaccante), ma i tempi sono cambiati, e non si può certo pensare di andare a Verona con un 4-2-4 di brasileira memoria (ma loro avevano Pelé, Vavà, Garrincha, Zagalo e compagnia bella). Con un attacco del genere, i due in mezzo tirerebbero presto le cuoia, senza contare che non ci sarebbe nessuno a intessere gioco fra le linee. Inoltre, la difesa sarebbe in qualsiasi momento esposta agli avventurosi assalti di qualche solitario incursore scaligero.Inutile, a questo punto, mettere il dito nella piaga di ciò che manca. Lo sappiamo tutti. Manca qualità a centrocampo – il “fine dicitore” non c’è, e penso non possa esserlo nemmeno Montolivo – e manca un assetto stabile del quartetto arretrato. Ormai è chiaro che per la difesa i prescelti dovrebbero essere Abate, Alex, Rami e De Sciglio, con Bonera, Zapata e Albertazzi in seconda fila a scaldare i motori, però sulla coppia centrale titolare mi sembra manchino certezze. Penso nondimeno che mettendo un po’ di minuti nelle gambe dei centrali e mitigando il rischio delle palle ferme e dei cross, il reparto arretrato possa trovare una sufficiente solidità, tale da regalare una maggiore tranquillità al resto della squadra. Sempre che, nel contempo, si trovi anche una soluzione stabile fra i pali, altrimenti saremmo punto e a capo. Alla fine della storia, rieccoci dunque al Bentegodi. Gli attori sono cambiati, di qua e di là, ma lo stadio è sempre quello, un prato che quando va in scena il rossonero ama sempre imbastire storie importanti, talvolta meravigliose, talvolta… fatali. Ma in fondo è il fascino del calcio, il gioco più bello del mondo.Insomma, ci risiamo. Domani pomeriggio vedremo che Verona sarà.Rossonero da sempre, rossonero per sempre..Gino RagnettiLegione rossonera  

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