JOSE’ ALTAFINI

 

AltafiniLA SCHEDA

Nome: Josè Joao Altafini

Data e luogo di nascita: Piracicaba, 24 luglio 1938

Nazionalità: Brasiliana

Ruolo: Attaccante

 

CENNI BIOGRAFICI

José Joao Altafini nasce a Piracicaba il 24 luglio 1938. Dopo una fulminante ascesa nel club brasiliano del Palmeiras, si rivela al calcio che conta con la Nazionale verde-oro ai Mondiali del 1958. Approda al Milan a soli venti anni per vincere il settimo titolo della storia rossonera ed iniziare una lunga e a volte tormentata storia d’amore settennale con il Milan, che culminerà nella conquista dell’ottavo scudetto e soprattutto della prima Coppa dei Campioni rossonera (e prima per una squadra italiana).

E’ stato anche simbolo del Napoli e, a carriera avanzata, implacabile bomber di riserva con la Juventus. La sua poliedricità lo ha portato ad essere, oltre che calciatore, cantante, volto per spot, commentatore televisivo, ruolo di cui è stato pioniere nella moderna cronaca a due voci.

 

STORIA

José Altafini, figlio di emigrati italiani in Brasile e stella del firmamento del calcio brasiliano della seconda metà degli anni ’50, è il quarto marcatore di sempre della storia del Milan.

Una giovinezza fatta di poca scuola e molti espedienti non gli impedisce di emergere come bomber autentico prima in squadre minori e poi nel Palmeiras, il club degli emigrati italiani in terra brasiliana.

Altafini, che in patria si guadagna l’appellativo di “Mazola” per la somiglianza fisica e tecnica con il Valentino del Grande Torino, brucia le tappe sino a diventare partner d’attacco di Pelé nel Brasile che nel 1958 incanta in Svezia conquistando la Coppa del Mondo.

Sebbene costretto alla panchina nella fase finale del Mondiale, i gol ad inizio manifestazione sono la conferma delle qualità da bomber di razza di José che, nell’estate del 1958, decide di tornare nella terra d’origine della famiglia firmando per il Milan.

Il primo anno con i rossoneri, alla spasmodica ricerca di un attaccante di classe e potenza dopo l’abbandono di Gunnar Nordahl, è da ricordare: José mette a segno 28 reti in campionato mostrando un repertorio tecnico invidiabile e trascinando il Milan alla conquista del suo settimo titolo nazionale.

E’ un Milan ambizioso, che punta ad eccellere in Italia e vuole far bene anche in campo europeo, e nel quale Altafini, che nel frattempo comincia a conoscere – ed apprezzare – la occasioni che la Milano di notte gli offre, si conferma bomber implacabile.

José mette a segno oltre 50 reti nelle due successive stagioni che vedono il Milan chiudere rispettivamente al 3.posto e 2.posto. Se l’anno 1959-60 entra nella storia per la quaterna record di Altafini nel derby del marzo 1960 terminato 5-3 per il Milan, la stagione successiva vede l’esordio al Milan di Gianni Rivera che, negli anni a venire, costituirà con il bomber brasiliano una coppia di assoluto valore fatta di classe, rapidità e gol.

La stagione 1961-62 segna la definitiva consacrazione di “Mazola”: José, servito da Rivera, con 22 reti si laurea capocannoniere e trascina il Milan all’ottavo scudetto. Il bomber brasiliano è croce e delizia per i dirigenti rossoneri, tanto bravo a dribblare gli avversari in campo quanto a seminare il direttore tecnico Gipo Viani tra i tavolini dei night milanesi così amabilmente frequentati da José.

Nasce così, a cavallo tra realtà e leggenda, il soprannome di “coniglio”, che Viani affibbia al campione brasiliano sia per il poco coraggio che, a suo parere, José mostra nei contrasti in area di rigore sia nell’ammettere le frequentazioni notturne milanesi.

Ma José, giovane, ricco e oramai pienamente inserito nel mondo milanese, è pedina inamovibile del Milan di Rocco, che lo giudica il terminale offensivo ideale per il suo gioco di rimessa e per i lanci del grande Rivera.

