AMARCORD – IL “MITO” DI MORFEO

AMARCORD – IL “MITO” DI MORFEO

Domenico Morfeo - fonte: maidirecalcio.com
Domenico Morfeo – fonte: maidirecalcio.com
Un talento più incompiuto che incompreso. Questa è la storia di Domenico Morfeo, prodotto del vivaio bergamasco, classe da vendere e caratterino bizzoso. No, il fantasista di Pescina, comune alle porte dell’Aquila, non è mai stato un giocatore banale. Del resto è il ruolo in campo a richiedere tanto genio e un pizzico di sregolatezza. Alla dirigenza orobica va il merito di averlo scoperto. A un giovane Prandelli quello di averlo fatto debuttare nella massima serie. Ma per la sua consacrazione il furetto abruzzese deve ringraziare Emiliano Mondonico, santo protettore di tutti i catenacci, medaglia d’oro nel lancio della sedia e di  talentuosi teenager della pelota italica.Fu proprio il Mondo a consegnare le chiavi della trequarti a Morfeo nella stagione 95-96. Il suo compito era molto semplice: mandare in gol quel centravanti grande e grosso con il fisico di un bisonte. Ah, quell’attaccante un po’ sgraziato si chiama Christian Vieri. E farà parlare di sé. Anche se gli addetti ai lavori in quegli anni storcono il naso quando lo vedono giocare. Comunque è una bella Atalanta: un cocktail di senatori e giovani agitati dalla sapienza tattica del maestro Mondonico. E i risultati si vedono: salvezza tranquilla e una coppa Italia sfiorata in finale. Una stagione discreta, illuminata dalla concretezza di Bobone, l’imprevedibilità dello sfortunato Chicco Pisani e l’estro di Morfeo che mette  segno anche 11 gol.Dopo un’altra annata positiva a Bergamo, nell’estate del ’97 la Fiorentina scuce 8,5 miliardi per ingaggiarlo. Malesani stravede per lui e lo schiera con continuità, nonostante disponga di un mostro sacro come Rui Costa in quella parte di campo. Morfeo incanta il Franchi con le sue giocate. Tutto sembra procedere per il meglio, ma l’arrivo di Edmundo gli toglie spazio. Rui Costa più Edmundo, Oliveira, Batistuta e Morfeo: è troppo anche per un tecnico votato al gioco offensivo come Malesani. E così Morfeo si accomoda mestamente in panchina. Gli spazi diventano claustrofobici con Trapattoni la stagione successiva. E così nell’estate del ’98 Morfeo viene sbolognato al Milan.Il Milan conquista uno scudetto tanto bello quanto insperato. O forse bello perchè insperato. Ma Morfeo non viene ricordato tra gli eroi che scucirono il tricolore che i laziali ostentavano sul petto già a marzo. Combinò davvero pochino Morfeo quell’anno: appena 11 presenze, nessuna o quasi da titolare, e 0 gol. Sembra proprio che la sua carriera sia a un bivio. Ritenuto inadeguato per le big, decide di ripartire dalla provincia, salvagente di tutti i talenti in declino. Finisce a Cagliari ma si fa male. Nel gennaio del 2000 ci riprova a Verona dove ad attenderlo c’è il suo vecchio maestro Prandelli. L’impresa sembra disperata: salvare il Verona, ultimo in classifica e con un piede e mezzo  all’inferno. Invece accade l’impensabile. Il Verona si salva dopo un grande girone di ritorno. Merito anche di Morfeo che segna 5 gol in 10 presenze, in pratica uno ogni due partite. E’ la sua miglior stagione, dopo quella con Mondonico in panchina. Ti aspetti il grande salto e invece Morfeo fa un passo all’indietro e come il figliol prodigo torna a Bergamo, dove tutto è incominciato. Anche qui una buona stagione prima del ritorno a Firenze, in rotta di collisione con la Fiesole nell’anno orribile della retrocessione e fallimento.E così il fantasista di Pescina  si ritrova nell’età della maturità calcistica (26 anni) senza contratto. Sembra la fine, invece nella calda estate del 2002 arriva la chiamata che non ti aspetti: l’Inter. Ma non è tutto oro quel che luccica. Per il tecnico nerazzurro Hector Cuper è solo una riserva e quindi il trequartista finisce per accomodarsi in panchina. Infine il ritorno a Parma,  dove ad accoglierlo a braccia aperte c’è ancora una volta Prandelli. I gialloblu non sono più lo squadrone del decennio precedente e l’isola non è più tanto felice. Anzi a stento sorride. Eppure in Emilia Morfeo rivive una seconda giovinezza, ritagliandosi uno spazio importante. Ci resta cinque anni, prima di dare gli ultimi calci nelle categorie inferiori. Ma Parma gli è rimasta  nel cuore. Oggi vive lì e gestisce il ristorante “Dolce vita” in pieno centro. A volte può capitare di vederlo dispensare piatti e boccali ai clienti. Con la stessa classe con cui serviva gli attaccanti.Mariano Messinese Twitter:@MarianoWeltgeis

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