MILAN, CRISI INFINITA: QUANTE ANALOGIE CON IL BIENNO 1996-98

MILAN, CRISI INFINITA: QUANTE ANALOGIE CON IL BIENNO 1996-98

Il ritorno di capello al Milan nel 1997, fonte foto gazzetta.it
Il ritorno di capello al Milan nel 1997, fonte foto gazzetta.it
Sono passati ormai quasi 18 anni, tanti, ma non abbastanza per dimenticare. E per non notare che le analogie con questo Milan sono tante e non indifferenti.Correva l’anno 1998 e il Milan era in una situazione molto simile a quella di oggi, lontana dai giochi importanti di classifica, lontano dall’Europa, intristito da una sfida Juventus-Inter in Italia e in Europa per la vittoria delle competizioni principali. Due anni tristi e bui, con grandi allenatori in campo, ma poco gioco, molte incomprensioni, molti litigi dentro e fuori e dal campo. E il Milan che passava il biennio più triste della gestione Berlusconi, almeno sino ad oggi.Erano gli anni del super Fenomeno Ronaldo interista, della Juventus di Lippi e Zidane, e del Milan che inanellava sonore sconfitte nei derby e nelle sfide contro i bianconeri (indimenticabile un 1-6 a San Siro). Due anni di nulla. Il 1996/97 con Tabarez prima e Sacchi poi, fu l’ultimo anno di Baresi, Tassotti e Roberto Baggio in rossonero. Undicesimo posto, fuori da Champions e Coppa Italia, un disastro assoluto, i flop della campagna acquisti (Dugarry, Reiziger e Davids) e il peggior piazzamento da quando Berlusconi è presidente. L’anno successivo il ritorno in pompa magna del conquistatore di Spagna Fabio Capello, tanti acquisti (Kluivert, Bogarde, Ba, Cruz, Ziege, Leonardo, Andersson, Ganz), una finale di Coppa Italia persa, pochi punti e un decimo posto.Film già visto. Due anni bui, come quelli di oggi. Due stagioni nere, la scorsa e la presente, poco gioco, tanti problemi, niente Europa e ambiente in depressione. Nel ’98 la famiglia Berlusconi si convinse che per rinascere ci voleva un cambiamento drastico: fu preso Zaccheroni, capace di portare la piccola Udinese al terzo posto, rivoluzionando lo schema di gioco e il modo di pensare. Difesa a tre e carta bianca al neo tecnico: gli arrivi di Helveg e Bierhoff oltre che un Boban versione trequartista, portarono il Milan ad uno scudetto in rimonta sulla Lazio di Bobo Vieri.Lo stesso Zaccheroni qualche giorno fa ha ricordato: “La situazione attuale è paragonabile a quella che trovai io. Per costruire una squadra non servirono cifre folli. Vi ricordo che nel mio Milan giocarono titolari Luigi Sala e Guglielminpietro. Tornarono alla base due giovani promettenti in prestito al Vicenza come Ambrosini e Coco. Rientrò Abbiati, ragazzino che era in prestito al Monza. La vera spesa fu effettuata l’anno seguente quando arrivò Andriy Shevchenko. Trovai un gruppo di giocatori che avevano la nomea di essere vecchi e parevano tutti destinati a essere ceduti prima o poi. Parlo di Maldini, Costacurta, Boban Weah. Invece furono lo zoccolo duro che mi permise di dare una struttura e un’identità alla squadra. E qualcuno di loro giocò fino a 40 anni”.Le analogie con quegli anni quindi ci sono, ora si spera che sia uguale anche la conclusione. Se il Milan vuole tornare quello di una volta, la storia insegna che ci vuole un cambiamento drastico, un allenatore nuovo, senza necessariamente legami con la storia rossonera ma con idee forti e soprattutto carisma e carattere. Forse l’unica eccezione potrebbe essere Ancelotti. Mentre tra i nuovi, che sia Mihajlovic, Sarri, Conte o Montella, poco importa. Importa la filosofia. L’atteggiamento. Tutti dovranno tornare ad avere paura di giocare a San Siro. Utopia o sogno possibile?

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