La stagione 1962-63 vede il Milan finalmente votato all’impresa europea: José si risparmia in campionato con sole 11 reti all’attivo ma è protagonista assoluto, con ben 14 marcature, della cavalcata che porta il Milan alla trionfale conquista della prima Coppa dei Campioni di una squadra italiana.

Altafini decide la finale con una splendida doppietta in rimonta sul Benfica di Eusebio e conquista il titolo di capocannoniere della manifestazione: il carattere sornione ne fa uomo da record ma non da immagine. José si gode il successo, ma lascia ad altri le copertine, anche se la sua insofferenza legata ai contratti cresce sempre di più.

La stagione 1963-64 è in sostanza l’ultima giocata interamente al Milan: dopo 19 reti complessivamente messe a segno di cui 14 in campionato e la beffa subita nella finale della Coppa Intercontinentale, José non la sente di rimanere con il contratto in scadenza, il cui rinnovo è continuamente rinviato dal presidente Riva, e decide così di ritornare in Brasile.

Il Milan comincia la stagione 1964-65 senza il suo fromboliere brasiliano: le cose si mettono tuttavia al meglio per i rossoneri, che prendono la guida del campionato in attesa di sapere cosa decide Altafini dal Brasile. Dopo vari tentennamenti, e contro il parere di Gipo Viani, il Milan si riprende il fuggiasco Altafini: con il ritorno del figliol prodigo lo scudetto sembra una formalità per i rossoneri. Ma il rientro di “Mazola” nel febbraio del 1965 coincide con il clamoroso crollo dei rossoneri che lasciano un titolo – già conquistato a metà – ai cugini nerazzurri. Finisce così, in modo malinconico, la storia settennale tra Altafini ed il Milan, che ha tramutato la giovane promessa brasiliana in un attaccante completo.

Altafini sceglie di trasferirsi al Napoli dove, per altri sette anni, delizia i tifosi partenopei con grandi giocate, in coppia con Sivori, sino a sfiorare lo scudetto nella stagione 1967-68. Il bomber brasiliano ha sette vite: esaurita l’esperienza al Napoli, a 34 anni suonati, invece di scegliere un esilio dorato, José si rimette in discussione e sceglie la Juventus e l’offerta a gettone di Gianpiero Boniperti.

Si apre per José la terza esaltante fase della sua esperienza italiana: in quattro anni a Torino Altafini, che subentra spesso a gara iniziata per mettere a segno reti decisive, vince due titoli nazionali e trascina la squadra alla finale di Coppa Campioni.

Chiude la sua brillantissima carriera in Svizzera: a quarant’anni è ancora protagonista con i suoi gol.

Appesi gli scarpini al chiodo, José diventa si dedica con successo, in qualità di commentatore tecnico, alle telecronache a due voci. La sua simpatia e la travolgente carica umana gli consentono di essere protagonista sui media dimostrandosi sempre uomo arguto e pronto ad affrontare con allegria le molteplici sfide della vita.

 

CARATTERISTICHE

Centravanti completo, in grado di sfoggiare un repertorio invidiabile. Grazie alle ottime doti tecniche, Altafini eccelle con entrambi i piedi e non disdegna marcature di testa grazie alla buona elevazione. La velocità e la scaltrezza gli consentono di essere bomber di razza e di rapina all’interno dell’area di rigore.Ottima progressione, si fa ricordare per le sue reti una volta lanciato in velocità.

 

PALMARES

Club:

Milan: 2 Campionati italiani (1958-59; 1961-62); 1 Coppa Campioni (1962-63)

Napoli: 1 Coppa delle Alpi (1966)

Juventus: 2 Campionati italiani (1972-73; 1974-75)

Nazionale Maggiore:

1 Campionato del Mondo (Svezia, 1958)

Personale:

Capocannoniere della Coppa Italia (1960-61, 4 reti), del campionato italiano (1961-62, 22 reti) e della Coppa dei Campioni (1962-63, 14 reti)

Inserito nella classifica dei “50 grandi del secolo” stilata dal Guerin Sportivo (posizione 23, anno 1999)

Inserito nella classifica dei “100 migliori giocatori della Champions League” stilata dall’Equipe (posizione 74, anno 2016)

