Galatioto e Gancikoff avevano il Milan in pugno, ma…

Galatioto e Gancikoff avevano il Milan in pugno, ma…

Le trattative tra Galatioto – Gancikoff e Fininvest andavano avanti da 22 mesi, ma hanno perso tutto 72 ore prima della firma preliminare.

Due anni e mezzo, almeno 14 investitori diversi, 4 advisor, vari studi legali, banche in abbondanza, 12 rinvii; un patto vincolante, un closing sfumato e un altro alle porte, dozzine di summit e tifosi con il fiato sospeso: è la storia, scrive il Corriere dello Sport, del Milan in vendita. Una storia che appare quasi infernale.

Inizia tutto nell’ottobre 2014, quando la banca Lazard informa: “Possibile cessione Milan”. Apriti cielo. La notizia arriva a New York, da Sal Galatioto. Lui, che è uno dei 50 uomini più influenti dello sport americano, viene incaricato da un gruppo cinese di trattare con Fininvest. A muoversi è la società Jie An De, che fa capo a Yonghong Li. L’asse Pechino-Milano-New York dura molto poco. Dalla Thailandia irrompe Bee Tacheaubol. Un anno e due mesi d’inferno: il Milan non si vende, un bluff senza precedenti quello di Mister Bee. Dalla Cina riparte una telefonata: “Sal, rientriamo in scena”. È dicembre 2015. Due mesi dopo Silvio Berlusconi ammette: “Stiamo parlando con altri investitori”. Nasce una storia nella storia.

A questo punto Galatioto e Nicholas Gancikoff entrano in scena. Il “delfino” Gancikoff ha origini armene e sogna di prendere il posto di Adriano Galliani. Si inserisce grazie a Steven Zheng, l’uomo in contatto con Li che fa parte dei potenziali investitori con Sonny Wu e GSR Capital. Gancikoff guadagna la fiducia di compratori e venditori, strappando l’esclusiva. Galatioto approva e si fida. Sarà forse il suo errore più grande. Succede di tutto: Berlusconi deve operarsi al cuore, Marina spinge per la cessione, i grandi nomi cinesi coinvolti sono incerti, gli scenari cambiano di continuo.

Quando tutte sembrava a un passo dalla conclusione, Fininvest, spazientita dai continui rinvii, chiede spiegazioni a Yonghong Li e Han Li, investitori originari. Questi fanno fuori Gancikoff e Galatioto e firmano finalmente il preliminare. La data in cui tutto è precipitato è il 20 luglio: è la fase in cui Gancikoff, che ha fondato con i cinesi la Sino-Europe Sport Investments (la società veicolo che compra il Milan), tratta con Fininvest l’acquisto dell’80% del club, già salito rispetto al 70% iniziale. In Fininvest, però, c’è perplessità: la lista degli investitori cambia di continuo, si chiedono almeno tre degli otto nomi presentati nella lista iniziale e sono preoccupati per il restante 20% da acquisire in due anni.

Gancikoff fa una mossa azzardata: parla con uno degli investitori, GSR Capital di Wu e con Steven Zheng che lo aveva inserito nei giochi. Si presenta al tavolo con una proposta: “Prendiamo il 100% con GSR”. Così bypassa la Sino-Europe da lui creata, ma coinvolgendo altri investitori della stessa cordata. Fininvest scrive a Yonghong Li e Han Li spiegando il cambio di scenario. La cordata si spacca in due. Da un lato i due Li (già con Haixia, uno dei nomi forti chiesto da Berlusconi), dall’altro Gancikoff con GSR.

Si arriva al 3 agosto con due fronti distinti e separati della stessa operazione. Yonghong Li diffida GSR (l’unica che garantiva a Gancikoff il ruolo da a.d.), i due advisor e lo studio legale dal fare anche una sola mossa in più e va alla firma con i propri nomi. La famosa lista degli otto, che senza GSR diventa da 7. Il motivo è che da accordi c’era un vincolo preciso: se un investitore fosse uscito, la sua quota sarebbe passata a uno degli altri sette, senza nessun nuovo nome. Lo aveva richiesto proprio Fininvest. I nomi conosciuti sono quelli di Li, Haixia e della Jilin Jongda. Fininvest ha avuto la lista completa dei nomi e anche la distribuzione delle quote della Sino-Europe. Al momento del closing sapranno tutto anche i tifosi, è scritto negli accordi. Accordi che saranno firmati alla fine di questa storia, che non è ancora arrivata alla conclusione.

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