MILAN, IL DILEMMA DELLA PRIMA PUNTA

MILAN, IL DILEMMA DELLA PRIMA PUNTA

Giampaolo Pazzini (fonte foto: sportemotori.blogosfere.it)
Giampaolo Pazzini (fonte foto: sportemotori.blogosfere.it)

Due uomini per una maglia. Uno spagnolo ed un italiano. Il primo rappresenta il colpo dell’ultimo calciomercato rossonero. Il secondo la garanzia di abnegazione, impegno e gol pesanti anche partendo dalla panchina. L’uno è Fernando Torres, l’altro è Giampaolo Pazzini. Tanto diversi, quanto similari: entrambi, di professione, fanno il centravanti nel Milan di Filippo Inzaghi.

Nel travolgente attacco milanista, primo della classe con 13 reti realizzate al pari di quello della Juventus capolista, però, finora i protagonisti non sono stati loro. Il mattatore, con stupore e sorpresa, è Keisuke Honda (4 reti e 2 assist in sei giornate), seguito da Jeremy Ménez a quota 3. Addirittura Sulley Muntari ha timbrato il cartellino in due circostanze, a ‘San Siro’ contro Lazio e Chievo. E la premiata ditta Torres-Pazzini? Non giudicabile, per ora, l’attaccante di Pescia, in campo soltanto per 35′ totali; a sprazzi, invece, le prestazioni del fu ‘El Niño’, in gol contro l’Empoli con un colpo di testa di pregevole fattura ma piuttosto spento contro Cesena e Chievo.

Perché non riescono a trovare con continuità la via della rete? Hanno improvvisamente dimenticato come si segna? Nossignori. Il problema sembra essere squisitamente di carattere tecnico. In una situazione, tra l’altro, beffardamente paradossale. Difatti, suona quantomeno ironico pensare come, in una squadra allenata da uno degli ex centravanti più forti d’Italia, con oltre 300 marcature collezionate in carriera, il numero 9 di turno fatichi a trovare confidenza con il gol. La realtà è che nei moduli finora utilizzati da Inzaghi in questo primo mese abbondante sulla panchina rossonera, il 4-3-3 ed il 4-2-3-1, il centravanti si muove più come un pivot nel basket che come un terminale offensivo del gioco del calcio. Pazzini tende a tenere il pallone tra i piedi per far salire la squadra, difendendo la sfera spalle alle porta per poi scaricarla sugli efficaci esterni rossoneri, esattamente come farebbe un ‘centro’ sul parquet sotto il tabellone avversario, posizionato spalle al canestro, in difesa del pallone, sempre pronto a trovare liberi dal perimetro i compagni specialisti nel tiro dalla lunga distanza. Torres, al contrario, fa molto più movimento incontro il pallone, ed è anche molto più “mobile” negli ultimi 20 metri, maggiormente impegnato a ‘tagliare il campo’ per creare gli spazi ai fini degli inserimenti in area dei centrocampisti, dei trequartisti o degli esterni: esattamente come il pivot da pallacanestro, in fase offensiva, può assistere la penetrazione della guardia nel gioco del ‘pick ‘n’ roll’ o, con dei movimenti ben coordinati, ‘tagliare fuori’ il marcatore di turno liberando per una comoda conclusione in jumper l’attaccante di turno.

Risultato: grandissima utilità al servizio della squadra, punto di riferimento quasi indispensabile negli equilibri offensivi (benché la formula con il ‘falso nueve’ funzioni mica male…), ma poche occasioni per tentare con assiduità la conclusione verso la porta avversaria. Urge trovare al più presto una soluzione che consenta di gratificare al massimo l’enorme mole di lavoro svolta dal centravanti negli schemi di Inzaghi. Si potrebbe, ad esempio, far spiovere una quantità maggiore di cross in area di rigore, giacché entrambi sono abili nel gioco aereo: in tal senso, Abate sta svolgendo adeguatamente questo compito, mentre sull’altra fascia De Sciglio tende troppo spesso a rientrare sul piede forte, il destro, per poi crossare a rientrare e facilitare di molto il lavoro dei difensori avversari. Si potrebbe provare a lanciare Armero, e valutare se l’esterno colombiano possa ripercorrere le orme di quel Serginho che, anni fa, metteva sulla testa o sul piede di un certo Pippo Inzaghi che chiedevano solamente di essere sospinti in fondo alla rete. Un po’ quello che, ci scommettiamo, Torres e Pazzini, ogni weekend, auspicano possa succedere anche a loro.

Daniele Triolo

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