 

STATISTICHE

Calciatore:

Club (Brasile): Palmeiras (anni 1955-58): 114 presenze, 85 reti;

Club: Milan (anni 1958-65): Serie A, 204 presenze, 120 reti; Coppa Italia, 9 presenze, 9 reti;

Coppe Europee ed altre Coppe: 32 presenze, 32 reti; complessivo con Milan: 245 presenze, 161 reti;

Club: Napoli (anni 1965-72): Serie A, 180 presenze, 71 reti; Coppa Italia, 28 presenze, 11 reti; Coppe Europee ed altre Coppe: 26 presenze, 15 reti;

Club: Juventus (anni 1972-76): Serie A, 74 presenze, 25 reti; Coppa Italia, 24 presenze, 3 reti; Coppe Europee ed altre Coppe: 21 presenze, 9 reti;

Club (Svizzera, anni 1976-80): Chiasso e Mendrisio, Campionati nazionali, 61 presenze, 27 reti.

Nazionale Maggiore:

Brasile (anni 1957-1958): 8 presenze, 4 reti;

Italia (anni 1961-62): 6 presenze, 5 reti.

 

CURIOSITA’

José Altafini, con la sfrontatezza tipica dei vent’anni, decide di affrontare l’avventura italiana al Milan dopo aver trionfato al Mondiale svedese del 1958 con il Brasile e soprattutto dopo essere stato ad un passo dalla Roma. Il campione di Piracicaba viene infatti ingaggiato dai giallorossi per 130 milioni di lire sebbene un osservatore della Roma, nel vederlo esultare gettandosi per terra ad ogni gol, ne segnali le…crisi epilettiche alla società. Saputo del blitz giallorosso, l’appassionato presidente milanista dell’epoca Rizzoli decide di offrire di più e con 135 milioni si assicura l’erede di Gunnar Nordahl regalando al popolo rossonero un formidabile attaccante per classe e potenza.

Sebbene abituato a partire da lontano, José al Milan gioca da prima punta con risultati strabilianti: il suo bagaglio tecnico è di primo ordine e in Italia, con i duri allenamenti al Milan – di Rocco prima e Liedholm poi – migliora ulteriormente sino a diventare un attaccante completo. Grandi qualità tecniche e fisiche ma…poco coraggio. José ammette di non essere amante del gioco fisico e, nel corso della sua carriera, di aver avuto poca voglia di soffrire: ma il soprannome di “coniglio” affibbiatogli da Gipo Viani, che lo cercava nei night milanesi accusandolo di non sapersi prendere le proprie responsabilità né in campo né fuori, appare quantomeno ingeneroso.

Il triste nomignolo, secondo Altafini, è tuttavia coniato da Nicolò Carosio che, nella cronaca del match di coppa Intercontinentale contro il Santos del 1963, accusa il centravanti di essere ai margini della battaglia che si stava svolgendo in campo.

Lo stesso epiteto gli viene rivolto da Nereo Ricco nell’intervallo della finale di Coppa Campioni del 1963 contro il Benfica: con il Milan sotto di un gol e Altafini fuori dal gioco, Rocco, in perfetto dialetto triestino, prova a pungolare il brasiliano sostenendo che il nomignolo è quanto di più adatto considerata la sua prestazione e la sua poca voglia di lottare. Come sempre Rocco fa centro tanto che con due reti di “Mazola” nella ripresa il Milan capovolge il risultato e conquista la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Merito della strigliata e merito, a detta di Altafini, del suo proverbiale stellone (definito da José stesso in modo più simpatico e…colorito) che lo ha accompagnato durante tutta la sua carriera. Fortunato e benedetto da Dio si definisce Altafini, che certamente prima di altri ha saputo leggere i segni dei tempi ed essere a modo suo anticipatore di mode e tendenze.

È stato, con la presenza costante dello zio procuratore Angelo Mascheroni, uno dei primi calciatori particolarmente attenti al denaro: José, a Milano così come a Napoli e a Torino, ha lasciato ad altri le copertine ma si è dimostrato convinto e combattivo nel trattare ingaggi e firmare contratti.

La fuga dall’Italia nell’estate del 1964 a causa del mancato rinnovo del contratto con il Milan ha spaccato in due l’ambiente rossonero ed alimentato curiosità e pettegolezzi: Altafini ottiene tuttavia ciò che vuole, finge di redimersi, rientra – sovrappeso – al Milan a febbraio del 1965 (dopo che Rocco dall’esilio granata di Torino cerca di prenderlo con sé) giusto in tempo per guastare uno spogliatoio che senza la capricciosa star brasiliana aveva trovato la forza e la compattezza per guidare il campionato, che il Milan perderà malamente.

In un’epoca che vedeva i calciatori chiudere la carriera poco dopo i trent’anni, José si dimostra intelligente e capisce che una buona gestione del proprio fisico può condurlo lontano.

Abbandonato il Milan, sceglie il sole, il calore ed i soldi di Napoli. E’ furbo, José: lascia a Omar Sivori onori (l’amore delle folle) ed oneri (le botte degli avversari), si mantiene integro e implacabile in area di rigore e con i suoi gol trascina e mantiene il Napoli ai vertici del calcio italiano.

A 34 anni, dopo sette anni vissuti intensamente all’ombra del Vesuvio, decide di accettare la sfida che gli propone la Juventus: contratto a gettone e ruolo da chioccia dei giovani virgulti bianconeri. Sornione come sempre, José sa bene che riuscirà a ritagliarsi un ruolo da protagonista: giocando part-time, partendo quasi sempre dalla panchina, Altafini è decisivo negli scudetti bianconeri del 1973 e del 1975 consumando dolci vendette su Milan e Napoli.

Nel 1973, mentre a Verona va in scena il dramma sportivo del Milan che soccombe sotto i colpi dei gialloblù gettando al vento il titolo della stella, a Roma la Juventus, sotto di un gol, si affida ad Altafini per il gol del pareggio che dà il via alla rimonta-scudetto dei bianconeri.

Nel 1975 il bianconero Altafini segna nella sfida scudetto con il Napoli il gol decisivo del due a uno che consegna lo scudetto alla Juventus spegnendo le speranze tricolori partenopee. I tifosi del Napoli ne celebrano il tradimento scrivendo nottetempo su un muro “José core ‘ngrato”, dimenticando quanto poco spazio ci sia nel calcio per i sentimenti.

Terminata la carriera agonistica, José è protagonista in altri campi, sempre attigui al calcio e che testimoniano la sua grande personalità. Diventa commentatore tecnico apprezzatissimo nella cronache di calcio a due voci lanciate da Telemontecarlo: famosissimi i suoi tormentoni “golaçooooo” (che qualche ingenuo spettatore scambia per sberleffo provocando non poche noie al bravo José) e “incredibile amisci”, che conquistano i tifosi accrescendo la sua già grande popolarità e portandolo a diventare apprezzata seconda voce di Sky.

Altafini è stato anche cantante: non memorabili ma comunque degne di nota le sue interpretazioni (“La Rosa” del 1968 e “Juventus mia senhora” del 1975), fatte sempre con il sorriso e con la voglia di sperimentare.

Con la stessa grinta José scrive libri sul calcio, fa il doppiatore (una interpretazione gli vale il premio “Leggìo d’Oro nel 2014), presta il volto ad alcune campagne pubblicitarie e la voce ai videogiochi.

E ora, a quasi ottant’anni, gira il mondo promuovendo campi sintetici, sempre pensando al pallone e con la stessa allegria e spensieratezza con la quale, negli anni 60, si divertiva a nascondersi completamente nudo negli armadietti degli spogliatoi di Milanello spaventando a morte il Paròn Rocco (con vibrata reazione del tecnico condita di insulti in triestino stretto) o provocando lieve stupore nel glaciale Nils Liedholm.

Malgrado tutto, Altafini rimane nella storia del Milan per i trofei vinti, per la grande stima che ha sempre mostrato verso i simboli Cesare Maldini e Gianni Rivera e per il rapporto filiale con Nereo Rocco.

Un grande campione ed un personaggio poliedrico, simbolo della genuinità e della magia del calcio.

Enrico Maggioni